lunedì 9 maggio 2016

L'ULTIMO MONTALE

Gli Ossi di seppia di  Eugenio Montale sono senz'altro un’opera importante, studiata ed approfondita nelle scuole, tuttavia si avverte una certa distanza, la forma e l’espressione si trovano al di là di un’immaginaria barriera eretta tra il poeta ed i lettori di oggi. Indiscutibile l’abilità poetica ne I limoni,la bellezza della sezione eponima e le poesie sui temi della chiaroveggenze e dell’indifferenza (Forse un mattino andando e Spesso il mal di vivere), senza dimenticare la profondità concettuale della sezione finale. Tuttavia, sinceramente,in alcuni passaggi della prima raccolta si intravede anche un artificio esasperato, figlio del tentativo di imporsi a livello europeo.
montale ossi di seppiaLe Occasioni intrigano di più:  Dora Markus, i mottetti (soprattutto Ti libero la fronte dai ghiaccioli), Estate, ed in particolar modo Nuove Stanze, appaiono più vivi e veri, seppure quasi mai davvero “sinceri”, al contrario delle poesie di Ungaretti, magari meno elaborate, ma molto più sentite e vive.
La Bufera ci permette di apprezzare un Montale diverso, tardo per lui e nuovo per noi, potremmo dire “moderno”; già nella seconda sezione, con la Ballata scritta in una clinica, prende corpo quella poetica delle piccole cose, degli oggetti che vogliono salvarsi dal magma della storia e nel fare ciò salvano anche l’individuo che li conserva e li venera come totem di emergenza. Il gallo cedrone, l’Anguilla, rappresentano la consacrazione di questa scelta.
Con Satura, finalmente, si spalanca un mare (che sfocerà nei Diari e nel Quaderno di quattro anni), un oceano di autenticità, che ci permette di rileggere le raccolte del Montale precedente come un iter destinato a concludersi per forza con tali innovazioni.
montale moscaSia chiaro, non pensiamo certo che Montale scrivesse di getto negli ultimi anni della sua vita, non convinciamoci che mettesse assieme mucchi di parole, senza correggere e rivedere più volte; tuttavia, è evidente che aveva ormai abdicato alla pretesa di comunicarci un ideale infallibile. La perdita della fiducia nello Stato, la delusione post-bellica ed i dolori della vita lo portarono, infine, a considerare la letteratura per quello che ormai era, dopo la crisi dell’Illuminismo, del Positivismo, dell’Idealismo: completamente inutile da un punto di vista pratico, ma proprio in questa debolezza essa trovava la sua utilità, nel guardare cioè il mondo da una prospettiva defilata, per dar spazio a ciò che è stato gettato fuori, ed ovviamente quello che la società degenerata ha espulso  non può che essere positivo.
Piccole cose, emozioni sincere, forma "umile" come il contenuto, il tutto crea una poesia moderna, ma nonostante tutto eterna. 

La prima lirica di Xenia è illuminante:

Caro piccolo insetto
che chiamavano mosca non so perché,
stasera quasi al buio
mentre leggevo il Deuteroisaia
sei ricomparsa accanto a me,
ma non avevi occhiali, non potevi vedermi
né potevo io senza quel luccichìo
riconoscere te nella foschia.

La donna è una mosca, capace di volare tra la vita misera, nelle bassezze della società, ma col sorriso ora svanito, insieme a quegli occhiali (ancora un oggetto feticcio) che  non ci sono più.

La numero 10 segna definitivamente il distacco da ogni forma di metafisica:

<<Pregava?>> <<Sì, pregava Sant'Antonio
perché fa ritrovare
gli ombrelli smarriti e altri oggetti
del guardaroba di Sant'Ermete>>.
<<Per questo solo?>> <<Anche per i suoi morti
e per me>>.
                   <<È sufficiente>> disse il prete.

E’ lecito pregare per gli oggetti smarriti, per piangere i morti o per il compagno, ma per null'altro, niente più si chiede a un “Dio che è morto”.

Le nostre preferite sono queste due, la 9 e la 4:

9
Ascoltare era il solo tuo modo di vedere.
Il conto del telefono s’è ridotto a ben poco.

La donna ascoltava, sentiva, carpiva tutto ciò che il mondo della comunicazione postmoderna offriva, senza chiudersi a riccio, senza sfuggire al mondo, ma gettandosi dentro con coraggio. Il telefono senza di lei è fermo, inutilizzato; un oggetto quotidiano entra nella poesia nel modo più alto, le liriche ormai celebrano l’assenza e la banalità.

montale satura xeniaVogliamo concludere con la numero 4, senza tante spiegazioni, se non una preliminare: immaginate un vecchio, solo, seduto sulla poltrona…fischia, nel silenzio della notte e nella confusione del giorno: perché?
Tutti diranno che è matto, che è un vecchio rimbambito, ma come ha insegnato Pirandello bisogna guardare l’altra faccia dell’umorismo, non solo quella comica. L’anziano Montale aveva concordato con la moglie un segnale (il fischio appunto) da fare una volta morti entrambi, con lo scopo di ritrovarsi anche nell'aldilà, qualsiasi cosa ci sia dopo la morte.
Ma lei se ne era andata presto, troppo presto!
E lui si trova solo, ancora vivo, a fischiare, nella speranza che lei possa sentirlo; con questo sibilo Eugenio spera di trovarsi in paradiso, insieme alla sua amata Mosca:

Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

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