giovedì 30 gennaio 2014

POESIE PER UN ANNO: 12 LIRICHE ITALIANE PER 12 MESI

Niente di meglio che una poesia per tenerci compagnia durante il freddo invernale, la gioia primaverile, l'afa estiva ed il desolato autunno. Ecco perché abbiamo scelto dodici poesie di grandi autori della letteratura italiana per guidarci attraverso il 2014; ogni lirica è collegata al proprio mese dal punto di vista tematico.
Di volta in volta aggiungeremo un piccolo commento ad ognuna, così da completare il percorso prima del prossimo Natale, quando ne proporremo di nuove. Dateci una mano anche voi, scrivendo riflessioni e pensieri sulle poesie di quest'anno e suggerendone altre per il 2015!

Poesie per una anno:

Gennaio:       Tedio invernale, Giosuè Carducci
Febbraio:      Il trionfo di Bacco e Arianna, Lorenzo il Magnifico
Marzo:          Il passero solitario, Giacomo Leopardi
Aprile:           Per i morti della resistenza, Giuseppe Ungaretti
Maggio:        Il pianto della scavatrice, Pier Paolo Pasolini
Giugno:         Meriggio D'Estate, Umberto Saba
Luglio:           La pioggia nel pineto, Gabriele D'Annunzio
Agosto:          Meriggiare pallido e assorto, Eugenio Montale
Settembre:     Aria settembrina, Alfonso Gatto
Ottobre:        Ottobre, Vincenzo Cardarelli
Novembre:    Novembre, Giovanni Pascoli
Dicembre:     Natale, Salvatore Quasimodo


Tedio invernale, Giosuè Carducci [Poesia di Gennaio]

Ma ci fu dunque un giorno
su questa, terra il sole?
Ci fùr rose e viole,
luce, sorriso, ardor?

Ma ci fu dunque un giorno
la dolce giovinezza
la gloria e la bellezza
fede, virtude, amor?

Ciò forse avvenne ai tempi
d'Omero e di Valmichi,

ma quei son tempi antichi,
il sole or non è più.

E questa ov'io m'avvolgo
nebbia di verno immondo
è cenere d'un mondo
che forse un giorno fu.

Nelle Rime Nuove la poesia del Carducci non perde l'irruenza delle raccolte precedenti, ma il sogno di un mondo diverso cerca la propria meta nel passato: passato storico, in particolare al tempo dei Comuni o della Rivoluzione francese; passato biografico, da quello recente privo di lutti a quello più remoto, fino agli anni della propria serena infanzia. La malinconia, dunque, è l'innovazione delle Rime.
Malinconia esistenziale e passato storico sono i temi principali di questa poesia. L'inverno accende i ricordi e funge da metafora di un presente misero e triste, soprattutto se paragonato al caldo passato storico e biografico. Il poeta inizia con due interrogative attraverso le quali si chiede, e ci chiede, se mai sulla terra ci sia stato un tempo di luce, felicità, passione. Nella seconda strofe le domande riguardano le età umane, quasi con ansia lo sguardo  si volge al passato e tenta di scorgere fede, virtù ed ovviamente amore, valori stoici ricollegabili al mito di Roma tanto caro al poeta. Una risposta c'è, sebbene il "forse" introduttivo alla terza strofa non dia certezze assolute; bisogna tornare al tempo dei classici occidentali (Omero) e orientali (Valmiki, poeta indiano del I secolo a.c.), nella  stagione mitica degli eroi antichi, quando la letteratura era davvero robusta e civile (c'è qui una critica al languido Romanticismo) e quando gli uomini faceva sul serio la storia (critica all'Italia bigotta ed immobile di fine Ottocento). Il "ma" spezza la strofa, frattura sottolineata anche dallo spazio: l'amara constatazione che quei tempi sono ormai passati  si accompagna alla metafora del sole che non c'è più, fuggito via dall'inverno della contemporaneità. L'ultima strofe vede esplodere un pessimismo cupo, denso di sentori funebri; la nebbia invernale avvolge il poeta e i ricordi restano solo in forma di cenere, mentre l'ultimo "forse" paventa addirittura la possibilità che l'età dell'oro non sia mai esistita.
Carducci, dunque,  rimpiange la forza del classicismo e dell'età antica, ma per farlo non può fare a meno di utilizzare forme e temi propri del Decadentismo, tanto disprezzato dal Vate.  

Natale, Salvatore Quasimodo [Poesia di Dicembre]

 Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Salvatore Quasimodo è passato alla storia come uno dei maggiori esponenti dell'Ermetismo, corrente poetica contraddistinta dal gusto per la parola oscura, amante dei significati complessi e quasi nascosti sotto il velame di forme splendenti. Nonostante ciò, l'autore originario della Sicilia è stato in grado di aggiornare la sua poetica col passare del tempo, approdando ad un maggiore realismo, soprattutto nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. Nonostante questa evoluzione non ha mai rinunciato alla ricercatezza dei termini ed alla piacevolezza musicale dei versi.
La poesia proposta offre l'immagine serafica del presepe domestico, rito cristiano, ma ormai divenuto consuetudine popolare, folklorica e familiare. La scena della natività è contraddistinta dalla pace e dalla serenità, concetti prima indirizzati ai personaggi di legno e poi innalzati attraverso l'immagine eterna di Cristo, sceso sulla terra per liberare l'uomo dal peccato e dal tormento. Il "ma" improvviso, tuttavia, anticipa subito la presa di coscienza della mancanza di pace nell'animo umano. Come in altre liriche di Quasimodo, anche qui il rapporto con la religione non è a senso unico, ed infatti l'uomo prevale sul credente, dunque non può far a meno di interrogarsi sul destino dell'umanità e sul senso che ha avuto la diffusione del messaggio cristiano. Sono passati venti secoli, ma nonostante ciò guerre fratricide sconvolgono ancora le genti; troppo vicina le terribile strage della Seconda guerra, ancora troppo dolorose le ferite di un evento così tremendo da mettere in dubbio il ruolo stesso della poesia. L'interrogativo finale è retorico e disperato allo stesso tempo, volto a spronare gli uomini ad ascoltare il pianto di quel bambino che poi accetterà un tale sacrificio per tutti noi. Un'umanizzazione dell'immagine divina e un'inquietudine sulla fede che avvicinano Quasimodo ad autori come Luzi ed Ungaretti.Per chiudere questa piccola analisi non ci sono parole migliori se non quelle della motivazione per il Nobel, assegnatogli nel 1959:

"Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi".

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