mercoledì 20 giugno 2018

LE 10 PERSONE CULTURALMENTE PIÙ INUTILI SU FACEBOOK


Con il passare del tempo la platea di facebook si è decisamente allargata. Nato come sistema per connettere gli studenti universitari, ormai si è trasformato in una gigantesca piazza virtuale, un universo parallelo alla vita reale, ma non troppo dissimile da essa.
L'aumentare della folla, naturalmente, sta andando di pari passo con il peggioramento della qualità media degli utenti.
Gli amministratori del nostro blog, durante una discussione, si sono ritrovati concordi nel giudicare come i più detestabili quei personaggi che sguazzano sul social gettando discredito sulla parola "cultura".
Ne è uscito fuori questo post, il quale, tra il serio ed il faceto, vuole ritrarre un identikit di questi 10 tipi culturalmente più inutili; di sicuro ne avrete almeno uno tra i vostri contatti!

1) IL CONDIVISORE

Di solito questo individuo viene oscurato o cancellato dopo qualche settimana, perché finisce per intasare la vostra Home.
Non è difficile individuarlo. Condivide di tutto, ma davvero di tutto. Dall'evento storico del giorno, passando per l'ultimo film in uscita, fino alla citazione dell'autore maggiormente figo.
Condivide, ma non commenta quasi mai. Non si esprime, non interviene; si limita soltanto a cliccare un tasto, accumulando sulla propria bacheca tanta di quella roba che in un solo giorno ha più post di quanti possiate averne in un anno.
Noi ci siamo soffermati soltanto sul CONDIVISORE di tipo (finto)culturale, ma ovviamente ce ne sono di diversi tipi: dallo sportivo al politico, dall'indignato al romantico.
La caratteristica è sempre quella; usare Fb solo tramite un tasto, ignorando completamente il "mi piace" ed il "commenta".

2) IL CITAZIONISTA

Abbiamo parlato di questo personaggio già nel nostro post dedicato ai DIECI FINTI LETTORI.
Non è molto dissimile dal condivisore, se non fosse per un elemento: condivide solo citazioni.
Film famosi, libri classici e moderni, canzoni del passato e del presente; il tutto in modo completamente acritico, senza pensare alla veridicità della citazione postata.
Di solito questo personaggio non si limita soltanto a condividere citazioni sulla propria bacheca, ma viene anche a tormentarvi sotto i vostri post, commentando unicamente con citazioni, magari solo messe tra le virgolette alte, quasi anonime, oppure seguite da una sfilza di punti esclamativi, come per sottolineare l'importanza cruciale di ciò che ha citato.

3) IL PIACIONE MINACCIOSO

Anche in  questo caso non ci troviamo dinnanzi ad una tipologia di utente legata solo al mondo della cultura. Stiamo parlando, comunque, di quelle persone che cominciano mettendosi il "mi piace" da sole, evidenziando così in maniera piuttosto triste la solitudine della propria bacheca, ma che successivamente cominciano a mettere "mi piace" a qualsiasi post di chiunque. Il loro obiettivo è quello di riceverne altrettanti a propria volta, facendo in modo che subdolamente traspari la minaccia del tipo "se tu non metti mi piace ai miei post io non li metterò più ai tuoi".
Questi elementi si possono scovare soprattutto nel mondo del fan-fiction o degli autori di racconti online, i quali bramano come l'aria attenzioni così da non restare ignorati.
La fine drammatica a cui si assiste è questa: i PIACIONI trovano altri loro simili, finendo così per scambiarsi i like a vicenda, sebbene in realtà nessuno legga nulla scritto dalle altre persone.
Davvero molto triste.

4) L'UNTO DEL SIGNORE

Alcune persone si alzano la mattina e credono di essere Dio.
Ne conoscerete tante, senza dubbio. Per quanto riguarda la nostra rassegna ci riferiamo a coloro che svolgono un mestiere nell'ambito culturale (giornalista, docente, editore, scrittore, sceneggiatore, fotografo) e che sono affette dalla sindrome del Messia.
Ogni cosa che pensano, scrivono o mettono in atto è come oro.
L'autore di questo post è un docente, ed ammetto che molti miei colleghi sono soliti incensare il proprio operato, pubblicando post che li ritraggono come dei docenti alla Keating (il "prof-capitano" de L'attimo fuggente), mentre in realtà odiano a morte i propri alunni ed il proprio mestiere. Lo stesso vale per giornalisti attivi in sconosciute testate online che sembrano parlare di sé quasi fossero dei Montanelli dei giorni nostri. O anche editor di case editrice minuscole che si lamentano degli scrittori e dei loro concorrenti (tutte persone orribili, ovvio); ma anche autori che hanno pubblicato una decina di copie e sembrano volersi ergere a poeti vate; ed infine curiosi personaggi attivi con ruoli marginalissimi nel mondo del cinema, ma vanagloriosi come una star sul red carpet.
Non è certo una legge matematica, ma solitamente l'umiltà va di pari passo con la qualità delle persone; nei casi descritti entrambe sembrano essere in deficit.

5) LO SCRITTORE INCOMPRESO (E PER QUESTO HA PAGATO)

Ok, pubblicare oggi non è per nulla facile. Non basta aver scritto un capolavoro; c'è bisogno anche di una buona capacità di auto-promuoversi, oltre che di tanta fortuna.
Molti, perciò, decidono di pubblicare con case editrici a pagamento. Nulla di illegale, ovvio. E, a pensarci bene, non stiamo parlando neanche di un delitto morale. Tuttavia, almeno dal nostro punto di vista, preferiremmo restare nell'oblio o usare delle piattaforme online per la vendita diretta delle opere, invece che pagare degli editori per stampare e (forse) promuovere il nostro libro.
Tanti, come abbiamo detto, non riescono a resistere. Pur di vedere la propria opera stampata e rilegata accettano di sganciare del denaro; ma, nonostante ciò, si sentono comunque come i vincitori di un premio letterario prestigioso, o come autori acclamati dalle folle.
Decantano le proprie lodi con sprezzo del ridicolo; promuovono le loro presentazioni come se fossero attese da tutta la stampa specializzata (quando poi le foto testimoniano un deserto deprimente).
Ed infine, aggrediscono: attaccano se voi parlate male dell'auto-pubblicazione, odiano chi è riuscito a pubblicare senza pagare, detestano chi attira più attenzione sui social rispetto a loro.
Non sanno che potranno anche comprare il diritto di veder rilegato il proprio libro, ma ce ne passa per ottenere il giusto e meritato rispetto.

6) IL DOTTO IGNORANTE

Un tempo non era necessaria un'istruzione di altissimo livello per ottenere un lavoro. Anzi, con l'impegno e la serietà riuscivano a fare carriera anche persone che magari non avevano potuto completare il ciclo di studi inferiore. Oggi non è più così; persino i pluri-laureati fanno fatica a trovare un dignitoso impiego, ed allo stesso tempo l'istruzione obbligatoria è diventata praticamente alla portata di tutti.
  Ebbene, tralasciando il caso di coloro che non riescono a studiare per cause esterne, molti scelgono di restare ignoranti. Il bello è che, ormai, se ne vantano pure.
Se scrivete qualche elogio della cultura verranno a commentare stizziti, rivendicando la loro esperienza "nella vita vera, più utile di quella sui libri"; se deprecate la bassezza culturale della nostra classe dirigente insinueranno che "non conta la preparazione, ma l'onestà" (come se entrambe fossero impossibili).
Insomma, si vanteranno continuamente di essere ignoranti, criticando chiunque abbia scelto, invece, di percorrere il cammino opposto.
L'unica cosa divertente è che, se li farete davvero incazzare, scriveranno un qualche post polemico zeppo di errori grammaticali, così da non far altro che confermare la loro inutilità.

7) IL FOTOGRAFO ALLA MODA

Ci sono individui che spendono una marea di soldi pur di assistere alle prime di importanti opere teatrali, anche se totalmente annoiati dalle stesse, nonostante i sorrisi sgargianti impressi sulle foto postate su Fb poco prima che inizi lo spettacolo; sono gli stessi che comprano i libri più "in", immortalando immediatamente un'immagine di loro con la copertina in bella mostra, magari seduti ad un qualche caffè letterario; sempre costoro vanno alle anteprime cinematografiche delle pellicole più pubblicizzate, passando magari il tempo a postare commenti ed immagini sui social, dimostrando così di fregarsene delle settima arte.
Insomma, vogliono provare al mondo di essere immersi nel mondo della cultura, così da apparire (sulle bacheche) come in realtà non sono.

8) IL FOTOGRAFO

Un paesaggio autunnale in bianco nero...
Un tramonto multicolore...
 Un vecchio seduto a fumare il suo sigaro...
Il sorriso di un bambino...
Un gioco di ombre...
Basta! Ormai l'arte della fotografia è stata svilita dal perfezionamento delle tecnologie e dall'ampia diffusione di programmi usati per modificare le proprie istantanee.
Da qui è nato un proliferare di aspiranti Cartier-Bresson, prima rintracciabili soprattutto su Fb, ma ormai sostanzialmente migrati su Instagram, Tumblr e così via.
Qualcuno riesce, magari, anche a diventare famoso, come il tizio che immortala il cul...ehm, i luoghi più belli al mondo.
Per carità, tra di loro ci sarà certamente anche qualcuno bravissimo. Ma per uno veramente valido ce ne sono almeno migliaia che hanno stancato con le loro immagini banali e ripetitive, postate fino alla noia contando sui facili "mi piace" degli amici.


9) IL TAGGATORE

Questo nono elemento può anche essere una sintesi di quelli precedenti. Può presentarsi come uno scrittore, ma anche come fotografo, giornalista o magari tutto assieme!
Ciò che lo contraddistingue, però, è la determinazione con la quale è solito taggare i suoi contatti nei propri "lavori" appena postati. All'inizio la cosa può sembrare innocua, ma a lungo andare non ne potrete più di notifiche su notifiche, e soprattutto della pretesa, spesso avanzate dai taggatori, di ricevere anche dei commenti per le magnifiche creazioni.
Spesso il taggatore lo vedrete litigare con chi non ne può più e magari sbrocca in pubblico, oppure leggerete suoi post rivolti ad anonimi cattivoni che si non resi colpevoli di essersi cancellati dalle sue amicizie, perché stanchi di subire questa situazione.
Un consiglio; modificate la vostra privacy in modo da poter pre-approvare i tag e poi ignorate, ignorate, ed ignorate. Alla fine il taggatore resterà solo con i suoi fake.


10) LO SPAMMATORE

Non molto dissimile dal taggatore, lo spammatore si contraddistingue per la maggiore aggressività della propria auto-promozione.
Oltre ai tag, infatti, è solito venire a consigliarvi di leggere le sue opere in privato, oppure pubblicizzarle ovunque, anche sotto commenti o post che non c'entrano un tubo.
Vi perseguiterà in ogni modo, aggiungendovi ai suoi numerosi gruppi (perché non può averne uno solo?!) o consigliandovi la propria pagina con un tono tra il minaccioso e l'inquietante.
Anche qui l'importante è ignorare e sperare che presto tutto passi. Di solito, infatti, dopo qualche tempo lo spammatore sparisce. Ma poi torna, pieno zeppo di materiale da consigliarvi a tutti i costi...

domenica 3 giugno 2018

LE MIGLIORI CENTO CITAZIONI CINEMATOGRAFICHE DI SEMPRE


Nel 2005 l'American Film Institute ha stilato la classifica delle migliori cento citazioni cinematografiche di tutti i tempi, divulgata il 21 giugno dello stesso anno durante una trasmissione televisiva di ben tre ore andata in onda sulla CBS e condotta dall'attore Pierce Brosnan.

1500 giurati, scelti tra esperti di cinema, storici della materia ed addetti ai lavori (registi, attori, sceneggiatori, ecc.), hanno dovuto selezionare le citazioni prendendo in considerazioni solo frasi pronunciate in americano, magari anche durante dialoghi, ma senza considerare testi tratti da colonne sonore.
Un altro parametro fondamentale era quello della diffusione e divulgazione delle citazione: sono state scelte sono quelle entrate a far parte della tradizione popolare, diventando magari espressioni proverbiali, o battute ad effetto da pronunciare in momenti particolari. Allo stesso modo le frasi dovevano essere emblematiche, ovvero rappresentare a pieno il film da cui erano tratte, rendendolo così riconoscibili anche da una sola battuta.

I film candidati coprivano un arco temporale molto ampio, a cominciare dal 1927 con The Jazz Singer ed arrivando a Il Signore degli anelli - Le due torri del 2002. L'anno che contava più citazioni candidate è stato il 1939 con ben 19.

Il film con più citazioni presenti (6) è risultato Casablanca (1942, M. Curtiz), seguito da Via col vento (1939, V. Fleming) e Il mago di Oz (1939, F. Baum)  a quota 3; Un tram chiamato desiderio (1951, E. Kazan), Viale del tramonto (1950, B. Wilder), Il laureato (1967, M. Nichols) e Jerry Maguire (1996, C. Crowe) si fermano a due.

Humphrey Bogart è l'attore che vanta più citazioni, ben 5, ma addirittura ne erano 10 quelle in candidatura.

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LE PRIME DIECI CITAZIONI IN CLASSIFICA


mercoledì 9 maggio 2018

SCRITTORI ITALIANI MASSONI

La massoneria è studiata nelle nostre scuole in modo sintetico ed estremamente riduttivo. Solitamente si fa accenno a questa organizzazione in due momenti diversi: durante l’analisi della Rivoluzione francese e nella stagione rivoluzionaria di metà ‘800. Nel primo caso ci si sofferma di più sulle idee della libera muratoria, sulla sua attività in opposizione alla Chiesa; nel secondo caso c’è un accenno al ruolo svolto dalla massoneria nell’organizzazione dei moti del ’20-’21 ed in quelli del ’48, talvolta nei manuali è presente uno specchietto con una piccola storia dell’organizzazione, solitamente molto scarno e poco informativo. 
Simbolo, massoneria, occhio che tutto vede, piramide


Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, è l’assenza quasi totale di informazioni sugli avvenimenti successivi della storia contemporanea, come ad esempio l’Unità d’Italia, la Rivoluzione turca, il rapporto contrastato tra fascismo e massoneria, l’importanza riacquisita nel dopoguerra, gli affari del trittico finanza-chiesa-massoneria e i vari scandali a partire dalla P2.

Questo assordante silenzio si protrae anche alla storia della letteratura. Escludendo qualche rapidissimo accenno, non ci si concentra mai sul numero di scrittori italiani iscritti alla massoneria o vicini ad essa, tralasciando di analizzare il rapporto tra le loro opere ed il messaggio massonico. Talvolta la chiave massonica permetterebbe di allargare la prospettiva critica su un’opera, aggiungendo significati nuovi e sorprendenti; altre volte, invece, una lettura misterica o esoterica potrebbe contribuire a sciogliere riferimenti ed allusioni che appaiono come criptiche o contraddittorie agli occhi dei critici “tradizionali”.
Una piccola rassegna di importanti autori legati alla massoneria sarà utile per comprendere quanto sia ampio questa strada interpretativa scarsamente percorsa.  


Vittorio AlfieriVITTORIO ALFIERI (1749-1803)
Il titanico drammaturgo italiano fu iniziato alla massoneria all’estero, durante i suoi viaggi in giro per l’Europa. In una sua opera [La Vita, Epoca IV, capitolo I] mette in rima alcuni segreti e costumi dell’ordine, chiedendo nel contempo scusa ai fratelli per questo suo audace gesto. Successivamente aderì alla loggia “Vittoria” di Napoli, ed in effetti la città campana fu asilo di molti massoni durante la serrata piemontese ad opera dei Savoia. Negli ultimi anni di vita Alfieri rinnegherà questa sua esperienza nella satira L’impostura, così come sconfesserà tutti i suoi atteggiamenti illuministici, mostrando disprezzo verso il nuovo ordine che stava per imporsi per mano di Napoleone.

UGO FOSCOLO (1778-1827)
Del rapporto tra Foscolo e la massoneria non si sa molto. Fu iniziato presso la Loggia Reale Amalia Augusta di Brescia e la sua rapida carriera tra le fila dell’esercito napoleonico si spiega anche con la totale adesione ai progetti dell’imperatore ed ai suoi ideali profondamente intrisi nel messaggio massonico. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’interesse di Foscolo per il fratello Alfieri ed il fortissimo messaggio presente nei Sepolcri, opera in cui si loda l’influenza positiva che i morti possono avere su i vivi, attraverso una ispirazione patriottica e civile totalmente sganciata dall’ideale trascendentale cristiano. I riferimenti presenti in quest’opera sono numerosi (come ad esempio la lode per i costumi dell’Inghilterra, nazione forgiata dalla massoneria e tutt’altro che “nemica” per l’autore nonostante gli scontri tra essa e Napoleone) , così come quelli delle Grazie, impossibili da capire appieno se non si collega il percorso evoluzione umana con quello tracciato e auspicato dalla massoneria.
GIOSUE’ CARDUCCI
GIOSUE’ CARDUCCI (1835-1907)
Giosuè Carducci fu iniziato alla massoneria nella loggia Galvani di Bologna, spinto dai suoi sentimenti anti-ecclesiastici e patrioti; la città emiliana resta ancora oggi un centro importantissimo per la libera muratoria. La sua fiducia nel progresso e l’opposizione ad ogni tipo di oscurantismo lo spingeranno a comporre l’Inno a Satananel 1863. L’opera, pubblicata due anni dopo, è un durissimo attacco al potere della chiesa ed al suo messaggio repressivo, sancito da Pio IX nel Sillabo, pubblicato nel 1864. Per Carducci, Satana è il simbolo dell’energia vitale e del progresso, esemplificato dall'immagine vigorosa della locomotiva. Certo non poté sfuggire al poeta la consuetudine di appellare, da parte della chiesa, come “satanico” o “luciferino” tutto ciò andasse contro il proprio messaggio; non è un mistero, inoltre, che all'interno della massoneria l’ideale ribelle di Lucifero è sia considerato positivamente, facendo riferimento all'etimologia propria del termine “portatore di luce” e realizzando una sorta di commistione con il pagano Prometeo, altro eroe massonico. Successivamente il poeta vate si distaccherà dall'ordine con il suo riaccostarsi alla monarchia ed a posizioni più conservatrici.



GIOVANNI PASCOLI (1855-1912)
Seguendo la strada tracciata dal suo maestro Carducci, Giovanni Pascoli aderì alla massoneria venendo iniziato nella loggia Rizzoli di Bologna. La questione sulla sua adesione all'ordine è remota e molto combattuta, fu la sorella la prima a negare l’affiliazione, tuttavia il ritrovamento recente del testamento del poeta ne dà conferma senza ombra di dubbio. Della massoneria Pascoli amava l’impegno attivo, la fratellanza e la solidarietà che lo facevano sentire, per una volta, protetto. Influirono certamente anche gli ideali socialisti ed umanitari che contraddistinsero la giovinezza dell’autore. Una traccia di passione mistica ed esoterica è riscontrabile, invece, nelle pagine critiche che Pascoli dedicò a Dante, dense di significati profondi ed esoterici.



GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938)
L’adesione di D’Annunzio alla massoneria è piuttosto controversa, dato che, sebbene non manchino i riferimenti del poeta a simboli ed ideali massonici, ed inoltre siano note le sue amicizie con massoni dichiarati, manca una prova certa della sua adesione formale. Nel 1901 inaugurò l’Università Popolare di Milano con il suo fondatore Ettore Ferrari, gran maestro del GOI, e successivamente si ebbe uno scontro tra le diverse logge per accaparrarsi il poeta. La disputa sarebbe stata vinta da quella di Piazze del Gesù e D’Annunzio avrebbe successivamente percorso tutti i gradini della scala massonica fino ad arrivare al 33◦ grado; la stessa bandiera della Reggenza del Carnaro avrebbe simboli esoterici e massonici, senza dimenticare che molti aderenti all'impresa fiumana furono a loro volta massoni. Secondo un’altra teoria D’Annunzio aderì alla corrente massonica del Martinismo, spinto dal suo amico Debussy; questa società aborriva i caratteri razionalistici tipici della libera muratoria, perseguendo un forte panismo edonista e sensista che poggia la sua base teorica sull'idea di una divinità formata da emanazioni sensitive che l’uomo deve recuperare attraverso un percorso mistico.
Certo non deve passare inosservata la scelta di D’Annunzio di denominare i suoi tre cicli di romanzi con simboli massonici o esoterici, quali il Giglio, la Rosa, e soprattutto il Melograno.

EDMONDO DE AMICIS (1846-1908) & CARLO COLLODI (1826-1890)
L’autore di Cuore avrebbe aderito alla massoneria in Uruguay, tuttavia non c’è unanimità di vedute tra le fonti, né sulla sua iniziazione, né su dove sarebbe avvenuta. Gli ideali socialisti, egualitari e democratici dell’autore sarebbero un indice di questa sua adesione, comunque piuttosto incerta.  Recentemente è stata avanzata l’ipotesi che il libro Cuore sia un vero e proprio manifesto dei valori massonici con cui si voleva plasmare la giovane Italia, basati fondamentalmente sull'amore per la patria.

In modo molto simile sono stati considerati come “massonici” i valori trasmessi da un altro autore di libri considerati “per ragazzi” (forse in modo troppo semplicistico). Ci riferiamo a Carlo Collodi, padre del famosissimo Pinocchio. La stessa nascita del protagonista, forgiato dalla grezza materia, sarebbe da collegare con l’ideale di crescita massonico basato sulla “costruzione” della propria identità, ed inoltre gli strumenti di Geppetto sono ancora oggi noti simboli della massoneria (scalpello, maglietto); la morte di Pinocchio burattino simboleggerebbe il passaggio dalla vita ingenua a quella adulta e consapevole, senza dimenticare che l’attraversamento della morte è uno dei riti di iniziazione all'ordine  altri passaggi riconducibili al rito sarebbero riscontrabili nella bevanda amara che i tre medici (come tre sono gli ufficiali del rito iniziatore) gli fanno bere; il burattino viene accolto dai suoi simili che lo chiamano “fratello”; il ventre della balena somiglierebbe alla “camera di riflessione” e così via.



SALVATORE QUASIMODO (1901-1968)
Salvatore Quasimodo fu iniziato alla massoneria nel 1922 dalla loggia 
Arnaldo  da Brescia di Licata e successivamente ne è stata intitolata anche una in suo onore. Come il Pascoli anche Quasimodo attribuirà alla massoneria un ruolo guida nel processo di solidarietà umana, sostenuta dalla forza dell’intelligenza laica. Le tematiche mistiche ed esoteriche segneranno in particolar modo le sue prime opere, Acque e Terre ed Oboe sommerso

Oltre a questi autori ce ne sono tantissimi altri accostabili all'ordine  alcuni dei quali indubbiamente massoni: Giacomo Casanova, Antonio de Curtis, Arrigo Boito, Luigi Capuana, Luigi Settembrini, Goffedro Mameli.
   
Tra i “sospettati” di essere massoni ricordiamo: Guido Gozzano, Francesco De Sanctis, Vincenzo Monti, Cesare Beccaria.

E' evidente che più ci sia avvicina ai giorni nostri e meno dettagliate sono le informazioni in nostro possesso. Sugli autori più recenti bisognerà attendere una cinquantina d'anni almeno. 


per saperne di più clicca qui: dubitoergosum

giovedì 19 aprile 2018

ESSE EST PERCIPI

Essere è essere percepiti. 

L’esistenza non sussiste in assoluto. Non siamo nulla senza alcuna contatto con chi ci può farci da specchio.
Chiusi da soli, in una stanza, esistiamo davvero? Grazie alla mente pensiamo, certo, quindi crediamo di esistere, ma supponiamo ciò soltanto grazie al nostro stesso pensiero; potrebbe essere tutto un’illusione della mente, un'eco lontana di qualche passata esistenza.
L’uomo è l’universo giunto alla consapevolezza di sé”: perfetto, sennò perché dovrebbe esserci l’esistenza? Una entità vagante nello spazio profondo non potrebbe sapere di esistere davvero. Potrebbe pensare di esistere, ma questo pensiero potrebbe essere una illusione, una condizione limitata e meccanica, un sogno della non esistenza. Solo lo scontro o l’incontro con un’altra entità le può dare la prova di esserci, di vivere ed essere sentita.
Dio vagando per l’universo potrebbe essersi sentito solo.
Potrebbe aver capito di non esserci mai stato in realtà, perché non aveva mai lasciato una traccia di sé, qualcosa da contemplare per capire davvero di essere stato.
Figuriamoci allora l’uomo
Sentirsi soli sulla terra è una sensazione che molti sbandierano come desiderabile, ma che nessuno vuole provare, in realtà: si parla di grandi esperienze eremitiche, ma queste sono tali, paradossalmente, perché sono state percepite e tramandate; senza di ciò sarebbe esistite solo per chi le ha praticate e, quindi, non ci sarebbero mai state.
Persino gli insetti o le forme di vita minime si uniscono, si coalizzano, o anche i batteri e i virus cercano la vita da insediare, perché solo trasformando l’ambiente circostante sanno davvero che ci sono…
Gli atomi, essi stessi hanno generato tutto cozzando ed incontrandosi: diceva il filosofo che se fossero caduti tutti perpendicolarmente, senza forza alcuna che li facesse deviare dalla caduta nel vuoto e nel tempo, non si sarebbero mai toccati.
L'esistenza non sarebbe mai stata tale.
Anche loro hanno subito delle declinazioni, dei movimenti che li hanno fatti incontrare ed unire; spostamenti che altro non sono se non forma infinitamente piccola, ma profondamente grande, d’amore; proprio perché immotivata, senza nessuna causa scientifica. Sono finiti l’uno sull'altro solo per non restare da soli.
Eppure…
Eppure l’uomo contraddice tutto ciò: figlio di un Dio che non voleva sentirsi solo, di un universo che voleva conoscersi, di microscopici corpuscoli primordiali che si coalizzavano per uscire dall'acqua, proprio egli, l’uomo, fatto dagli stessi atomi che viaggiano ma pur sempre cozzando tra loro, si è progressivamente isolato.
Dietro gli ordini, i ceti, le classi, i partiti, gli stati, le etnie, le religioni, le guerre, il tifo, l’odio, il narcisismo, la presunzione, l’indifferenza, la superbia, l’invidia, la crudeltà, la violenza, le ideologie…
Abbiamo dimenticato che esistiamo solo se restiamo insieme, solo se (r)esistiamo amandoci l'un l'altro.

Oggi abbiamo a disposizione i più grandi mezzi di comunicazione, ma li usiamo soltanto per uno scopo: gridare quanto siamo soli, senza muoverci verso l’altro, senza voler percepire…

Esistiamo come se non esistessimo, sopravviviamo ormai stancamente, ed abbiamo smesso di vivere. 

venerdì 13 aprile 2018

IL CAMMINO DI UNA MENTE ATTIVA: DALLA MEMORIA AL RAGIONAMENTO

Ho un incubo che mi perseguita dalle elementari, anche ora che sono passato dall'altra parte della cattedra: devo memorizzare qualcosa (la “cosa” si è evoluta col tempo: tabelline, poesie, date storiche, idee filosofiche) e ho poco tempo per farlo; non riesco a selezionare il materiale da dover imparare, è troppo vasto e confuso. 
Il sogno si interrompe durante l’interrogazione, quando cerco disperatamente di ricordare qualche frammento e il mio inconscio si rende conto che non c’era nulla da riportare alla mente.

Tutte le cose che ci spaventano hanno sempre origine da sensazioni già sperimentate.

Questo incubo lo collego proprio alla realtà a cui rimanda: l’ossessione del sistema scolastico per la memorizzazione. Trovatomi ad insegnare,comunque, ho compreso come le nozioni siano sicuramente una parte fondamentale nell'apprendimento. La didattica, per quanto possa tendere a competenze pratiche, deve necessariamente basarsi su conoscenza da imparare.

Una cosa è certa, dunque, la memoria va allenata ed è la base per qualsiasi progresso intellettivo.
Tuttavia, il nostro sistema educativo ha sempre messo la quantità davanti alla qualità. Ancora oggi sento di docenti di latino che si infuriano se il malcapitato studente non ricorda gli accenti da apporre sulle desinenze dei verbi (nel senso che si arrabbiano se ricorda tutto tranne quello), o gettano nella fossa dei dannati chi non rammenta il paradigma di una coniugazione irregolare; professori di matematica che assegnano decine di esercizi senza spiegare adeguatamente come affrontarli o come servirsi delle conoscenze matematiche al di fuori dei fini scolastici; colleghi di storia che spiegano la metà delle pagine assegnate “perché tanto non c’è bisogno di chiarire nulla, si tratta solo di imparare”. Come se la tradizione culturale latina ci avesse lasciato i suoi insegnamenti nei significanti e non nei significati; come se mille esercizi possano creare un nuovo Einstein più di una mente allentata a ragionare; come se gli eventi del passato non avessero delle cause complesse e delle conseguenze talvolta di difficile comprensione.
Lo ripeto, la memoria è importante ed anche lo studio “nozionistico” ha il suo enorme valore. Un palazzo stupendo senza basi adeguate crolla, è inevitabile.
Ma (si indigneranno le mie maestre elementari, tuttavia fingo sempre di non ricordare l’inutile regola che prescrive di non iniziare mai un periodo con “Ma”) una mente ingolfata da dati, cifre, formule, è destinata ad utilizzare tutta la sua elasticità soltanto per imparare cose create da altri, piuttosto che idearne delle proprie.
La nostra società ci spinge ad imparare una risposta per tutto. Impossibile. Bisogna insegnare a porre (e a porci) le domande giuste. Insegnare a non accettare le “formule”, o meglio, insegnare ad accettarle solo dopo averle fatte proprie. Insegnare a pensare, contemporaneamente con l’insegnare a “conoscere”. Inoltre, una mente addestrata a ragionare saprà selezionare adeguatamente cosa c’è da ricordare e cose no.

Sherlock Holmes riusciva a risolvere dei casi impossibili con metodi stupefacenti: era capace di scoprire i luoghi dove aveva camminato una determinata persona guardando il tipo di sporco sotto le scarpe; da ciò deduceva cosa aveva fatto l’individuo e perché. Il famoso detective spiegava continuamente allo svampito Watson che ci sono due qualità fondamentali che bisogna possedere per essere capaci di risolvere un caso: conoscenze esatte e capacità di analisi.
Memoria e pensiero.


Elementare.

venerdì 30 marzo 2018

CITAZIONI ERRATE E CATTIVE INTERPRETAZIONI: 7 ESEMPI EMBLEMATICI

Quante citazioni leggiamo ogni giorno sui social media e su internet in generale? Tantissime, ma spesso chi le scrive non conosce a dovere l'opera da cui sono sono state tratte, o addirittura ignora completamente il pensiero e la poetica dell'autore che le ha scritte. Talvolta l'errore può sussistere proprio nell'attribuzione (e ne abbiamo parlato nel nostro post sulle "bufale letterarie"), oppure nella corretta forma della frase, ma ci sono dei casi in cui il significato affibbiato ad una citazione non è proprio quello corretto, magari perché estratta da un contesto più complesso.
Abbiamo raccolto alcune famose citazioni, condivise spesso senza che se ne conosca il significato corretto. In alcuni casi il senso originario non è troppo differente da quello comunemente noto, tuttavia sono necessarie alcune precisazioni per comprendere il messaggio che l'autore intendeva trasmettere; in altre occasioni il senso è stato completamente stravolto, così da attribuire allo scrittore idee molto distanti da ciò che voleva comunicare.
Per evitare di fare brutte figure (e magari per farle fare a qualche "citazionista" incallito) leggete e diffondete il nostro post!

1)Omnia vincit amor et nos cedamus amori. [Virgilio; Bucoliche, X 69]
Amor vincit omnia; Caravaggio.
Amor vincit omnia; Caravaggio.
La frase è diventata il motto degli innamorati d'ogni epoca, fiduciosi nella potenza assoluta dell'Amore. Tuttavia, prestando attenzione alla poetica virgiliana, il messaggio non è proprio quello che la maggioranza dei lettori ha recepito. Ci troviamo nell'ultima Bucolica ed il poeta Gallo, affranto dall'amore, sta cercando di convertirsi al genere pastorale per alleviare le pene del suo cuore; tuttavia, sente di non appartenere a questo mondo arcadico ed alla fine pronuncia questo inno sulla forza dell'Amore. Dobbiamo sapere, però, che Virgilio prende nettamente le distanze da Gallo. La poesia elegiaca non appartiene al mantovano ed anzi lui sta intraprendendo un cammino che lo porterà lontano da qualsiasi genere "disimpegnato". Nella sua opera successiva, le Georgiche, troveremo infatti l'espressione "Labor omnia vincit" [Georgiche I, 145], la quale conferma la forza del lavoro e della fatica su ogni cosa. Non c'è più spazio per l'amore, ed anzi in quest'opera si assisterà al successo di Aristeo (lavoratore ed obbediente) e al fallimento di Orfeo (impulsivo per amore); arriviamo poi all'Eneide dove non c'è traccia di amore trionfante, ma anzi tutti i personaggi dovranno subire le pene d'amore uscendone sconfitti (Didone, Lavinia, ecc.ecc.).
Dunque, citate pure la frase, ma sappiate che non rappresenta di certo il pensiero dell'autore che l'ha scritta.

2)Carpe diem, quam minimum credula postero. [Orazio; Odi X, 11, 8]
In questo post [clicca] abbiamo già parlato della citazione oraziana, spiegando come essa non sia affatto un'esaltazione cieca e smodata dei piaceri o della vita "al massimo", ma tutt'altro.  L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).In questo caso, dunque, citate la massima solo se inclini all'equilibrio, e non dopo una nottata di bagordi (magari trasformandola nel titolo dell'album di Fb nel quale apparite sempre ubriachi).


3) Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. [Dante Alighieri; Divina Commedia, Inferno; XXVI, 119-120]
Le splendide parole pronunciate da Ulisse nell'Inferno dantesco innalzano la natura umana, proiettandola verso una dimensione divina attraverso l'amore per la scoperta, glorificandola con la sete di conoscenza che dovrebbe sussistere in ogni essere umano. Quanto di questo pensiero, però, è proprio di Dante? Sicuramente il giovane Alighieri visse spinto dall'amore per il sapere, come sappiamo dall'allegoria della "donna gentile". La ricerca della verità lo spinse, però, ad andare troppo oltre, superando quelli che sono i limiti umani [per una lettura su Dante esoterico clicca qui]. Il Dante che scrive la Commedia, però, ha ormai superato quella fase. La consapevolezza che esiste un confine invalicabile lo ha convinto a collocare Ulisse tra i peccatori, tra coloro che utilizzarono la propria intelligenza e la propria dialettica per spingere anche altri a peccare di presunzione. Nell'Inferno manca un girone dei superbi, ma forse è proprio qui che se ne può trovare un surrogato; ed infatti lo stesso Dante è proprio in questo punto che appare più "vicino" al peccatore, così come aveva fatto con Paolo e Francesca nei lussuriosi.
Dunque, è giusto citare questi versi per esaltare la sete di conoscenza umana che sfida anche i precetti divini, ma bisogna comprendere che non rappresentano il pensiero di Dante. Si può essere o meno d'accordo con il suo punto di vista, ma per onestà intellettuale non gli si può togliere il senso del "limite" cristiano, senza il quale la Commedia non avrebbe senso.  


4)Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza. [Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna]
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Al pari della citazione oraziana, anche i noti versi di Lorenzo dei Medici nascondono un significato tutt'altro che spensierato al di sotto del senso letterale. La canzone da ballo invita indubbiamente a godere del presente, lasciandosi trascinare dal piacere dei sensi senza che vi sia alcun rimorso, d'altronde lo spirito del carnevale era e è proprio questo; la gioia di vivere aristocratica rinascimentale si contrappone a tutti i precetti ascetici e rinunciatari dominanti fino a quel periodo. Detto questo, però, bisogna anche prestare attenzione alla genesi pessimistica e inquieta su cui poggia tale spensieratezza: il verso 7 recita "perché 'l tempo fugge e inganna", ed infatti caducità e fugacità dell'esistenza avviliscono gli uomini di oggi così come quelli di allora. Lo stesso ritornello inizia con "Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia", rendendo subito evidente la compresenza di precarietà e spensieratezza. In definitiva, è ovvio che la canzone si presenta come un invito ad assaporare i piacere della vita, ma ciò non vuol dire che sia facile farlo senza alcun pensiero negativo, anzi, l'esistenza gaudente è un fragile mezzo attraverso il quale ci si può illudere che la felicità durerà per sempre; idea fallace e, di conseguenza, precaria, al pari della vita umana.

5)Il fine giustifica i mezzi. [Niccolò Machiavelli?!]   
Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

 La citazione in questione di solito è riportata con un doppio fraintendimento: il primo relativo all'autore, il secondo riguarda il messaggio attribuito allo stesso. Secondo una credenza molto diffusa la massima apparterrebbe a Niccolò Machiavelli, ma in realtà il segretario fiorentino non l'ha mai scritta in questa forma; al limite egli ha scritto che, per quanto riguarda le azioni dei principi, "si guarda al fine [...] e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli". Passiamo al messaggio: Machiavelli crede davvero che i governanti possano fare di tutto? Niente affatto, la questione è molto più complessa. Partendo dal presupposto che gli uomini quasi mai sono "giusti" consiglia al principe di essere multiforme, di mostrarsi talvolta uomo talvolta bestia. Ma ciò non implica affatto che egli possa permettersi di tutto, anzi, le crudeltà fine a sé stesse o gli atti eccessivamente atroci potrebbero rivolgersi contro di lui; inoltre distingue tra "principi" e "tiranni", biasimando quest'ultimi che si servono di ogni crudeltà senza che vi sia alcun bisogno. Machiavelli, inoltre, non può giustificare moralmente alcun atto compiuto dai regnanti, dato che, secondo la sua idea, "morale" e "politica" sono due ambiti autonomi e separati. Si limita a constatare ciò che da sempre è stato intrapreso dai politici ed a suggerire a quelli futuri di tenersi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, anche quello meno nobile, ma soltanto nei casi necessari e solo per salvaguardare il bene pubblico. Aggiungiamo ancora che Machiavelli è consapevole dell'impossibilità di basare uno stato soltanto sul terrore, ed inoltre la sua preferenza per il principato (in cui comanda un sol uomo) è riferita unicamente ai momenti di crisi, ma per quanto riguarda il lungo periodo la repubblica è la forma di governo più adatta (si vedano i Discorsi).
Anche in questo caso, possiamo essere d'accordo o meno con lui, ma dobbiamo ammettere che riuscì a delineare con precisione il carattere a-morale dello stato ed è opportuno riconoscere che la citazione in esame non solo non gli appartiene, ma riassume in modo inesatto il suo pensiero.

6)E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. [Giovanni, III, 19; Citata da Leopardi all'inizio della poesia La ginestra]
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Il versetto biblico posto ad epigrafe delle poesia leopardiana viene spesso citato in modo errato: talvolta lo si attribuisce all'autore recanatese, altre volte viene utilizzato in modo completamente difforme rispetto alle intenzione di Giovanni. Leopardi se ne serve in chiave antifrastica, cioè utilizza una massima cristiana, ma rovescia il significato originario proponendone uno decisamente innovativo: per lui le tenebre sono quelle dell'oscurantismo religioso che attanaglia gli uomini al pari di ogni ideologia spiritualistica; ma allo stesso tempo egli considera buie anche le idee progressiste di quel periodo. Ricordiamo che in quegli anni si intravedevano già le basi del clima positivista. Fede e progresso sono condannate in egual modo, così come ogni altro facile ottimismo che non presti attenzione ad una verità fondamentale (la "luce"): l'uomo vive una condizione tragica, privo di felicità e minacciato costantemente dalla natura. Dunque, se si cita il passo biblico si deve tener presente che la "luce" è la fede nella rivelazione; se si fa riferimento alla citazione fatta da Leopardi non si deve credere che la "luce" per lui sia il progresso (questa interpretazione è molto diffusa), ma abbiamo appena visto che anch'esso è condannato dal Leopardi.
L'unica speranza ammessa dal poeta è quella relativa alla presa di coscienza degli uomini, i quali devono liberarsi da questi falsi miti ed unirsi in una comune lotta contro le avversità, riscoprendo così la serenità di una società giusta e civile. Questa è l'unica corretta interpretazione.

7)Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. [Giuseppe Tomasi di Lampedusa; Il Gattopardo]
Il Gattopardo è un'opera complessa, a metà strada tra romanzo storico e decadente, resa ancora più sorprendente dalla profondità dei suoi personaggi ed in particolar modo dal protagonista. Nonostante ciò spesso viene fraintesa o mal interpretata, e la citazione qui segnalata ne è un esempio. Spessissimo si sbaglia ad attribuirla, ed infatti molti credono che a pronunciarla sia il principe, mentre invece si tratta del nipote Tancredi. L'errore di attribuzione si riversa anche sul contenuto. Il principe Fabrizio, infatti, non avrebbe mai detto una cosa simile, dato che la sua lucida consapevolezza gli aveva fatto comprendere che ormai non c'era più spazio per i nobili come lui; nessuna possibilità di mutar forma ed adattarsi, ed infatti rifiuterà l'offerta di un posto al Senato fattagli dal cavaliere Chevalley. L'immobilità è la caratteristica dei siciliani secondo Fabrizio, dato che essi hanno subito troppi mutamenti nel corso della loro storia. Il giovane Tancredi, invece, sa che bisogna sfruttare tutte le occasioni possibili per restare a galla, dunque si schiera dalla parte dei garibaldini e accetta di sposare Angelica, figlia del parvenu don Calogero.
In conclusione è sbagliato attribuire la frase a don Fabrizio, ma anche considerarla l'emblema dell'ideologia di Tomasi di Lampedusa, dato che l'autore siciliano era consapevole dell'impossibilità di conservare davvero le cose così come sono, frenando le maree della modernità.
Al tempo stesso anche coloro che la citano, magari per rappresentare i politici contemporanei, devono capire che alla fine essa non si avvera nel romanzo, anzi, il mondo preunitario scompare completamente così come la nobiltà del principe, costretto a morire in un albergo gestito da un borghesuccio. Alla lunga nessuno sopravvive al mutare delle stagioni, nemmeno gli opportunisti.

venerdì 9 marzo 2018

Il vecchio e il mare (Ernest Hemingway) - Incipit e explicit

INCIPIT

He was an old man who fished alone in a skiff in the Gulf Stream and he had gone eighty-four days now without taking a fish. In the first forty days a boy had been with him. But after forty days without a fish the boy’s parents had told him that the old man was now definitely and finally salao, which is the worst form of unlucky, and the boy had gone at their orders in another boat which caught three good fish the first week. It made the boy sad to see the old man come in each day with his skiff empty and he always went down to help him carry either the coiled lines or the gaff and harpoon and the sail that was furled around the mast. The sail was patched with flour sacks and, furled, it looked like the flag of permanent defeat. 

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

EXPLICIT

In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.