venerdì 13 aprile 2012

IL MINISTRO E LO SCRITTORE: SCIASCIA MUTILATO



Martedì 10 aprile 2012 il ministro degli interni Anna Maria Cancellieri ha fatto visita al paese siciliano di Racalmunto che recentemente ha visto sciogliere il proprio consiglio comunale a causa di infiltrazioni mafiose. Il ministro ha tentato di comunicare speranza ai cittadini, ha chiesto loro di credere fermamente nella rinascita del paese e, quindi, di affidarsi alle istituzioni, ha cercato di conquistare la fiducia della gente con invocazioni alla sicurezza, alla democrazia ed alla libertà. La Cancellieri non ha potuto fare a meno di recarsi alla fondazione Sciascia, dedicata al cittadino più importante che questo paesino ha avuto fin’ora. Ha confessato altresì di essersi rammaricata quando si è resa conto di dover sciogliere il consiglio comunale del luogo natio di uno dei massimi scrittori anti-mafia, tuttavia, dopo la relazione del prefetto, non ha avuto scelta.
Ricordando Sciascia ne ha esaltato la “sicilianità”, la sua scelta di combattere con la ragione, la lotta “quasi romantica” contro la mafia; il ministro, inoltre, ha sottolineato come lo scrittore fu uno dei primi a scagliarsi contro cosa nostra, quindi ha ricordato un’intervista dell’autore risalente al 1987:  ''Un'intervista che deve essere una sorta di guida per tutti noi. La lotta più efficace alla mafia è quella compiuta nel nome del diritto, senza strade d'assedio, ma dando al cittadino la sua sicurezza. La democrazia non è impotente a combattere la mafia''.  Il ministro sottolinea che lo scioglimento è solo una prima fase della lotta, ora deve essere la comunità a imboccare la giusta via. Insomma, i tre funzionari prefettizi sono soltanto una parentesi, dopo tutto tornerà nelle mani democratiche dei cittadini e dovranno essere loro a vincere contro questa “crisi” (un’autocitazione visto il governo tecnico di cui fa parte?).
Su diversi quotidiani on-line ho letto il resoconto della suddetta visita e riscontrato una costante affermazione: “c’era poca gente”. Si specificava, anzi, che oltre ad alcuni pensionati e ad una scolaresca non c’erano molti cittadini “comuni” e, soprattutto, mancavano i giovani. Non so se questo riscontro sia vero o meno, tuttavia, se anche fosse andata così, non me la sento di accusare la gente di Racalmunto: forse loro hanno davvero letto tutte le opere di Sciascia.
Ha ragione il ministro, infatti, a ricordare il ruolo dell’autore e la sua lotta guidata da spirito razionale. Tuttavia, un rapito excursus di tre opere ci permetterà di cogliere qualche messaggio che va oltre la “condanna” o la “denuncia” del solo sistema mafioso.
Ne Il giorno della civetta (1961) il capitano Bellodi indaga sul delitto di un piccolo imprenditore edile; durante l’indagine il Bellodi viene a conoscenza del nome del presunto killer (Diego Marchica) dalla moglie di un testimone del delitto, precedentemente ucciso a causa di tale “colpa”. Il Marchica è chiaramente un sicario mafioso, ma in un modo o nell’altro l’ha sempre fatta franca. Attraverso ulteriori indagini il capitano riesce a far arrestare il padrino, don Mariano Arena che in un celebre passaggio conierà l’espressione “quaquaraquà” per definire le persone più in basso nella scala sociale, presumibilmente i traditori o coloro che parlano troppo. L’indagine “razionale” sembra dare i suoi frutti, ma ecco che entra in scena l’elemento forse dimenticato dal ministro: il coinvolgimento politico. E non mi riferisco alla piccola politica, quella di paese, che infatti la signora ministro conosce per forza, dato il motivo della visita a Racalmunto; mi riferisco all’alta politica, coinvolta con i vertici della mafia. I collegamenti del padrino con alcuni onorevoli, infatti, hanno agitato le acque fino a Roma, ma durante un dibattimento parlamentare un sottosegretario proclama che la mafia non esiste “se non nella fantasia dei social comunisti”. Già qualche pagina prima Sciascia aveva descritto un incontro tra due deputati del partito di maggioranza intenti a meditare su come far allontanare il solerte Bellodi dall’indagine. Durante un congedo nella sua Parma il capitano viene a conoscenza che tutto è stato insabbiato, con tanto di finti alibi e deposizioni di personaggi affidabilissimi. Tuttavia non s’arrende, il romanzo si chiude con la sua volontà di “rompersi la testa” pur di far trionfare la giustizia. Siamo ancora nella fase “illuminista” dell’autore, il momento in cui gli eroi possono cadere, ma non si arrendono.
A dieci anni dal precedente romanzo Sciascia pubblica Il contesto e il pessimismo che ha avvolto lo scrittore comincia a serpeggiare in maniera evidente, oltre alla sua volontà di immergersi ancora più a fondo nella melma tra politica e mafia, uscendo fuori dalla Sicilia per condurre la sua indagine dritto a Roma. Siamo in un paese immaginario del Sudamerica (ovviamente allegoria-parodia dell’Italia) e l’ispettore Rogas cerca di risolvere gli omicidi di quattro magistrati. Durante le investigazione vengono fuori accordi tra partiti di governo e opposizione, patti tra rappresentanti del potere pubblico e privato, il tutto finalizzato ad un colpo di mano contro lo Stato. La vittoria dell’eroe sembra vicina, ma questa volta non basterà un’insabbiatura per fermare l’ispettore, gli “opposti” schieramenti combinano l’assassinio di Rogas e, dopo averlo portato a termine, il silenzio calerà su questo barbaro operato dei servizi segreti. Ricordiamo in che anni è stato scritto il libro: bomba di piazza Fontana, il treno di Gioia Tauro, golpe Borghese, la P2 prende forma…
Nel 1974 Sciascia pubblica Todo modo: il titolo è tratto dagli Esercizi spirituali di Ignazio de Loyola, ed in effetti il libro narra le riunioni segrete del partito cattolico di governo nelle quali, più che praticare esercizi dello spirito, si ordiscono trame per conservare ed aumentare il potere. Improvvisamente, però, molti esponenti di questo partito (appartenenti alla Chiesa, al mondo della finanza, alla politica, all’alta società) vengono uccisi, facendo intravedere una sorta di guerra interna al movimento, tuttavia  il giallo questa volta non viene neppure risolto. Quasi una profezia dei futuri delitti Calvi e Sindona, ancora oggi avvolti nel mistero.
Va bene ricordare lo spirito critico e razionale di Sciascia, è giusto non dimenticare il suo ruolo come primo letterato a scrivere di e contro la mafia, è opportuno spiegare come la sua idea di lotta si basasse sul rispetto della legalità.
Ma…
Non ignoriamo la sua immersione nel torbido miscuglio tra mafia e politica (alta), le sue allusioni a colpi di stato e servizi supersegreti, il suo distacco dalla politica e dai partiti per la coscienza di una colpevolezza unica, di un sistema nascosto che trama e governa e di cui noi cittadini ci rendiamo conto solo con le stragi o i casi irrisolti. Una tale sfiducia colse a tal punto l’uomo Leonardo che l’intellettuale Sciascia anni dopo finì per scrivere un articolo (1987, che sia lo stesso citato dalla Cancellieri? Non riesco ad accertarmene, ma sarebbe inquietante) in cui accusò la stessa anti-mafia per eccesso di protagonismo e desiderio di far carriera con indagini al limite della legalità (purtroppo in questo suo sfogo gli scappò anche un rimprovero al giovane Borsellino, accusato di un’ascesa troppo veloce, ma, pochi anni dopo, tonnellate di esplosivo freneranno il suo cammino e ogni eventuale polemica). Forse fu la rabbia che lo spinse a scrivere questo articolo, rabbia derivante dalla consapevolezza di aver anticipato anni prima l’esistenza di questo “sistema” senza che però nessuno si degnasse di ascoltarlo.
Perché pochi giovani all’incontro di Racalmuto… Forse non se ne fregano nulla, oppure le risposte da parte dello stato hanno tardato così tanto ad arrivare che sono strapiombati nel pessimismo più cupo, degno del loro illustre cittadino. Forse vogliono far capire ad un ministro tecnico che, oltre ad agire d’emergenza sulla crisi economica, è il caso di agire anche su di un sistema politico ormai giunto alla frutta, dove processati vengono candidati, condannati entrano in parlamento e la corruzione (morale ed economica) non è al primo posto tra i problemi da affrontare. Forse vogliono anche ricordare a qualcuno che, oltre a celebrare, si deve continuare a scavare, ad indagare, andando più a fondo e, quindi, più in alto possibile.
Forse hanno voluto far capire al ministro che, più che sciogliere un consiglio comunale, si deve mettere sotto accusa soprattutto un intero sistema politico, con tutti i relativi collegamenti occulti.   

Seth Ankh

2 commenti:

  1. Forse la mafia è solo la punta dell'iceberg. Di solito viene considerata le fondamenta del sistema corrotto ma per permettere questa corruzione lo stato deve esserne partecipe. Com'è possibile che un sistema così grande e radicato come quello statale, permetta tutto questo?

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  2. Se consideriamo la mafia una malattia e lo stato il corpo allora ci sono tre possibilità: 1)la malattia viene sconfitta; 2)la malattia uccide il corpo; 3)il corpo accetta che il virus viva dentro di sé perché così sopravvivono tutti e due.
    Penso che noi stiamo vivendo la 3. La mafia continua ad esistere dopo decenni di "guerra", ma ciò non è ammissibile a meno che non si concluda che l'organismo statale (o meglio, una sua parte) la tenga in vita e, in molti casi, simuli soltanto di combatterla. C'è una parte sana che la affronta, ma ci deve essere necessariamente un parte "deviata" che le permette di sopravvivere. Bisogna capire perché ciò accade...

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