venerdì 25 settembre 2015

AMERICAN BEAUTY


I Burnham sono la tipica famiglia media dei giorni nostri: marito con lavoro sicuro e noioso, ma abbastanza redditizio; moglie emancipata e decisamente isterica, con una professione che le lascia il tempo di coltivare un hobby (o una relazione extraconiugale); Jane, la figlia che si sente (già!) esclusa dalla società, dalla famiglia, dalla normalità, nella quale tenta di rientrare attraverso l’amicizia con Angela, tipica biondina finta-svampita e molto “disponibile”.
Tutto molto, troppo banale: cena con musica di sottofondo, le due donne di casa perennemente irritate dal banale maschio poco dominante (sono passati gli anni ’60 con le famiglie aggrappate alle spalle del pater , con tanto di cerimonia di benvenuto al suo rientro in casa), incomunicabilità alle stelle, ipocrisia da morire.
Tutto riassumibile in una battuta di Lester: “Guardatemi, mi faccio una sega sotto la doccia. Questo sarà il culmine della mia giornata”.
In casi del genere all’interno di una persona maturano una serie di stati d’animo che possono sfociare in qualsiasi modo e di conseguenza il film poteva prendere diverse pieghe: strage di famiglia, lussuria e adulterio, crisi e rigenerazione.
Il regista sceglie  una strada nuova, all’interno della quale Lester ci introdurrà dopo due incontri.
Il primo con Angela, oltreumana di nome è di fatto, ma solo nella mente dell’uomo; i sogni con le rose rosse, le chiamate solo per sentire la voce, i sogni proibiti…tutto ciò sarebbe tipico di un adolescente alla sua prima cotta, ma è proprio questo che gli sta accadendo. Sta regredendo (direbbe uno psicologo) verso l’età dei sogni, dei desideri, delle follie. Praticamente sta progredendo (preferiamo dire noi). Una cammino all’indietro tortuosamente dolce che altro non è se non una rincorsa finalizzata al salto in un’altra dimensione: finalmente fuori dalle sabbie mobili in cui è invischiato da troppi anni. 
Il secondo incontro è quello con il nuovo vicino di casa, Ricky, ragazzo soffocato dal padre colonnello dei marines che ignora la differenza tra casa e caserma; la madre giovane, invece, si trascina spenta e apatica, quasi un vegetale. Ricky spaccia droga per poter acquistare videocamere e alte attrezzature simili con le quali riprende il mondo e tutto ciò che possa accendere la sua immaginazione: scene di malattia, di vita, di nudi, di natura morta.
Lester va avanti così, acceso dall’adrenalina per Angela e dal THC di Ricky.
Sua moglie è sconvolta da questi cambiamenti di personalità; cercherà di sentirsi altrettanto viva con una relazione extraconiugale, altrettanto fittizia come quella “legale”.
Il film è denso di piccole scene allegoriche e liriche. Lester e consorte stanno per far sesso dopo anni di letargia erotica, ma lei non può fare a meno di preoccuparsi del divano sul quale il marito sta per riversare la birra. Insomma, non si può mai essere sicuri che si è cambiati fin quando non lo si fa nelle piccole cose, fin quando non ci si libera dalla proprie manie.
 Altro che sconvolgimenti, altro che svolte. È sulle cose da nulla che bisogna sentirsi davvero “nuovi”, ma non è il caso della donna.
Poesia pura è la scena della “busta”. Ricky mostra a Jane  una delle sue riprese: una busta che vola in un paesaggio autunnale. È  una sequenza banale, banalissima, ma il giovane ci vede della poesia. Come Montale trovò la forza di comporre le liriche di Satura dalle cose più insignificanti, scavando nelle bassezze, così il ragazzo si accende di emozione dinnanzi ad una busta che vola, vola come se danzasse solo per lui. Dietro ogni cosa c’è una vita intera, un mondo intero, e noi siamo solo una piccola porzione di un bellissimo universo, così grande che se lo immaginiamo ci riempie il cuore fino a farlo scoppiare. Nessuna Arcadia, nessun Paradiso. La bellezza nel mondo è così tanta che anche in questa banalissima busta si può sentire il respiro di Dio, saltando l’inutile mediazione di qualsiasi chiesa. 
In questo film c’è l’esposizione e la demolizione dell’illusione tremenda in cui viviamo: la moglie di Lester si finge forte, ma piange da sola; il “Re degli immobili” con il quale intraprende una relazione è una maschera di sicurezza sotto cui non c’è nulla; Angela finge una spregiudicatezza sessuale che non le appartiene; il colonnello è una statua di bronzo, sia nel corpo che nella mente, ma più per difendersi dalle sue insicurezze che per affermare le certezze; sua moglie finge di essere morta per non pensare alla vita; la società è finta, apatica e fredda (il lavoro sicuro di Lester svanisce senza un motivo preciso e con l’ indifferenza glaciale di datori e colleghi).
Bisogna agire sfasciando le inibizione a cui siamo sottomessi: ricattare gli ex superiori, drogarsi e vantarsene, sollevare per ore e ore i pesi così da apparire più bello ad una ragazzina, lavorare in un fast-food oltre i quaranta anni, correre per strada insieme a due gay fregandosene delle occhiate dei vicini conservatori.

Il finale scorre lento, ma con una deriva inarrestabile e inattesa.
Jane progetta una fuga d’amore con Ricky dopo aver litigato con Angela. Quest’ultima non può accettare che la “banale” amica trovi una stabilità sentimentale a lei sconosciuta. Per rifarsi decide di concedersi a Lester, ormai sicuro di sé e pronto a infrangere l’ultima remora sociale. Il colonnello, nel frattempo, ha cacciato di casa Ricky ritenendolo omosessuale: si è convinto, sbagliando, che il figlio abbia una relazione con Lester, ma egli stesso (caduta infine l'ipocrita corazza reazionaria) tenterà di baciare il protagonista. La moglie di quest’ultimo pensa di ucciderlo, spinta da una cassetta-motivazionale che invita ad agire oltre ogni limite (nella società moderna fermarsi è morire, si rischia di pensare e capire).


Ecco una svolta inattesa: Angela è vergine, e lo confessa a Lester pochi secondi prima che lui finisca di spogliarla. L’uomo si ferma, rinuncia, la fa sentire protetta come una bambina che ha voluto provare una crescita troppo veloce.
Ormai Lester è riuscito a dare una svolta alla sua vita. All’inizio era stato spinto a cambiare da Angela, ma sarebbe stato banale se il film si fosse spinto fino alla “consumazione”. Tutta la rivoluzione antropocentrica di cui si è fatto portatore avrebbe perso di significato con un finale così volgare.
L’uomo è cambiato ed ora in lui si accende anche l’ultima fiaccola dell’anima.
Stringe una foto nella quale è ritratto abbracciato con moglie è figlia, forse sta pensando di separarsi e andare via, ma a me piace credere che il suo slancio energetico voglia dirigersi a un nuovo obiettivo: ricomporre l’armonia perduta, ritrovare la piacevole innocenza che caratterizza l’inizio di ogni cosa, in questo caso di una famiglia. Non lo sapremo mai.
Una pistola dietro la nuca.
Un colpo.
Sangue sul muro.
Il colonnello ha ucciso Lester. Forse perché il marines è l’unico personaggio a non essere riuscito a sfogare i suoi istinti, a sbloccare le sue frustrazioni.
Lo sparo fa sobbalzare Angela mentre si trucca in bagno, sorprende Ricky e Jane abbracciati in cameretta e presto sconvolgerà anche la vita delle loro madri.
Il finale potrebbe essere triste, ma la voce di Lester (che ci ha narrato tutto dall’aldilà) conclude con parole di vita:

“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu... lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie... e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete.”

Tante piccole cose, come la busta di Ricky, come la foglia di Forrest Gump. La vita è piena di bellezza e fascino: a partire dalla natura, continuando con le opere d’arte, fino alla cose più piccole, come una busta, fino all’uomo.
Tutto ciò il protagonista lo capisce ormai morente, e cerca di darci un briciolo di infinito, come Dante nell’ultimo canto della Commedia tentò di porgerci una goccia di memoria divina.
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Cinque premi Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura originale, attore protagonista (Kevin Spacey grandissimo come sempre, qui immenso come tre anni prima in Seven), fotografia (la colonna sonora c’è andata vicino, in totale otto nomination).
Tre Golden Globe.
Sei premi BAFTA.
Nastro d’argento e tanti altri riconoscimenti.

Alcuni dialoghi appaiono un po’ ridondanti e stucchevoli, in effetti il dizionario Morandini scrive: “malfatto doppiaggio italiano”.


 “American Beauty” è il nome di una rosa, ma il riferimento può essere esteso all’apparente splendore della vita negli USA o alla bellezza in generale da cui Lester è affascinato.

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