lunedì 11 novembre 2013

PSYCHO

Domina la tensione in questo classico intramontabile del cinema.
La si respira fin da primo secondo, dalla camera d’albergo dove due amanti discutono del loro precario futuro; il brivido permane dopo la fuga col malloppo, cresce con i dubbi del poliziotto, sospettoso, a ragione, di quella strana signorina agitata. Questa tensione costante la si può considerare una delle innovazione di Hitchcock, sommata alle voci fuori campo che riassumono una trama altrimenti troppo dilatata.

L’attenzione deve concentrarsi su Norman: personcina abbastanza tranquilla all’inizio, forse un po’ apprensivo con la nuova cliente del motel, tanto interessato da provocare l’ira della madre annidata nella sua mente malata. Il conflitto interiore lo spinge a non entrare nella camera con la sua cliente, ma la natura psicopatica viene fuori lo stesso: la mania di impagliare uccelli (vissuto come amore morboso di chi non sa rapportarsi con gli essere umani); i racconti sulla madre; l’ansia del tempo che passa; la società come “trappola”; la descrizione di cosa sia davvero il manicomio e le sue leggi crudeli. Dopo essersi congedato non può fare a meno di spiare Marion  mentre si spoglia (in un recente remake è stata aggiunta una scena di masturbazione, probabilmente inutile, la pellicola in bianco e nero rendeva benissimo l'ossessione senza mostrarla), ma la madre sa e non può perdonare questa lussuria anche solo visiva.

D'improvviso la scena capolavoro: la musica non era stata prevista, il compositore Herrmann convinse il regista con quel motivetto agghiacciante; il nudo c’è, ma non si vede, tutto è estremamente raffinato; l’espressione di Marion prima delle coltellate è serena, probabilmente ha deciso davvero di pentirsi e tornare alla vita normale, pochi secondi prima di morire;
le coltellate sono mostrate senza mai far capire come il colpo squarci la carne, è tutto lasciato alla nostra mente pervasa d'adrenalina musicale ed accesa dai frame che si susseguono ipnotici; la conclusione è sull’occhio della donna, la telecamera arretra, come la vita se ne va via. Una scena dura, ma non si scende nello splatter che oggi ci propongono quasi come fosse d'obbligo.

La parte centrale del film potrebbe fare corpo a sé come un buon giallo classico: interrogatori, ipotesi, indagini di parenti e detective. Tutto precipita nella ricerca di quella misteriosa madre, il male che vive occultato nella mente di Norman: quando la sorella di Marion gira la sedia, mostrando il cadavere mummificato, gli spettatori comprendono di essere stati catapultati in un film unico.

Nel finale lo psicologo della polizia riassume i passaggi del dramma: la madre uccisa ha preso dominio della psiche del giovane, ne ha assunto il controllo, facendo scomparire del tutto Norman che così paga il matricidio con l’eclissi. La causa della follia è da ricercare nell’infanzia, nella stessa personalità dura della genitrice, nel difficile rapporto col patrigno; lo psicologo che spiega e in qualche modo giustifica è un’altra novità, una concessione alla prospettiva del “colpevole”, un riconoscimento di come sia difficile considerarlo totalmente tale. 
La scena finale suggella il capolavoro: la voce della madre risuona nella mente di Norman, lo accusa dell’omicidio, lasciando per sé il ruolo di donna innocente e timorosa; sembra che la personalità dell’uomo, pur se mediata dalla incarnazione materna, sia ormai pacificata e innocua, incapace di far male anche “ad una mosca”. Ma lo sguardo di Norman Bates rende evidente il contrario: la sovrapposizione del suo viso con un teschio è la proiezione del subconscio ormai dominato dalla morte.

Dopo questo film i pazzi divennero una costante nel cinema, insieme alle loro scissioni mentali, ma spesso, troppo spesso, sono solo della pallide imitazioni di tale modello, dei Norman-surrogati e perciò banali, a tratti ridicoli.
Il remake di Gus Van Sant è molto fedele, persino nelle battute e nelle inquadrature. Le differenze sono presenti nel tempo (attualizzato), nel colore, nell’inserimento di immagini subliminali a ripetizione, nella masturbazione di Norman. In definitiva non so bene a cosa serva un remake di questo tipo.
L’originale, a mio avviso, ha come difetto la lunghezza di alcune scene (esagerata quella della pulizia del camera dopo l’omicidio) ed una certa fissità dei personaggi (tranne Norman) che si riversa anche sulle singole interpretazioni.

Vincitore di un solo Golden Globe, candidato a quattro Oscar non ne portò a casa nessuno: nel 1960 La battaglia di Alamo era molto più ad hoc per introdurre l'imminente guerra in Vietnam. 
In definitiva, credo che Psycho abbia sconvolto il pubblico e la critica, scontando il debito di tutti i film spartiacque.

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