lunedì 25 giugno 2012

Kill Bill vol. 2, 2004, Quentin Tarantino. Discorso di Bill su Superman

  • Come sai, io sono un grande appassionato di fumetti, soprattutto di quelli sui supereroi. Trovo che tutta la filosofia che circonda i supereroi sia affascinante. Prendi il mio supereroe preferito: Superman. Non un grandissimo fumetto, la sua grafica è mediocre. Ma la filosofia, la filosofia non è soltanto eccelsa, è unica! [...] Dunque, l'elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l'Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l'Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l'unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande "S" rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l'abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana. Più o meno come Beatrix Kiddo è la moglie di Tommy Plympton. 


sabato 16 giugno 2012

I FONDI EUROPEI PER LE BANCHE, NON PER I CITTADINI




Nel 2010 sette banche spagnole si sono fuse per creare Bankia, istituto di credito di valenza nazionale, destinato a competere con i grandi colossi europei. L’impresa, tuttavia, sembra essersi arenata in circa due anni e così nel maggio 2012 lo stato iberico è entrato nel novero degli azionisti, passo affatto nuovo, ripetuto nel corso della storia ogni volta che una banca è piombata in una profonda crisi (in questo caso si parla di 19 miliardi di euro di buco) . A prima vista può apparire come un passaggio obbligato, necessario a salvare i conti correnti di numerosi cittadini, per cui di primo acchito sembra che lo stato (la collettività) scenda in campo per salvare se stesso, ma non è così. Nel stragrande maggioranza dei casi, infatti, queste banche in crisi sono finite in una tale situazione dopo ripetute operazioni spericolate e senza controllo: titoli “tossici”, speculazioni senza paracadute, mutui facili ecc ecc. I profitti di questi istituti di credito sono divisi tra pochi azionisti principali, ma i debiti sono assorbiti dalla collettività per evitare che il fallimento azzeri i risparmi di numerosi cittadini. Tuttavia non ci si adopera quasi mai contro i super stipendi dei dirigenti (incapaci) e i grandi dividendi non vengono toccati per non far del male a qualche importante personalità; si evita quasi sempre, inoltre, di regolamentare in maniera efficace il sistema finanziario, ponendo un freno alle operazioni rischiose e sconsiderate portate avanti sulle spalle dei correntisti. 
Torniamo a Bankia. Ormai è certo che l’Unione Europea interverrà per sanare la crisi del sistema bancario spagnolo (con un contributo di circa 100 miliardi di euro) e Bankia sarà il primo beneficiario. Dopo l’intervento dello stato iberico, quindi dei cittadini spagnoli, ora toccherà a tutti noi europei dare il contributo per salvare questi istituti di credito in difficoltà, come già accaduto per Grecia, Portogallo e Irlanda. E’ opportuno dunque comprendere come si sia potuti giungere ad debito così elevato: prestiti alle imprese? Finanziamenti per i mutui? Certo, ma non solo. Spicca un dato incredibile: 4 miliardi del buco di Bankia sono causati dal calcio. Debiti contratti da Barcellona e Real Madrid per costruire squadre fantastiche e imbattibili, ma anche formazioni più modeste come ad esempio il Valencia.  Si può magnificare il Barca per la sua rosa quasi tutta proveniente dalla “cantera”, ma bisogna anche considerare l’alto ingaggio pagato a questi campioni per far sì che restino, senza dimenticare i numerosi acquisti del club catalano (Ibrahimovic e Villa su tutti) affatto a buon mercato; il Real, invece, attinge molto meno dalle sue giovanili, ed infatti i vari Ronaldo, Kaka, Ozil, Alonso, Benzema sono stati pagati a caro prezzo e vantano tutti stipendi altissimi. Ovviamente gli incassi non coprono le spese, ecco perché spesso questi grandi club sono ricorsi a prestiti bancari ed ora, nella crisi più nera, saremo noi cittadini europei a colmare i debiti accumulati. Senza contare che un altro miliardo di euro i club professionistici spagnoli lo devono alle casse del regno, tasse mai pagate e si consideri che sono anche molto più basse rispetto a quelle degli altri stati: da anni Galiani ripete ai tifosi milanisti che non si può competere con i club iberici dato che per pagare uno stipendio netto di 12 milioni di euro in Italia se ne devono spendere quasi 20, mentre in Spagna ne bastano 15. Nonostante ciò i club della Liga non riescono a pagare tutte le tasse, ed ecco ora i risultati.
Diverse fonti giornalistiche, inoltre, ripetono che gli sprechi dei club non sono certo da imputare ad un male endemico attribuibile al calcio. Alti dirigenti di società calcistiche spagnole, infatti, si avvantaggiano della loro posizione per elargire favori e conquistare popolarità, passi necessari per un successivo ingresso in politica. Dato il federalismo spagnolo ed il forte sentimento identitario localistico, non c’è vetrina migliore che quella del calcio, ed ecco perché è in questo settore che si concentrano gli sprechi e lo sperpero economico, ma tutto ciò è soltanto una ruota dell’enorme carro posto al di sopra. Non dubitate, infatti, che questo prestito da 100 miliari inciderà poco o nulla sulla vita degli spagnoli; grossi dividendi e compensi per il (pessimo) lavoro svolto divoreranno gran parte di questi soldi, destinati certamente a nuove speculazioni. 
Verrà presto il giorno in cui gli sceicchi non riusciranno più a mantenere i numerosi club europei di loro proprietà, così come un giorno si risveglieranno bruscamente da questo illusorio e insostenibile sogno molti altri proprietari, che siano petrolieri, industriali, americani o russi… Il calcio allora si troverà ad un bivio: crollare o ridimensionarsi. Ma non è solo il calcio a doversi dare una regolata. Una mondo come il nostro non può reggere a questi ritmi, così come le ingiustizie dell’alta finanza non possono restare impunite per sempre: certo noi cittadini dobbiamo imparare a ridimensionare le nostre abitudini e deciderci a riscoprire le vere priorità, ma chi è al di sopra di noi dovrà rendere conto e rendersi conto che non la si può fare franca per sempre.
Dobbiamo aprire gli occhi ed informarci sempre di più, acquisire coscienza e conoscenza di come funziona il mondo. Allora si che potremo cominciare a sentirci liberi.  

Seth Ankh

lunedì 11 giugno 2012

Nuovo Cinema Paradiso, 1988, Giuseppe Tornatore. La storia del soldato e della principessa


  • Una volta un re fece una festa e c'erano le principesse più belle del regno. Ma un soldato che faceva la guardia vide passare la figlia del re. Era la più bella di tutte e se ne innamorò subito. Ma che poteva fare un povero soldato a paragone con la figlia del re! Basta! Finalmente, un giorno riuscì a incontrarla e ce disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che ci disse al soldato: "Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua!"
    Minchia, subito il soldato se ne andò là e aspettò un giorno, due giorni e dieci e poi venti. Ogni sera la principessa controllava dalla finestra ma quello non si muoveva mai. Con la pioggia, con il vento, con la neve era sempre là. Gli uccelli ci cacavano in testa e le api se lo mangiavano vivo ma lui non si muoveva. Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e ci scendevano le lacrime dagli occhi e non poteva trattenerle ché non aveva più la forza manco per dormire... mentre la principessa sempre che lo guardava. E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò, si prese la sedia e se ne andò via. (Alfredo)
  • Ora ho capito perché il soldato andò via proprio alla fine. Sì, bastava un'altra notte e la principessa sarebbe stata sua. Ma lei poteva anche non mantenere la sua promessa. Sarebbe stato terribile. Sarebbe morto. Così invece, almeno per novantanove notti, era vissuto nell'illusione che lei fosse lì ad aspettarlo. (Salvatore)


lunedì 4 giugno 2012

Io e Annie, Woody Allen, 1977. Monologo iniziale e monologo finale

INIZIO

C'è una vecchia storiella. Due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice: "Ragazza mia, il mangiare qua dentro fa veramente pena", e l'altra: "Sì, è uno schifo, ma poi che porzioni piccole!". Be', essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miseria, di sofferenza, di infelicità e disgraziatamente dura troppo poco. E c'è un'altra battuta che è importante per me; è quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx ma credo dovuta in origine al genio di Freud e che è in relazione con l'inconscio; ecco, dice così – parafrasandola –: «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me». È la battuta chiave della mia vita di adulto in relazione alle mie relazioni con le donne.

Here's an old joke: two elderly women are at a Catskill mountain resort and one of 'em says, "Boy, the food at this place is really terrible." The other one says, "Yeah, I know, and such small portions." Well, that's essentially how I feel about life. Full of loneliness and misery and suffering and unhappiness, and it's all over much too quickly. The the other joke important joke for me is one that's usually attributed to Groucho Marx, but I think it appears originally in Freud's wit and its relation to the unconscious. And it goes like this, I'm paraphrasing: Um, I would never wanna belong to any club that would have someone like me for a member. That's the key joke of my adult life in terms of my relationships with women



FINALE

Dopo di che si fece molto tardi, dovevamo scappare tutti e due. Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era e di quanto fosse divertente solo conoscerla.
E io pensai a… quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi, ha bisogno di uova.

  • After that it got pretty late, and, we both had to go, but it was great seeing Annie again. I realized what a terrific person she was and how much fun it was just knowing her, and I thought of that old joke. You know, this guy goes to his psychiatrist and says, "Doc, my brother's crazy. He thinks he's a chicken." And the doctor says, "Well why don't you turn him in?" The guy says, "I would, but I need the eggs." Well, I guess that's pretty much now how I feel about relationships– you know, they're totally irrational and crazy and absurd, but, I guess we keep going through it because most of us need the eggs.