venerdì 18 agosto 2017

NOBEL ITALIANI PER LA LETTERATURA


In oltre cento anni di storia il nostro paese è stato premiato per sei volte con il Nobel per la letteratura. 
Pochi, direte voi?
In effetti sì, se guardiamo alla Francia che quasi ci triplica, e a Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Svezia che ci precedono in classifica, mentre Spagna e Russia (compresi i premi assegnati quando era Urss) lottano punto a punto con il Bel paese.
Certo, non si tratta di un torneo sportivo e non bisogna dimenticare le dinamiche storico-politiche che talvolta influenzano l'assegnazione dell'ambito premio.
Passiamo in rapida rassegna i nostri vincitori, anticipando che alcuni di loro sono finiti (quasi) nel dimenticatoio, sia per quanto riguarda i manuali scolastici che nella memoria collettiva.

Giosuè Carducci - 1906

Motivazione:

“Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica.”

Nato a Valdicastello di Pietrasanta nel 1835, il Carducci si è formato attraverso lo studio dei classici e osservando il paesaggio tipico della sua terra natia. In gioventù fu "scudiero dei classici", un pedante difensore della tradizione ed anche della classicità moderna (Foscolo, Leopardi...); negli anni del Risorgimento fu giacobino e repubblicano, legato anche alla massoneria, affascinato dal socialismo e dalle idee mazziniane, mentre per la Chiesa dimostrava quasi odio; il periodo successivo fu segnato da una sorta di "ritorno all'ordine", da un accumularsi di tematiche intime e storiche, mentre politicamente fioccavano le critiche alla sinistra, avvicinandosi a Crispi ed alla monarchia; gli ultimi anni segnano il trionfo del "poeta vate", guida retorica e spirituale degli italiani, sebbene le liriche di fine secolo abbiano fatto intravedere inquietudini romantiche.
Tra le opere principali ricordiamo Juvenilia, Levia Gravia, l'Inno a Satana, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi. Fu anche critico e gran prosatore.
Si spense a Bologna nel 1907.
Un tempo veniva studiato a menadito, dalle elementari dove le poesie erano imparate a memoria fino all'università che contavano corsi interamente su di lui. Oggi, al di là di qualche pagina di raccordo nei manuali, è messo in secondo piano rispetto a Pascoli e D'Annunzio, sebbene la sua attività poetica abbia influenzato profondamente i successori: dagli esperimenti sulla versificazione al culto della parola isolata, dalla carica visionaria alla classicità moderna, il tutto mantenendo sempre un forte impegno ed una robustezza formale.

Grazia Deledda - 1926

Motivazione:

“Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi.”

Nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma nel 1936, l'autrice rimase sempre legata emotivamente e letterariamente alla sua Sardegna.
Fu verista quasi per istinto, ma le sue opere trasudano di un decadentismo molto personale ed intrigante. Il realismo, infatti, non sfocia in analisi sociali o economiche, ma segue il flusso dell'animo attraverso un'isola narrata come sentimento spirituale, più che come luogo fisico. I romanzi della Deledda vedono sempre incombere una sorta di colpa primitiva da scontare nella vita, con una passione per le proprie origini che non tralascia l'aspetto doloroso della vita.
E' il caso dell'opera più nota, Canne al vento, storia familiare tutt'altro che tradizionale vista la presenza di esseri mitici, omicidi, ritorni e punizioni esemplari, il tutto concluso da una pace affatto rassicurante.
Conosciuta forse più all'estero che in Italia, ancora oggi viene praticamente ignorata a scuola ed affrontata in maniera rapida e sommaria all'università.


Luigi Pirandello - 1934

Motivazione:

“Per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale.”

Nato a Girgenti (Agrigento) nel 1867, morto a Roma nel '36,  come l'autrice precedente è sempre rimasto molto legato alla sua terra, sebbene la grandezza intellettuale lo abbia reso un intellettuale globale. I primi scritti letterari (anche poetici, sebbene le sue liriche non si studino praticamente mai) sono dunque legati alla Sicilia più folklorica, mentre figure come quelle dell'inetto e conflitti familiari fanno intravedere già tematiche universali. Gli anni a cavallo tra i due secoli sono segnati dalla coscienza della crisi e dal relativismo antipositivista, il tutto frutto anche di una situazione economica e familiare non rosea. Nei primi 15 anni del '900 si consuma l'approccio umoristico, non solamente letterario ma filosofico, con una predilezione per novelle e romanzi che pian piano lascia spazio al teatro. Ed infatti il periodo del primo dopoguerra è segnato da una profonda riflessione sul genere, mentre le sue opere gli consegnano fama internazionale e successi in patria, anche grazie alla vicinanza al fascismo, mai amato, tuttavia, e più avanti criticato. L'ultimo decennio vede tornare la presenza di tematiche surreali legate all'inconscio, mentre l'amore per l'arte sembra dare un nuovo ruolo agli intellettuali, anche in tempi di disfacimento storico e crisi di significati.
Ricordiamo le opere principali: Il fu Mattia Pascal, Si gira, Uno, nessuno e centomila, Novelle per un anno, Sei personaggi in cerca d'autore...
Non c'è spazio solo per citare tutte le opere più importanti e non basterebbero cento pagine per riassumere la sua grandezza intellettuale. Giustamente è uno degli autori più affrontati a scuola ed in ambito accademico.


Salvatore Quasimodo - 1959

Motivazione:

“Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.

Nato a Modica nel 1901 e morto a Napoli nel 1968, il suo nome è legato a due diversi momenti delle letteratura contemporanea. In una prima fase fu ermetico, uno dei maggiori autori di tale corrente, legato al concetto di poesia come valore superiore, come mezzo per recuperare l'origine mitica perduta, il tutto adornato da una musicalità dei versi e da procedimenti analogici che tendono a mettere in secondo piano i temi. La storia, invece, torna prepotentemente protagonista durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando l'ideologia e l'impegno non sono più visti come un'alternativa, ma come l'unico orizzonte possibile. In questa fase i versi diventano più lunghi, le tematiche concrete, si passa dall'io al mondo, cercando di affrontare problemi legati alla contemporaneità.
La prima fase è segnata da opere come Acque e terre, Oboe sommerso, mentre Giorno dopo giorno è la raccolta più importante del dopoguerra.
A scuola viene sommariamente trattato tenendo presente questi due momenti, quasi sempre si contrappongono le liriche Ed è subito sera e Alle fronde dei salici per inquadrare le differenze tra prima e dopo. In ambito universitario non si va molto più in là.

Eugenio Montale - 1975

Motivazione:

"Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni.”

Altro Nobel tutt'altro che dimentica, come Pirandello. Nato a Genova nel 1896 e morto a Milano nel 1981, l'evoluzione della sua poetica si può seguire passando in rassegna le raccolte.
Con Ossi di seppia ('25) siamo nella fase iniziale, quando si contrappongono ancora terra e mare, mondo ed esilio, presa di coscienza e fuga. E' un romanzo di formazione in chiave poetica, segnato da uno stile arido che indica già il trionfare del momento negativo, seppure la ricerca di una energia morale permanga ancora come speranza e come fede nella letteratura.
Le occasioni ('39) esplorano questa possibilità. La cultura è vista come possibile via di fuga dai drammi storici ed esistenziali, ma nulla può dinnanzi all'orrore della guerra imminente. Lo stile si fa più alto, quasi a voler trovare un risarcimento al caos del mondo; la donna Clizia è il simbolo di tale dualismo, seppure nelle liriche finali il suo disfacimento segni ormai la sconfitta.
La bufera ed altro ('56) ha già nel titolo la perdita della speranza. Tra i drammi privati (la morte di Mosca) e pubblici (la disillusione sul mondo "liberato") si snoda un cammino che parte dalla precedente allegoria salvifica e finisce per trovare spazio solo nel passato intimo oppure nel presente "umile", nel "basso" della vita concreta, rappresentata dalla donna Volpe e da animali come l'anguilla.
Il successivo silenzio poetico è una naturale conseguenza di ciò, mentre opere in prosa come Farfalle di Dinard, e saggi quali Nel nostro tempo analizzano l'isolamento come una via possibile.
Satura ('71), dunque, non può che riproporre la poesia come plurilinguismo, come prosastico rassegnarsi, come alluvione globale e parodia delle letteratura passata (anche autoparodia) che ha molti legami con il postmoderno, mentre gli unici momenti di commozione sono confinati nel ricordo della moglie.
Il carattere diaristico sarà mantenuto nelle raccolte successive.
Questa parabola complessa spesso è ignorata in ambito scolastico, ed infatti si studiano soprattutto le poesie della prima raccolta. All'università di va maggiormente in profondità, con un'attenzione per l'ultimo Montale che sta aumentando sempre più.


Dario Fo - 1997

Motivazione:

“Seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Nato a Sangiano nel 1926, morto a Milano nel 2016, l'ultimo Nobel italiano viene praticamente ignorato a scuola, aggiungiamo anche colpevolmente, mentre gli accademici risultano ancora divisi, anche se non soprattutto per ragioni politiche ed ideologiche. C'è chi non lo considera nemmeno degno di essere contemplato dai manuali, mentre altri lo adorano acriticamente.
La sua attività creativa dovette scontrarsi sa subito con critiche e censure, anche per la carica satirica evidente in opere come Mistero buffo. Morte accidentale di un anarchico, poi, segna un maggiore impegno politico, ma sempre condito da ironia pungente e "follia" sapientemente studiata.
Il papa e la strega mantiene ancora il legame con l'attualità, in questo caso riferita alle ingerenze ecclesiastiche nella politica italiana.
La gigantesca produzione di Fo manterrà sempre viva questa dualità: ironia e attivismo, anche a costo di veder eccedere l'uno o l'altro polo, con un'energia incredibile che lo vedrà in scena praticamente fino agli ultimi giorni.



giovedì 13 luglio 2017

DIECI TIPI DI INSEGNANTI

Qualche tempo fa abbiamo parlato dei dieci tipi di genitori all'incontro scuola famiglia, promettendo che ci saremmo occupati anche degli insegnanti, da sempre soggetti ad essere tipizzati e catalogati per le loro peculiarità e per i loro tic.
Ecco mantenuta la promessa; qualche vostro docente rientra (o rientrava) in questo elenco? Oppure avete qualche altra tipologia da proporre? Fatecelo sapere!

1) IL SIMPATICO

Gli alunni non vedono l'ora che entri in classe, accogliendolo di solito con ovazioni e giubilo, tanto, essendo simpatico, non li richiamerà di certo. Ad alcuni colleghi sta tremendamente sulle scatole, altri invece tentano di imitarlo con risultati grotteschi. I collaboratori ed i segretari lo attendono per divertirsi un po', ed anche i genitori sono sempre lieti di parlare con lui.
Il dubbio è questo: sa anche insegnare? Di solito gli studenti tendono a prendere in simpatia chi alla fine si comporta bene o male come vogliono loro, per cui il dubbio rimane...

2) IL TERRIBILE

In questo caso gli alunni fissano l'orologio sperando che quei pochi secondi di ritardo significhino un'insperata assenza, ma in anni ed anni di illusioni questa eventualità si è verificata solo una volta, provocando un boato che nemmeno il rigore di Grosso alla finale del 2006. In classe costringe i più terribili a restare incollati alle sedie, mentre i disciplinati temono che possa puntare anche loro chissà perché. I collaboratori sanno che devono avvicinarsi al tipo con deferenza, e persino il preside si sente quasi timoroso di doverlo disturbare. I genitori, ogni volta che hanno a che fare con lui, avvertono di essere tornati tra i banchi e pregano che il figlio non li metta in cattiva luce. Anche qui sorge la stessa domanda: com'è come insegnante? Perché talvolta un'eccessiva severità nasconde la paura di essere "scoperti" per ciò che in realtà si è.


3) L'ANSIOSO

Sente il programma come un peso insormontabile, le scadenze amministrative come condanne a morte. Spiega quasi disperato a causa degli sguardi indecisi degli alunni, interroga terrorizzato dal pensiero di accorgersi che non hanno capito nulla. Se uno studenti si graffia con la penna fa chiamare l'ambulanza, se piove leggermente cerca di far annullare la gita. Quando il preside lo convoca teme di essere stroncato, di solito si reca in segreteria ogni giorno per chiamare i genitori di chi ha dimenticato la giustifica, temendo che in quella data abbia compiuto un omicidio. Agli esami va in apnea come se dovesse essere lui a sostenerli e quando legge le tracce dice "non ce la possono mai fare, sono troppo difficili!". I genitori, con le loro domande e preoccupazioni, finiscono per mettergli ancora più angoscia. Non si assenta quasi mai, preoccupato anche di ricevere una visita fiscale.

4) IL FURBO

Il programma riesce a farselo passare sempre da qualche collega, aggiornandolo di tanto in tanto per non dare nell'occhio. Sceglie i libri in base al rappresentante che promette di più, tanto quando spiega di solito va a braccio. Gli alunni lo capiscono sì e no anche mentre interroga, ma quando si tratta di mettere i voti non c'è problema, basta fare una media con quelli dei colleghi. Arriva spesso in ritardo, ma i collaboratori amici lo coprono senza problemi, e di solito ha sempre lo stesso hobby del preside. Se c'è un problema o una lamentela da parte dei genitori è capace di intortare tutti con dialettica da fine politico. Qui il dubbio non c'è: non sa insegnare, ma tanto riesce a nasconderlo benissimo.

5) IL CONFUSO

Non c'è niente di peggio di un docente che non sceglie una linea coerente. Il confuso vorrebbe essere come il simpatico, ma non avendo l'ascendente finisce per ritrovarsi con la classe trasformata in un fight club. Allora si prodiga per rimediare, decidendo di convocare un consiglio straordinario per un ragazzo che ha fatto cadere la matita per terra. Sbaglia sempre a compilare le famigerate "carte", costringendo segreteria e colleghi agli straordinari. Vuole dimostrarsi serio ed imperturbabile con i genitori, ma poi finisce sempre che si dispera raccontando le proprie traversie familiari. Vorrebbe smettere di insegnare, ma non è certo di riuscire a fare altro.

6) L'IMPREPARATO

Sa insegnare benissimo, ed affascina anche gli studenti durante le spiegazioni, ma l'importante è che le prepari il giorno prima per filo e per segno, altrimenti non sa cosa dire. Gli alunni, però, sono molto più svegli di quanto si possa immaginare, per cui quando una domanda su un argomento non ancora studiato o un esercizio svolto a piacere vengono sottoposti al docente si rendono conto che qualcosa non va. I genitori finiscono per capire anche loro, ma chiudono un occhio se il soggetto è anche simpatico o disponibile ad "aiutare" i figli. I colleghi si insospettiscono quando chi insegna matematica chiede la calcolatrice per capire come dividere la spesa per il caffè, oppure quando il docente di italiano se ne esce con neologismi involontari, o ancora quando il collega di tecnica ci mette un'ora ad accendere il pc.

7) IL FUORI POSTO

Non voleva fare l'insegnante, ma purtroppo è finito a fare questo lavoro (purtroppo per gli alunni, ovvio). Spiega con il trasporto di un'ameba e interroga pensando a cosa fare una volta giunto a casa. Durante i consigli cerca di evitare ogni questione e scorre con le dita sul tablet fingendo di analizzare chissà quale documento. In un sussulto di sincerità finisce per confessare agli studenti di trovarsi lì per puro caso, come per dire "voi non date fastidio a me e io non ne darò a voi". All'esterno si comporta di solito in due modi: o nasconde questo disagio condividendo a raffica citazioni su quanto sia bello insegnare, oppure confessa la sua colpa, affermando che chissà per quale ingiustizia gli è stato precluso un lavoro più bello e redditizio.

8) IL DINAMICO

Lui si che voleva insegnare...anche troppo! Ma voleva anche fare il manager, l'animatore, l'attore, il falegname ecc. ecc. Il dinamico vede la scuola come una possibilità infinita di progetti, sperimentazioni, occasioni di lanciarsi; ed in effetti in molti vorrebbero lanciarlo. All'inizio gli alunni sono contenti del suo dinamismo, ma quando decide di far realizzare un plastico dei regni ultraterreni danteschi, oppure una mini centrale elettrica, ebbene, non c'è tanto da gioire, soprattutto perché mette i voti in basi all'attivismo dimostrato. I colleghi sono preoccupati quando lo sentono arrivare, temendo che abbia in serbo per loro chissà quale nuova tipologia di didattica innovativa da sperimentare, mentre i collaboratori hanno paura di vedersi prolungato l'orario da un improvviso ordine di servizio. Persino i genitori non lo sopportano, visto che oltre le ore canoniche li costringe a presenziare a recite, dimostrazioni o chissà quant'altro.  Il preside è contento fin tanto che tutte queste cose portano soldi. Forse, ma sarà la nostra malizia a condizionarci, tutto questo dinamismo si giustifica col tentativo di accrescere i propri titoli e il proprio bonus di fine anno.

9) IL MODELLO/LA MODELLA

Ce ne sono, confessatelo. Da alunni ricordate quel tale insegnante o quella tale docente che scambiava la scuola per una passerella? Tagli sempre freschi, trucco sofisticato ("a che ora si sveglia?" Dicono le colleghe), vestiti nuovi e sgargianti, borse difficilmente avvicinabili con lo stipendio di uno statale. Se è un docente viene rispettato dagli alunni perché immaginano che abbia chissà quale successo con le donne, mentre le alunne sono perdutamente innamorate di lui; se donna gli studenti rimangono in silenzio e con lo sguardo fisso, ma non sempre negli occhi di chi parla, mentre le ragazze in parte la ammirano, ma al contempo la odiano. Difficilmente colleghi, preside o collaboratori rifiuteranno qualcosa a questo tipo di insegnante, e chissà perché.

10) L'ASSENTE

Come per i genitori, anche nel caso dei docenti esiste colui che...non esiste! Assente il primo giorno di scuola a settembre, per la gioia dei ragazzi e la disperazioni di chi fa l'orario. Non è mai disponibile per uscite didattiche, brevi o lunghe che siano e talvolta costringe anche a spostare le riunioni. E' la gioia dei supplenti, ma il terrore dei genitori che scoprono i libri della sua materia ancora intonsi. Agli incontri scuola famiglia viene avvistato più o meno quanto il mostro di Loch Ness, ma tanto lo riconoscerebbero a stento gli alunni. Nessuno può fare nulla per evitare tutte queste assenze? Forse sì, ma di solito il tipo riesce a sfruttare ogni cavillo o permesso per saltare anche dieci minuti di lezione.

venerdì 30 giugno 2017

ARANCIA MECCANICA

Stanley Kubrick, 1971

Arancia meccanica è un film da vedere, guardare, ammirare tante volte, per averne una idea chiara, lucida e consapevole.
La prima visione può lasciare impressionati (positivamente o negativamente), ma sono la seconda e la terza che ci spalancheranno il mondo allegorico creato dal regista.

Stanley Kubrick, 1971  Arancia meccanica Un mondo di giovani che fanno tutto ciò che vogliono. Passano la notte in fumosi bar a bere latte drogato insieme alla classe borghese che va negli stessi posti per sentirsi viva davvero. I giovani si prendono il rispetto, afferrano il mondo degli anziani stappandoglielo dalle mani e spaccandogli i denti. I “drughi” si scontrano tra di loro per combattere guerre inutili di strada, molto simili alle guerre che si combattevano in quel periodo (Vietnam) e si combattono ancora oggi. Nessuna giustificazione anche minima alla base di tutta questa violenza, solo la certezza che non c'è più nulla in cui credere, niente da considerare tanto degno di rispetto da essere lasciato in pace.
I genitori sono ridotti a fantasmi, figure vuote che fingono di non vedere e di non sapere; muti, assenti, ormai morti dentro. Una lucida previsione di Kubrick, basta guardare ai padri ed alle madri di oggi, inconsapevoli di tutto ciò che fanno i figli, schiavi del lavoro e dell’apparenza.
Le nuove generazioni entrano nelle case della gente perbene: uomini che si sono chiusi nelle periferie per sfuggire alle città sordide create da loro stessi; fortini isolati nel deserto dell’indifferenza, ma non abbastanza sicuri da riuscire ad estraniarsi dalla società che li circonda. I giovani sfogano così la loro assurda rabbia pestando i bravi mariti, possedendo le gentili mogli, in una violenza insensata e senza alcuna giustificazione possibile.
Ma questi ragazzi non sono ignoranti: ascoltano la musica classica e si lasciano emozionare forse più degli studiosi "seri”. La assaporando nella loro essenza, evitando complicazioni e sproloqui. Da notare che Alex si arrabbia con uno dei suoi Drughi (e quanto gli costerà questo scontro) perché costui ha osato ridere di una donna che cantava amabilmente il suo caro Ludovico Van (Beethoven).
Alex non è né un frustrato né un debole: può conquistare due donne e portarsele a letto con una facilità incredibile.

Ma allora perché questa rabbia? Perché la violenza? Perché vivere senza futuro?

Stanley Kubrick, 1971  Arancia meccanica Un nichilismo estremo contraddistingue la filosofia di Kubrick. La cause sono infinite e trovano origine solo nella nostro passato storico. Ma la storia è ambientata in un imprecisato futuro, e dunque la critica può essere estesa al nostro presente. La società che privilegia la lotta, il liberismo più aggressivo possibile, la radicalizzazione politica, il dominio dell'apparenza, l'indifferenza dilagante, non può portare se non ad una sorta di lotta di tutti contro tutti. E allora Alex viene tradito proprio dai suoi fedeli, proprio nel momento in cui si macchia del delitto peggiore.

A questo punto sì che interviene la società e si attiva la precisa macchina statale. La punizione è l’unico atto che le istituzioni riescono effettivamente a compiere, imponendo un severo ordine all'interno delle prigioni, una disciplina ferrea che si inculca quando ormai non serve più, rinunciando totalmente a modificare il delirio che regna al di fuori del carcere.

Si apre la seconda parte del film, caratterizzata dalla “Cura Ludovico”.
Cura LudovicoLa cura viene paragonata al mito Platonico della caverna: come gli uomini costretti ad imparare la vita solo dalla proiezione delle ombre risultando poi incapaci di interagire e sopravvivere in essa, così Alex osserva la stessa violenza da lui ben conosciuta, ma tutto ciò non gli darà la salvezza. Come afferma il prete “costui ha perso il libero arbitrio”, non ha smesso di fare il male perché lo desidera consapevolmente, ma perché teme le conseguenze delle sue azioni(idea molto vicina alla  devozione Erasmiana, ma anche alla filosofia di Giordano Bruno). Il prete è l’unico che ha capito quando sia importante la volontà, al di là di ogni costrizione.
Si può aggiungere anche un’altra considerazione: le immagini che Alex vede sono delle scene di violenza terribili, certo, ma in se stesse non possono provocare la violenza. Una persona normale proverebbe orrore per Hitler, si interesserebbe alla trama dei film, si indignerebbe per la crudeltà compiuta su una donna. Nessuno inizierebbe a compiere il male dopo quelle visioni, così come nessuno “guarirebbe” dopo averle viste. Il regista critica ogni forma di censura delle immagini, perché da esse non si può che ottenere una rappresentazione della realtà; lo stesso film Arancia Meccanica è una rappresentazione della violenza come quella che vede il giovane, ma non la si deve censurare, perché in essa bisogna cogliere la carica conoscitiva e critica, senza additarla come causa del male nel mondo, da ricercare invece nella società che sta ben fuori dallo schermo.
Addirittura la cura finisce per distruggere anche quel poco di “poetico” che regna nell’animo di Alex. La musica del Ludovico Van accompagna le scene di violenza e, come queste, diventa un veleno per la giovane cavia. La censura indiscriminata travolge tutto, anche il bambino viene gettato insieme all’acqua sporca.
Forse è proprio questo il progetto delle classi dirigenti di ogni tempo: mantenere la società nel caos, punire severamente chi sbaglia, privarlo della volontà per poi farne un perfetto soldatino obbediente.

Inutile dire che la cura fallisce.
La vendetta delle ex-vittime è un ulteriore segno del degrado morale, un'altra conseguenza voluta dalle élite dominanti.
Alex stringe la mano del Ministro, illuminato dai flash dei fotografi che sigillano il suo ritorno in società. Il viso si allarga in un sorriso che lentamente trasfigura in un ghigno: nella sua mente ritornano immagini di lussuria sfrenata e violenza, ma stavolta c’è tutta la società ad applaudirlo, riprendendolo tra le sue braccia e tenendolo stretto, come una anomalia che si deve accettare per il mantenimento dello status quo.
Strumentalizzato per l’ennesima volta e quasi amato per la sua follia. Va bene tutto, anche che torni a far del male, purché non diventi davvero un cittadino consapevole.

“Ero guarito. Eccome!”

Particolarità:

Rossini e Beethoven guidano la trama, ma la scelta della musica è sempre perfetta in ogni declinazione.
I Drughi parlano in Nadsat, lingua ideata da Burgess, autore del romanzo; è un misto di inglese basso e russo.
Il titolo del film si spiega solo con questa lingua: Orange significa uomo, quindi si sottintende che l’essere umano sia come una bomba pronta a scoppiare; lasciando intuire anche una sorta di “programmazione” al male.
Malcolm McDowell (Alex) rimase ferito alla cornea durante le riprese della cura Ludovico.

Premi:
 
Nastro d’Argento al miglior film straniero.

Nomination:

Quattro nomination Oscar ( Miglior film, regia, montaggio sceneggiatura non originale).
Sette nomination BAFTA.

Tre nomination Golden Globe.

Ebbene sì, nemmeno un Oscar, ed in generale pochissimi premi. Il miglior film e la miglior sceneggiatura andarono a Il braccio violento della legge (meglio osannare chi sponsorizza davvero la violenza).
Nessun premio per le musiche (!) .

mercoledì 24 maggio 2017

LE SETTE BANALITÀ TANTO AMATE DAI MINISTRI DELL'ISTRUZIONE


Negli ultimi anni abbiamo avuto dei ministri dell'Istruzione di vario tipo: pessimi, appena decenti, surreali, inadeguati, dignitosi. Tutti loro, chi più chi meno, si sono distinti per delle banalità scandite quasi come un mantra. Alcune di queste affermazioni, se trasformate in realtà, avrebbero contribuito certamente a migliorare il sistema scolastico italiano, tuttavia alle parole non sono seguiti praticamente mai i fatti; altre, invece, sono semplici sparate, buttate lì perché di moda, quasi come se il pronunciarle fosse un obbligo morale.
Ne abbiamo selezionate sette, dalle più datate alla più recenti.

1) “Più inglese, più lingue straniere”. Ok, è risaputo che noi italiani non primeggiamo nel mondo per la conoscenza della lingua inglese o per la padronanza delle seconde lingue in generale. Ecco perché molti Ministri dell’Istruzione ripetono spesso questa cantilena. Bene, ma dopo averla pronunciata cosa fanno? Nulla. Il sistema scolastico continua a far ripartire da zero gli studenti all'inizio di ogni ciclo, i metodi di insegnamento continuano ad essere basati più sulla conoscenza delle norme che sulla produzione scritta ed orale, le ore di lezione non aumentano ( in genere 3 alle superiori). L’ultimo punto è quello decisivo, ma va soppesato bene. Si deve aumentare il monte orario dell’inglese e delle lingue straniere, ma non a discapito di altre discipline. Sacrificare l’Italiano, ad esempio, sarebbe una scempiaggine, dato che carenze linguistiche nella prima lingua si riflettono anche sulle seconde: un popolo bilingue di semi-analfabeti  non credo sia il traguardo da raggiungere.

2) “Valorizziamo il nostro patrimonio artistico e culturale”. Questa è proprio una banalità. Bisogna essere politici poco originali per ripetere questa ovvietà appena eletti. Bisogna essere veri politici di razza per disattendere questo proclama subito dopo. Il nostro patrimonio artistico e culturale è messo al centro della scuola? No, punto. La Storia dell’arte, per esempio, è in agonia, eppure chiunque sa che siamo famosi in tutto il mondo soprattutto per le nostre bellezze artistiche. Oltre alla Storia dell’Arte si dovrebbe rimettere in moto anche il processo di sensibilizzazione e incentivazione alla produzione artistica. Non ci sono più le botteghe col “maestro”, lo sappiamo, ma perché non aprire le scuole di pomeriggio con laboratori e corsi di fotografia, restauro, moda e quanto altro? No, meglio trasformare gli Istituti d’Arte in Licei, sancendo il trionfo dell’astratta teoria su ogni applicazione pratica e omologando gli indirizzi in un pastone scarsamente qualificante.

3) “Ci vogliono più scienziati e meno umanisti”. Il senso è chiaro: il mondo complesso e ipertecnologico in cui viviamo richiede esperti di informatica, elettronica, ingegneria ecc. ecc. Poco spazio, dunque, per gli umanisti. Questo può essere forse vero in generale (ed il trionfo della materia sullo spirito non può che intristirmi), tuttavia non è detto che i due campi siano in contrasto tra loro. Nel passato non c’era alcuna distinzione tra scienza e cultura, ce lo dimostrano figure come quelle di Pitagora, Archimede, Leonardo, Galilei e così via. E comunque, proprio noi italiani, siamo certi di aver bisogno di un maggior numero di tecnici? Forse chi pronuncia simili banalità non ha studiato attentamente la nostra storia. Deve essere questo il nostro settore trainante? Di recente un mio amico laureato in Informatica mi ha reso partecipe di un suo pensiero: le conoscenze specifiche le ha apprese quasi tutte all’Università, per cui, tornando indietro, sceglierebbe il Classico al posto dello Scientifico, consapevole che gli studi filosofici, umanistici ed artistici lo avrebbe dotato di maggiori capacità di comprensione della realtà e di una più robusta base culturale, indispensabile per crescere umanamente, più che dal punto di vista lavorativo.

4) “La scuola di oggi deve essere più tecnologica” (un tempo “un computer in ogni aula”). Certo, ovvio, le innovazione contemporanee devono entrare anche nella scuola, rendendola più confortevole ed organizzata.
E' necessario prestare attenzione a due cose:
- Bisogna, innanzitutto, sistemare le scuole: renderle sicure, attrezzarle per i disabili, ristrutturare gli edifici, evitare doppi turni e carenze di aule, fare in modo che i servizi igienici siano sempre funzionanti, sopperire l’endemica carenza di materiali (dal cassino alle sedie), collegarle meglio con i centri abitati.
Fatto ciò portiamo pure la tecnologia nelle scuole, ma:
- Si considerino i bisogni didattici prima di tutto (studiare da un lettore e-book, ad esempio, non è come farlo da un libro); si eviti di complicare il lavoro del personale e dei docenti (ho sperimentato il registro elettronico ed ora come ora mi sembra soltanto un favore agli alunni per far si che si perda tempo); si faccia in modo che gli insegnanti siano formati  e non gettati allo sbaraglio (spesso le LIM sono un arredo e non uno strumento didattico).

5)  “Diamo spazio agli insegnanti giovani e meritevoli ”. 
Frase di moda, decisamente, ormai la gioventù è invocata da tutti ed in tutti i campi. Certo, nulla dice che i giovani debbano per forza essere migliori delle vecchie generazioni, però nella scuola la necessità del ricambio si è fatta ormai pressante. Gli insegnanti anziani avranno di certo più esperienza, tuttavia scontano alcuni deficit: prima di tutto fisici, dato che i giovani d’oggi sono di certo più irrequieti ed insubordinati rispetto alle passate generazioni; in secondo luogo i vecchi prof hanno delle ovvie carenze informatiche, e di certo costa meno formare un giovane cresciuto nella tecnologia che far aggiornare un sessantenne; nelle mie materie (Italiano e Storia) i colleghi più anziani non hanno studiato la Linguistica, ed inoltre sono stati istruiti con programmi di Storia e Letteratura superati, ecco perché spesso si fermano alla Seconda guerra mondiale ed al Neorealismo; gli insegnanti di qualche generazione fa, inoltre, supportavano con tecniche implicite le carenze formative nel campo della pedagogia (e lo facevano ottimamente), mentre oggi la platea studentesca massificata e stordita dai nuovi media ha bisogna di professionalità dotate di approcci precisi e meditati. Chiariamo subito una cosa, nutro un profondo rispetto per i colleghi più esperti, ed infatti credo siano loro stessi a desiderare una pensione meritata da raggiungere il prima possibile; hanno dato tutto, in tempi di imbarbarimento culturale, ora devono godersi il giusto riposo.
Quindi sono d’accordo con questa frase? Certo, ed infatti la banalità ancora una volta è nella sua applicazione. Per fare un esempio, gli ultimi due concorsi per il ruolo risalgono al 2013 e al...1999! Ricordiamo, inoltre, che il concorso indetto da Profumo era precluso ai laureati dopo il 2003, clausola ridicola e palesemente incostituzionale. Per quanto riguarda le abilitazioni la situazione non è di certo migliore: le SSIS, bloccate nel 2008, sono tornate sotto il nome di Tfa soltanto nel 2012; la dura selezione ed un intenso corso assicuravano meritocrazia e preparazione, ma una ennesima, vergognosa sanatoria ha rimesso in gioco tutti i bocciati [clicca qui per leggere la storia].
Insomma, a parole tutti vogliono aprire la scuola alle nuove generazioni di insegnanti; ma nei fatti, come sempre, si procede in direzione ostinata e contraria.

6) “Bisogna partire dalla scuola per […]”.
Dopo i puntini sospensivi è stato detto di tutto e da tutti.
Partire dalla scuola per la legalità; però se un docente pretende il rispetto delle regole viene ripreso, senza contare l’assassinio dell’Educazione Civica.
Partire dalla scuola per ridare prestigio all'Italia; però gli insegnanti nostrani sono i meno rispettati dagli studenti, per colpa dei genitori accondiscendenti e della classe politica che ha svilito questo fondamentale ruolo.
Partire dalla scuola per ridar vita al patrimonio culturale locale; però i programmi ministeriali restano dei Moloch intoccabili e l’autonomia scolastica passa per contorte strade.
Partire dalla scuola per far sì che gli italiani colmino il gap linguistico (vedi punto 1), scientifico (vedi punto 2) e valorizzino il proprio patrimonio nazionale (vedi punto 3).
Partire dalla scuola per… “ educazione alla salute”, “uscire dalla crisi”, “buona politica” e così via; le banalità si sprecano e sprofondano la scuola in un perverso vortice di richieste non supportate, però, da adeguata considerazione e necessari finanziamenti.

7) “Abbreviamo le superiori di un anno”. 
La più recente delle banalità, formulata così bene da sembrare addirittura un’idea positiva.
Ridurre di un anno le superiori, secondo i sostenitori della tesi, permetterebbe ai giovani di affacciarsi al mondo del lavoro in anticipo; si, ma, quale lavoro?
 Un ulteriore vantaggio sarebbe quello di far iniziare l’università un anno prima, ottenendo così laureati più giovani. Ma con quali conoscenze approderebbero nel mondo accademico i diplomati? Non basta, infatti, ridurre a quadro anni gli istituti secondari di secondo grado (strizzando in meno tempo programmi già tiratissimi come quello di Storia e di Matematica) ma si dovrebbe riorganizzare tutto il percorso scolastico, a partire dalle elementari. I tecnici del Ministero hanno pensato a come farlo? O puntano solo al risparmi senza badare alla didattica?
L’idea è stata rilanciata anche dalla moglie di Enrico Letta sulle pagine del Corriere della sera, con il preciso obiettivo di risparmiare qualche miliardo all'anno. Bene, anche togliere i finanziamenti pubblici all'editoria, però, sarebbe un'idea più che valida;e magari alcuni giornalisti non troverebbero più spazio.

giovedì 13 aprile 2017

LE 10 IPOCRISIE DEGLI ITALIANI D'OGGI

Italiani popolo di santi, poeti e navigatori; italiani brava gente; italiani simpatici; italiani popolo di lavoratori...
Noi italiani siamo decisamente contraddittori. Talvolta riusciamo ad apparire decisamente migliori di come siamo in realtà, salvo poi smentirci subito, alla prima occasione. Altre volte sembra che tutto e tutti vadano contro di noi, ma d'improvviso un gesto generoso ed inatteso ci riscatta agli occhi del mondo.
Abbiamo ideato il Rinascimento, ma anche la Controriforma; mentre le nazioni europee si formavano noi lottavamo gli uni contro gli altri, ma al contempo lingua e tradizione culturale ci univano più saldamente degli stati vicini; ci siamo inebriati alle parole di un misero duce e poi riscattati con un'accanita Resistenza.
Sono troppo giovane per poter vagheggiare il ricordo di un'Italia migliore, per rimpiangere i bravi italiani di una volta o per rammentare quando qui era tutta campagna e gli uomini si amavano come fratelli. Gli italiani che conosco io sono decisamente ipocriti; a parole pieni di virtù e buone intenzioni, nei fatti malevolmente furbi e sempre pronti ad ingannare il prossimo.
Ho raccolto 10 ipocrisie tipicamente (ma non esclusivamente) nostrane, tali da riassumere il carattere nazionale:

1) POPOLO DI SPORTIVI:
Gli italiani sono un popolo di sportivi: a parole sarebbero capaci di segnare un gol in rovesciata da trenta metri, schiacciare con una sola mano, vincere la coppa Davis, andare a meta contro la Nuova Zelanda. Nei fatti, però, le statistiche indicano che lo sport è praticato sempre meno, mentre la salute degli italici fisici non è proprio quella degna dei grandi atleti. Gli italiani, a parole, sarebbero anche dei gran signori, umili nella vittoria e moderati nell'accogliere una sconfitta. Nonostante ciò il tifo resta tutt'altro che pacifico, i dibattiti post-gara non sono proprio accademici e persino ad alti livelli si tenta di nascondere con l'arroganza atti di slealtà sportiva.

2) POPOLO DI ACCULTURATI:
Su internet il popolo italico si contraddistingue per un'incredibile sicumera nelle proprie conoscenze e capacità. C'è un terremoto? Tutti sismologi. Un attentato? Tutti analisti militari. La crisi economica? Ognuno ha la sua ricetta. Un nuovo libro? Tutti critici letterari. La partecipazione è senza dubbio positiva, tuttavia l'ignoranza dilagante mi fa dubitare seriamente sull'effettiva competenza dei diffusissimi soloni moderni. Le statistiche sull'analfabetismo di ritorno e sul rapporto tra italiani e lettura non sembrano essere molto rassicuranti. I nostri politici, per rappresentarci in maniera degna, sfoggiano continuamente e ripetutamente figure imbarazzanti, ma probabilmente fingono per non metterci a disagio con la loro sapienza. Eravamo il paese delle cultura, ora ci beiamo della nostra ignoranza, mentre i lettori scemano giorno dopo giorno.

3) POPOLO DI INFORMATI:
Oltre ad una vasta cultura gli italiani si dicono anche aggiornatissimi su tutto. Dopo anni ed anni di osservazioni e dibattiti ho capito una cosa: siamo un paese che legge solo i titoli. Nei decenni passati le persone conoscevano l'argomento del giorno, ma la loro analisi non si spingeva oltre il sottotitolo di prima pagina. Oggi, con internet, la situazione non è cambiata molto; i navigatori scorrono solo l'anteprima del link, ma non ci cliccano sopra praticamente mai. Su cosa sono informati, allora, gli italiani? A giudicare dalle statistiche direi che sono degli esperti di calcio. Osservando le classifiche delle notizie più lette online direi che su tette e culi non si fanno sfuggire un millimetro; riguardo quest'ultimo punto, oramai, le notizie di donne nude/modelle/attrici/adescatrici stanno lentamente conquistando le home di tutti i giornali online, anche quelli che si autodefiniscono "seri". Nella triste classifica seguono le notizie su cuccioli teneri e video divertenti (mah), palesemente preparati a tavolino.

4) POPOLO DI RIVOLUZIONARI:
Gli italiani raramente sono contenti: nei secoli di dominazione continua rimpiangevano sempre gli oppressori precedenti; poche regioni del nord hanno portato avanti l'Unità ed ora quelle stesse desiderano la secessione; eravamo un popolo di fascisti e subito dopo di partigiani. Oggi l'antipolitica la fa da padrona, sembra che nessuno riesca più a riconoscersi nella classe dirigente degli ultimi venti anni. Eppure i due "vecchi" schieramenti, messi insieme, hanno totalizzato circa il 60%. Ogni giorno si organizza una marcia, una sommossa, un ribellione, ma ci ritroviamo uniti assieme solo per la partita della nazionale. Tutti vogliono trasformare l'Italia in un paese moderno, ma alla fine dei conti la raccomandazione è sempre la prima strada, spesso rivendicata anche con la frase "Potevo mai non approfittarne?". Se il termine "rivoluzione" viene preso alla lettera (ritornare indietro) allora si, siamo un popolo di rivoluzionari.

5) POPOLO DI COMPLOTTISTI :
In Italia abbiamo avuto stragi misteriose, rapimenti dubbi ed omicidi apparentemente privi di mandanti. Alle nostre spalle lo stato si è mosso talvolta in modo discutibile, mentre la classe politica non ha di certo operato sempre per il bene dei cittadini, bensì mossa da chissà quali interessi "superiori". Nonostante ciò, l'italiano medio non crede ai complotti, anzi, a suo parere tutto scorre in maniera naturale e trasparente, con precise cause e precisi effetti. Anche in questo caso, però, si nasconde una profonda ipocrisia. Gli italiani, infatti, diventano complottisti non appena vengono toccati i propri interessi: "Sono stato bocciato al concorso? i promossi erano tutti dei raccomandati!"; "Sono stato sconfitto alle elezioni come vice-amministratore del comitato di quartiere? L'altro chissà come si è comprato i voti"; "Mi hanno negato quel permesso? Chissà chi hanno voluto favorire"; "L'arbitro ha dato rigore contro? Siamo alle solite, il sistema ci teme".

6) POPOLO DI CINEASTI RAFFINATI:
Gli italiani vanno abbastanza spesso al cinema, i dati lo confermano. Il problema è cosa guardano. Un tempo eravamo una nazione produttrice e fruitrice di cinema d'alto livello. Un cinema che, pur non rinunciando alla vocazione popolare, riusciva a mantenersi innovativo, mai banale, affatto volgare. Oggi, invece, ai primi posti delle classifiche ci sono i cine-panettoni o le performance di cominci, magari non così disastrose, ma di certo non degne di record e primati. O forse si. Probabilmente, se il pubblico italiano è di basso livello, è naturale che opere volgari o appena sufficienti appaiano come dei capolavori immortali. Anche per quanto concerne la ricezione dei film stranieri non siamo così tanto originali; andiamo a guardare tutto ciò che viene iper-pubblicizzato, dimostrando ancora una volta di non possedere un minimo di coscienza critica ed autonoma.

7) POPOLO DI SALUTISTI:
La dieta mediterranea è apprezzata in tutto il mondo, grazie alla varietà, alla qualità ed alla salubrità dei prodotti che la compongono. Siamo invidiati per la nostra cucina, eppure, lentamente, abbiamo scelto di allontanarci da questa  salutare strada: i dati sull'obesità degli italiani si commentano da soli. Anche in questo campo siamo riusciti a farci imporre dei modelli dagli americani, mangiatori di grande quantità e bassissima qualità. In Italia siamo da sempre noti produttori di vino, e quasi ogni italiano si atteggia a sommelier, tuttavia le nostre scelte non sono sempre di ottimo livello. Se il benessere comincia a tavola, beh, non v'è dubbio, ci stiamo decisamente rovinando la salute.  


8) POPOLO DI ANIMALISTI/AMBIENTALISTI:
Il rispetto per gli animali è un valore positivo e lodevole, non a caso il patrono del nostro paese è proprio San Francesco. Negli ultimi anni, però, l'amore verso cuccioli più o meno carini si sta trasformando in una moda, peraltro assai conveniente per alcuni: politici in cerca di facile successo tra il pubblico; giornali desiderosi di attirare gente sui propri siti con video giornalieri del tipo "cucciolo di tigre bengalese semiestinta sorride alla mamma che lo allatta mentre fa la spaccata"; case produttrici di vestiti, cibi raffinati, profumi per i nostri amici pelosi, magari talvolta questi prodotti sono stati testati proprio su altri animali. Di certo gli italiani, a parole, sono tutti animalisti, ma alcuni dati sembrano andare decisamente contro questa interpretazione (abbandoni, maltrattamenti). Lo stesso vale anche per l'ambiente naturale, osannato ed amato da tutti, ma non rispettato adeguatamente, come confermato da altri dati. Insomma, un popolo di amanti del creato solo in teoria, ma la pratica si rivela tutt'altro che coerente con le intenzioni professate.

9) POPOLO DI DEVOTI:
La penisola italica ha accolto la sede della Chiesa e si è legata al suo destino per quasi duemila anni. Gli italiani sono stati sempre credenti e devoti, o almeno ne hanno dato l'apparenza. Oggi, in particolare, è rimasta solo l'obbedienza esteriore, una maschera di bigottismo e conservatorismo totalmente distaccata da ogni concezione spirituale delle religione. Sulla fedeltà le statistiche non sono proprio coerenti con le buone intenzioni professate; l'amore per i beni materiali cresce sempre di più, ed il modello del Cristo parsimonioso è sempre più lontano; "Non rubare" e "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare...", due insegnamenti infranti dinnanzi al muro dell'evasione. L'amore verso il prossimo non è certo coltivato con l'adeguata passione, ormai ho come l'impressione che gli italiani stiano perdendo la bontà e la solidarietà per cui erano famosi; non siamo più dei "buoni cristiani", ammesso che lo siano mai stati.

10) POPOLO DI "LEGGE ED ORDINE": 
C'è una cosa che mi ha sempre affascinato di noi italiani. Siamo giustizialisti fino al midollo quando guardiamo le colpe degli altri: pena di morte auspicata ogni giorno; legge del taglione come se piovesse; carcere a vita per i politici "ladri". Eppure, quando siamo noi a commettere qualche infrazione più o meno grave, diveniamo improvvisamente un paese di anarchici: "Perché fermate me? ci sono altri senza cintura!"; "Io un evasore? i veri ladri sono in Parlamento!"; "Una multa? Spenderò il triplo in avvocati pur di non pagarla!". Siamo bravissimi a delineare i limiti della libertà altri, tuttavia noi stessi vorremmo essere autorizzati a fare tutto.

mercoledì 15 marzo 2017

EPITAFFI FAMOSI


L'epitaffio (dal greco antico ἐπιτάφιον, "sopra la tomba") era il discorso tenuto nell'antica Grecia da un oratore per ricordare gli eroi morti in guerra, celebrandone così le gesta dinnanzi al popolo riunito. Uno dei più famosi in assoluto fu quello tenuto da Pericle per i morti del primo anno di guerra con Sparta.
 Epitaffio di Pericle ;dipinto di Philipp von Foltz
 Epitaffio di Pericle; dipinto di Philipp von Foltz
 In epoca romana l'epitaffio (laudatio funebris) era proferito durante il funerale da un parente o da un amico del defunto per celebrarne le gesta in vita ed insieme a lui tutta la gens
Con il termine "epitaffio", presso i bizantini, si indicava un velo eucaristico, detto così perché utilizzato solitamente nelle immagini del Cristo avvolto in un sudario e steso tra due angeli.
Nelle lingue romanze, per estensione, indica la scritta incisa sulla lapide o sul sepolcro. Molte personalità hanno scritto per se stesse il proprio epitaffio, talvolta esagerando nelle lodi, in altri casi con profonda ironia.

Ecco alcuni epitaffi di personaggi famosi.


AMBITO LETTERARIO:

Caro amico per amore di Gesù | rinuncia a scavare la polvere che qui è racchiusa. | Benedetto colui che risparmia questa pietre | e maledetto chi muoverà le mie ossa. (William Shakespeare)

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta. (Leonardo Sciascia)

Ebbi una lite d'innamorato col mondo. (Robert Frost)

Getta uno sguardo freddo sulla vita, sulla morte. Cavaliere, va' avanti! (William Butler Yeats)

Charles Bukowski

               Charles Bukowski

I am Providence. (evidente gioco di parole tra la città natale nonché luogo di sepoltura del "solitario", e la Provvidenza) (Howard Phillips Lovecraft)

Il bosco di Maratona potrebbe raccontare il suo glorioso valore, e il Medo dalle lunghe chiome, che lo conosce. (Eschilo)

Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, mi tiene oggi Partenope: cantai i pascoli, le campagne, i condottieri. (Publio Virgilio Marone)

Non provare (Charles Bukowski)

Ora, immortalità, tu m'appartieni! (Heinrich von Kleist)

Piccola tomba ma di gloria grande come il cielo | questa di Talete il sapientissimo (Talete)

Qui giace il corpo di Jonathan Swift, | ove l'ira e il risentimento | più non possono divorare il cuore. (Jonathan Swift)

Nulla mancò alla sua gloria, Egli mancò alla nostra. (dall'epitaffio sotto il busto di Molière all'Accademia di Francia)

174517 (Primo Levi – Cimitero Monumentale di Torino. Il "tatuaggio identificativo" di Monowitz – Immagine)

Qui giace l'Aretin poeta tosco/ che disse mal d'ognun fuor che di Dio/ scusandosi con dir "non lo conosco" (Pietro Aretino)

Richiamata. (Emily Dickinson)


AMBITO MUSICALE:
John Adam Belushi
John Adam Belushi

Il meglio deve ancora venire (Frank Sinatra)

L'amore ci farà a pezzi. (Ian Curtis)

La stella più luminosa è quella che si spegne per prima. (Jimi Hendrix)

Nel segno del suo demone. (Jim Morrison)

Sarò anche morto ma il Rock and Roll continua a vivere. (John Belushi)

Non escludo il ritorno. (Franco Califano)

Il re del pop. (Michael Jackson)


AMBITO STORICO-POLITICO:

Carlo e Nello Rosselli. Giustizia e Libertà. Per questo morirono. Per questo vivono. (riportato da Piero Calamandrei sulla lapide di Carlo e Nello Rosselli, cimitero di Trespiano, Firenze)

Cinera Antonii Gramscii (Antonio Gramsci)

Qui stanno le ceneri, il suo nome è dappertutto. (Napoleone Bonaparte)

La mia libertà equivale alla mia vita. (Bettino Craxi)

Sepolcro di Karl Marx
Sepolcro di Karl Marx
Morti per redimere la patria. (Fratelli Bandiera)

Padre della patria. (Vittorio Emanuele II)

Proletari di tutti i paesi unitevi. (Karl Marx)

Nessun amico mi ha reso servigio, nessun nemico mi ha reso offesa, che io non abbia ripagato in pieno. (Lucio Cornelio Silla)

O straniero, di' ai Lacedemoni che qui, obbedienti alle loro leggi, giaciamo. (Simonide di Ceo, monumento delle Termopili)

Finalmente libero, finalmente libero, grazie a Dio onnipotente sono finalmente libero (Martin Luther King)

Un sepolcro ora basta per colui al quale il mondo non era abbastanza. (Alessandro Magno)

Strappò il fulmine al ciel e lo scettro ai tiranni. (Benjamin Franklin) 


AMBITO SCIENTIFICO - FILOSOFICO:

 Dobbiamo sapere, sapremo. (David Hilbert)

Giace qui da qualche parte. (Werner Heisenberg)

Ho finito di instupidire. (Paul Erdős)
Sepolcro di Kant
Sepolcro di Kant

Due cose riempiono l'animo con sempre nuovo e crescente stupore e venerazione. Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. (Immanuel Kant, estratto dallaCritica della ragion pura)

La natura, e le sue leggi | giacevano nascoste nella notte | Dio disse, che Newton sia! | E tutto fu luce. (epitaffio per Isaac Newton, scritto da Alexander Pope)

Ringrazino i mortali per l'esistenza di un tale e così grande vanto del genere umano. (epitaffio per Isaac Newton)

Non temo nulla | Non spero nulla | Sono libero (Nikos Kazantzakis)

Qui giace Uno Il cui Nome fu scritto nell'Acqua. (John Keats)

S = k. log W (la formula creata dal famoso fisico e per il cui rifiuto probabilmente si suicidò) Ludwig Boltzmann (immagine)

AMBITO TEATRALE/CINEMATOGRAFICO/TELEVISIVO:

Aldo Fabrizi
Aldo Fabrizi
Allegria! (Mike Bongiorno).

Amici non piangete, è soltanto sonno arretrato. (Walter Chiari)

Eccola che viene... la possino ammazalla...! (Ettore Petrolini)

Non fu mai impallato. (Vittorio Gassman)

Ho smesso di fumare (Gianfranco Funari)

Tolto da questo mondo troppo al dente. (Aldo Fabrizi)





[La maggior parte degli epitaffi sono stati presi da Wikipedia, ne aggiungeremo altri man mano. Consigliatene alcuni anche voi scrivendoli nei commenti al post!]