mercoledì 2 settembre 2015

FIGHT CLUB (film)


Dal romanzo di Palahniuk un buon film, decisamente sottovalutato dalla critica e spesso banalizzato dalle masse.
1999, Chuck Palahniuk, cinema, Film, E. Norton interpreta l’uomo moderno: alienato, stressato, psicologicamente debole. Siamo ad una fase che va oltre l’inettitudine e  l’esclusione della letteratura primo novecentesca. L’iperrealismo dei giorni nostri ci ha portato alla fase due, all’esplorazione di ciò che questi personaggi possono fare per reazione spropositata nei confronti di un mondo che non li accetta.
L’insonnia combattuta con serate nei circoli dei malati gravi o terminali, l’incapacità di rapportarsi con l’altro sesso, la perdita della casa, del nido,tutte queste cose portano alla scoperta (o conferma) che si è soli.
Non resta che chiedere aiuto allo  sconosciuto Tyler (B. Pitt) - incontrato su uno degli infiniti viaggi aerei per lavoro- trasferirsi nella sua baracca di periferia e  fondare un Club (prima cellula di molti altri) in cui sfogherà la propria repressione insieme a tutta la classe media che fa girare gli USA, con una violenza controllata da alcune semplici “regole”.
Tyler va oltre: crea un piccolo esercito personale con l’obiettivo di far crollare le strutture economiche (quindi le sovrastrutture reali) della società, per tornare ad uno “stato di natura” dove gli adepti del Club saranno gli unici umani addestrati a sopravvivere, grazie alla loro mentalità degna del famoso '“Homo homini lupus”.
In un’altra epoca il protagonista si sarebbe svegliato accorgendosi che è stato tutto un sogno: il finale invece non abbandona la sfera onirica, ma la proietta fuori da noi, nella realtà.
1999, Chuck Palahniuk, cinema, Film, Tyler è “soltanto” una proiezione mentale del protagonista. L'inconscio ha creato un alter ego infallibile con le donne, carismatico in gruppo, aggressivo nella vita. La battaglia finale, ovviamente, non ha nessuna speranza di vittoria. La nostra coscienza ci anticipa, ci precede, ci conosce in ogni azione o pensiero.
Nella scena finale si intravede il crollo dei grattacieli finanziari. 
Basta guardare agli eventi dei giorni nostri per capire come questa apocalisse sia tutt'altro che lontana, e chissà chi sopravviverà dopo...
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Ottimo E. Norton, energetico Pitt. Fincher, a mio giudizio, ha inanellato tre capolavori con Seven, The Game e Fight Club.
Poco successo al cinema, molto in Vhs, Dvd e “scaricamenti”.
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C’è chi accusa film e libro di esaltare la violenza: come se le tragedie greche non ci avessero trasmesso abbastanza chiaramente il concetto di catarsi. Come se una metafora letteraria dovesse fare i conti con le ipocrisie del “politicamente corretto”. Imparino a leggere i messaggi d'accusa contro la società che ha generato questa violenza, i cari critici disattenti. 

C’è chi accusa l'opera di banalizzare i temi trattati (violenza, nichilismo, male vs bene):  ovviamente se fossero stati approfonditi maggiormente si sarebbe rafforzata la schiera dei critici del primo punto.

C’è anche chi accusa il testo e la pellicola di non proporre nessun tema, ma solo una rappresentazione fisica della violenza: la lezione di Arancia meccanica, evidentemente, è stata ignorata.

C’è chi incolpa il regista e lo scrittore per la demenza di coloro che hanno voluto afferrare solo la superficie del messaggio, fondando dei veri Club ultraviolenti: chissà se hanno più bisogno di uno psicologo gli appartenenti a questi gruppi o i perbenisti col dito puntato dalla parte sbagliata. 



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