venerdì 29 novembre 2013

GOMORRA

Gomorra, Roberto Saviano, 2006

Questa non è una storia che vi divertirà, non è una di quelle da leggere quando volete spegnere un po’ il cervello o passare qualche ora senza pensieri; non è un’opera di fantasia, ma la pura verità che può infastidire solo chi non vuole sentirla.

Comprendere cosa significa l'atroce, non negare l'esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà.
[Hannah Arendt]
Coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne riportano vergogna [Niccolo' Macchiavelli]
 Il mondo è tuo [Scarface]

Le citazioni iniziali introducono il tema dell’opera: la Arendt invita ad accettare la realtà senza negare nulla; Machiavelli riassume l’homo homini lupus, principio ormai sacrosanto in una società che non ammette il fallimento; una intercettazione telefonica serve a capire chi sono “loro” e quanta poca considerazione abbiamo della gente comune; una frase tratta da Scarface, per farci comprendere il delirio di onnipotenza in cui si cullano queste persone.
L’inizio è come un pugno nello stomaco: morti scaricati da un container come se fossero merce avariata. Solo un colpo così forte può svegliare dal sonno chi vive in questi luoghi o evitare che si addormentino anche coloro che sono lontani e  pensano di  trovarsi in un altro mondo, distanti anni luce da Gomorra.

IL PORTO Il capitolo  racconta come tutto ci passi sotto gli occhi, ogni giorno della nostra vita, senza che ce ne accorgiamo, senza che vogliamo accorgercene davvero. Merci, vite, traffici, tutto  con un ordine spaventoso perché quasi inconsueto per la maggior parte di noi napoletani. Seguono dati, numeri, chili, persone, nomi, tutto tremendamente reale e preciso, così reale da sembrare cinematografico, fittizio. La zona portuale diventa sempre di più un dormitorio-magazzino, perdendo il suo fascino e la sua attrattiva, stritolata dall'ideologia dell’utile e della produzione a basso costo, uccidendo così non solo la propria bellezza, ma anche le speranze di tutti i lavoratori onesti. 
“Sta nascendo la guerra dei prezzi, terribilmente spietata. Le percentuali di sconto degli agenti, dei grossisti, e dei commercianti, determinano la vita e la morte di ognuno di questi soggetti economici. Ma non basta. La merce prodotta a basso costo dovrà essere venduta su un mercato dove sempre più persone accedono con stipendi precari, risparmi minimi, attenzione maniacale ai centesimi. L'invenduto aumenta e allora le merci, originali, false, semifalse, parzialmente vere, arrivano in silenzio. Senza lasciare traccia. Con meno visibilità delle sigarette, poiché non avranno una distribuzione parallela. Come se non fossero mai state trasportate, come se spuntassero dai campi e qualche mano anonima le avesse raccolte. Se il danaro non puzza la merce invece profuma. Ma non del mare attraversato, non riporta l'odore delle mani che l'hanno prodotta, né butta il grasso delle braccia meccaniche che l'hanno assemblata. La merce sa di quello che sa. Questo odore non ha origine che sul bancone del negoziante, non ha fine che nella casa dell'acquirente”.

Il capitolo ANGELINA JOLIE ci conduce leggermente in periferia, quella sconfinata periferia partenopea che è tutta una città continua. Non ci accorgiamo di passare da un comune all’altro e anche le indicazioni fumose ci fanno immaginare di girare sempre intorno o di essere prigionieri di un labirinto che per alcuni è un paradiso, per altri una condanna. In questo mondo i monumenti si costruiscono ai morti sul lavoro della delinquenza, gli eroi di alcuni sono quelli che uccidono gli eroi di altri, come praticamente è accaduto sempre nella storia. Un mondo stritolato da una lotta per la vita e da un determinismo quasi  avallato dalle istituzione che altro sperano se non che si uccidano tutti tra loro, e pazienza se qualche innocente ci finisce sotto. Nell’omelia per un giovane rapinatore ucciso il prete così conclude:

"Per quante responsabilità possiamo attribuire a Emanuele, restano i suoi quindici anni. I figli delle famiglie che nascono in altri luoghi d'Italia a quell'età vanno in piscina, a fare scuola di ballo. Qui non è così. Il Padreterno terrà conto del fatto che l'errore è stato commesso da un ragazzo di quindici anni. Se quindici anni nel sud Italia sono abbastanza per lavorare, decidere di rapinare, uccidere ed essere uccisi, sono anche abbastanza per prendere responsabilità di tali cose".

Poi tirò forte col naso l'aria viziata della chiesa: "Ma quindici anni sono così pochi che ci fanno vedere meglio cosa c'è dietro, e ci obbligano a distribuire la responsabilità. Quindici anni è un'età che bussa alla coscienza di chi ciancia di legalità, lavoro, impegno. Non bussa con le nocche, ma con le unghie".

L’autore-viaggiatore ci indica il cammino percorso dal boom italiano, dalla sua moda famigerata, conducendoci nel mondo delle piccole e medie imprese sommerse, un capitale gigantesco, capace di azzerare le finanziarie più serrate, di portare all’estremo i teoremi dell’economia moderna: liberalismo, semplificazione e flessibilità vivono qui da sempre, senza bisogno di negoziazione sindacale.
Ma non deve essere considerata una storia collettiva, quasi impersonale: ecco Pasquale, sarto di bravura leggendaria, ma oscura, sommersa, ignota a chi indossa i suoi abiti da Oscar; l’essere sconosciuti è il prezzo che gli individui pagano a questo mondo spietato che altrimenti li renderebbe anche alla affamati. Pasquale insegna anche l’arte tessile ai cinesi, disposti a pagare a caro prezzo per le lezioni di un sarto tanto abile, ma deve costantemente guardarsi le spalle, perché diffondere la conoscenza alla concorrenza può costare la vita. Pasquale finirà a trasportare camion, stanco e con le mani consumate, conservando la foto di Angelina Jolie  che indossa l’abito fatto da lui, a metà strada tra un santino da onorare e un memento che lo trattenga dal sognare troppo.  

SISTEMA è il sinonimo di Camorra, anzi, è il giusto significante di ciò che la compone: materie prime, guardiani, capi, falsi prodotti simili agli originali, reti internazionali di vendita. Tutto ignorato, se non proprio tollerato, dai grandi marchi, timorosi di perdere mercato e manodopera in caso di denuncia. Un numero di “impiegati” che supera qualsiasi altro sistema criminale ed anche legale, una miriade di città e quartieri coinvolti, un galleria di personaggi dai soprannomi più disparati: Sandokan, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o milionario e così via. Un sistema non monolitico, bensì flessibile e mutevole, più difficile da analizzare da parte dei magistrati, ma anche meno disciplinato.

LA GUERRA DI SECONDIGLIANO è scoppiata all’incrinarsi di questo sistema. Lo stato si è subito reso conto di non poter arginare la crisi, così come non era stato capace di mantenere la pace. Droga che gira invisibile, sentinelle che ti perquisiscono come le guardie, e poi i Visitors: tossicodipendenti all’ultimo stadio, quelli che si vedono ogni giorno e che scansiamo anche con lo sguardo, sicuri che hanno scelto loro di ridursi così, morendo come cavie da laboratorio per testare i nuovi sballi ed evitare che ci resti secco qualcuno della Napoli bene.
Il mondo solo con la guerra si accorse di questo angolo di inferno, la polizia compì grandi imprese solo quando stava per crollare, tutti si scandalizzarono per i giovani usati come carne da macello. Tuttavia, in precedenza, nessuno si era opposto al taglio dei fondi per le scuole, o ai piani edilizi fatti apposta per isolare interi quartieri piuttosto che inglobarli nella civiltà. Scampia era diventata così un fortino adatto allo spaccio, sopperendo alla mancanza di lavoro con un welfare sommerso. Quando tutto salta però, scoppia una guerra senza quartiere, e nessuno può dirsi sicuro o immune. Anche i ragazzini sono coinvolti, quasi bambini, addestrati a non avere paura con una “prova della morte” di stampo quasi iniziatico: sparati al petto, protetti da un giubbotto antiproiettile, per non spaventarsi poi durante la vera azione.


Le donne camorriste amano vestirsi alla Kill Bill
 Le DONNE non sono tenute fuori dal sistema, come avveniva un tempo, ma arrivano ad assumere ruoli dirigenziali. Le donne reggono la cassa e sono stipendiate mensilmente quando i mariti vengono arrestati; la “mesata” viene consegnata a mano dai “sottomarini”, corrieri discreti e silenziosi, con l’esperto Don Ciro.  Le donne devono guardarsi perennemente da chi frequentano per non finire coinvolte in vendette trasversali, senza però disonorare mai la memoria del marito, morto o agli arresti. Le donne dei clan hanno vestiti, auto, musiche che le identificano e che le giovanissime cercano di emulare per essere rispettate, prendendo spunto dalla tradizione locale, ma anche dal cinema hollywoodiano.   
Anche in questo caso lo scrittore passa dall’universale al particolare, sia per parlare delle camorriste, sia delle vittime innocenti, come Annalisa Durante, uccisa per sbaglio in un agguato ai danni di Salvatore Giuliano (già il nome è tutto un programma). Nel raccontare questa storia Saviano è magnifico perché non ha nessuna traccia di buonismo, nessuna pietà spicciola. Ci descrive in maniera diretta le ambizioni di queste piccole donne, i loro comportamenti dinnanzi ad un’amica morta, colpevole solo di essere nata qui. Il funerale non ammette speranze, i cittadini si ribellano solo adesso, solo dinnanzi ad un clan in rovina che ha provocato la morte di una ragazzina di quattordici anni. Ma in realtà nessuno vuole cambiare nulla, la morte della giovane Annalisa viene considerata una fatalità, quasi una morte naturale, dalle persone di Forcella, mentre anche i politici fanno la loro passerella consueta ed inutile, nel doloroso giorno del funerale.

KALASHNIKOV è il nome di un’arma micidiale, una dispensatrice di morte democratica perché non costosa e facile da usare, diventata così l’arma maggiormente circolante nel mondo ed in Campania. Nel raccontare la storia di un suo amico, che ha intrapreso il viaggio per conoscere l’ideatore del fucile, Saviano ci racconta un po’ della propria vita, del difficile rapporto col padre: l’istruzione impartitagli era finalizzata a diventare un uomo e non uno “stronzo con la pistola” o uno “stronzo con la laurea”, ma un vero uomo con entrambe.
Dopo la storia dell’AK-47 segue un riassunto del rapporto camorra-guerre, degli scambi tra queste due entità, del fatto che i camorristi sono consci che esportare armi è un’attività ottima. Il tutto mi ricorda un po’ il film con Alberto Sordi Finchè c’è guerra c’è speranza, storia di un commerciante d’armi che nasconde il suo lavoro ai familiari, i quali, tuttavia, non sapranno rinunciare alla ricchezza del suo sporco mestiere una volta scoperto.

CEMENTO ARMATO è il capitolo che sposta la narrazione nel casertano. L’autore descrive il sistema dei Casalesi, clan dominante in quella provincia, soprattutto per merito dell’edilizia. I casalesi sono stati capaci di resistere alla tentazione di soppiantare lo Stato, come invece ha cercato di fare la Mafia; loro sono un clan che si definisce di “imprenditori” convinti davvero di non fare nulla di sbagliato. Questa associazione delinquenziale è arrivata in tutta Europa con una velocità incredibile, tanto quanto il silenzio con cui fu celebrata la sentenza del processo Spartacus, come se si trattasse solo di una storia locale. In realtà i legami tra casalesi e stato, casalesi e finanza, casalesi e nord Italia, provano che non si tratta di una “cosa nostra”, ma di una questione globale. Per parlarne, quindi, ci vuole coraggio, perché si rischia di restare isolati, ma, come diceva Montale, solo gli isolati parlano. Ed allora Saviano, come altri giornalisti e scrittori, prima e dopo di lui, sceglie di parlare:
Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: "È falso" all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Ecco  la prima parte di una dichiarazione d’intenti che si chiude così:

Io so qual è la vera Costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.

Parole pronunciate sulla tomba di Pasolini, altro uomo che sapeva, altro intellettuale capace di guardare al di là dell’apparenza.

DON PEPPINO DIANA è stato un prete determinato a scardinare questo sistema malato: il giusto tempo da dedicare alle funzioni religiose e tanto da passare per strada, tra la gente, a lottare per ogni singola anima nemmeno fosse il giorno del giudizio. Non utilizzò armi da fuoco o bianche, ma affilò la parola. Con essa trascinò la gente in strada, fece traballare la potenza dei boss, mise in dubbio davanti a tutti la loro ipocrita fede in Dio. Si preoccupò di accogliere e proteggere gli immigrati perché non diventassero manodopera da clan, invitò a denunciare il sistema, organizzò le prime manifestazioni anti-clan,  Per questo fu ucciso. E, come spiega Saviano, essere uccisi è solo il primo passo di una strategia che persegue un obiettivo più profondo: mettere in crisi l’immagine di una persona che ha cercato di riportare la legalità.
Da un’arringa di Cipriano (amico di infanzia di Don Peppino)scritta con le stesso prete prima della morte e destinata ad essere letta al suo funerale, l’autore prenderà il titolo del suo libro:

Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere! […] E’ giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra

HOLLYWOOD è il modello delle recenti leve camorristiche. La latitanza mantiene il suo fascino, ma nell’epoca della comunicazione anche i camorristi voglio apparire, mostrare la volontà di potenza come se fossero delle star. Walter Schiavone, fratello di Sandokan, si fece costruire una casa modello Scarface, forse per una sentimento identificativo con il protagonista del film. Ma il cinema produce anche effetti surreali (dopo i film di Tarantino molti sicari sparano con la pistola inclinata, le donne si vestono alla Kill bill) e tragici (la storia di due ragazzi violenti e la loro fine scontata, epopea dilatata nel film di Matteo Garrone).
Non si comprende se sono i registi ad ispirarsi ai criminali reali o il contrario, si è entrati in un circuito in cui tutto si confonde, arte e anti-vita si scambiano i ruoli.

ABERDEEN, MONDRAGONE è uno strano percorso venutosi a creare alla fine degli anni novanta, attraverso il quale i giovani della zona potevano emigrare nel Regno Unito e cercare un futuro migliore. In questa città scozzese i clan avevano creato una loro colonia senza nessuna traccia di delinquenza, senza bisogno della forza, ma reinvestendo i proventi delle imprese illecite compiute in Italia. Qui si può finalmente essere valutai per ciò che si è, senza pregiudizi, senza concorrenza sleale, senza doversi piegare: il sogno che nasce dall’incubo.
Ma una traccia di questa perfezione sinistra si respira anche qui in Campania, con intere zone interdette al commercio della droga, con bordelli domiziani dove l’Aids non è mai entrato. Il boss Augusto la Torre aveva creato un fetta di paradiso nell’inferno, prima del suo ambiguo pentimento. Non bastano delle mura e il sole a scacchi per fermare il potere di questa gente, si deve agire anche a livello immateriale, sulle coscienze, riportando la giustizia sociale qui da noi senza il bisogno di doverla cercare all’estero. Ringraziare queste persone per i loro favori non conviene mai, né moralmente e neppure umanamente.

La TERRA DEI FUOCHI è il nome che Legambiente diede ad una zona compresa tra le provincie di Napoli e Caserta, dove spesso sembra di vivere in un territorio indiano, a causa delle nuvole di fumo. Chi ha scritto questo post vive in questa zona, all’ultimo piano di un palazzo abbastanza alto, e spesso al tramonto scorge all’orizzonte oscuri segnali: quintali di rifiuti ardono per non essere sotterrati; di notte senti solo la puzza, non vedi niente, e speri che il vento porti la malattie da un’altra parte.
La “monnezza” è così tanta che l’hanno stipata nei campi coltivati, triturata e mescolata al cemento dei palazzi, nelle buche naturali e artificiali. Quanta spazzatura producono questi terroni, si pensa. E invece qui ci sono tantissimi rifiuti provenienti della provincia della Milano signorile, della ecologica Toscana, del produttivo Nord-Est. Non ci dovrà essere nessuna pietà per queste aziende (del nord e del sud) e per chi le ha protette, i loro nomi dovranno essere resi noti ed i marchi infangati così come hanno fatto loro con questa terra. Certo, può essere che alcuni produttori e imprenditori del nord non sapessero di fare qualcosa d’illecito (ma ho i miei dubbi), tuttavia, in zone nelle quali solitamente un meridionale è accolto con sospetto, non si facevano troppe domande, il costo dimezzato per lo smaltimento dei rifiuti era troppo allettante, e di certo i milioni e milioni di euro risparmiati hanno permesso ad una parte d’Italia di proliferare, ancora una volta ai danni del meridione.
 Questo traffico ha creato la figura professionale degli “stakeholder”, mediatori che fanno sparire i residui da smaltire in qualunque modo, in qualsiasi luogo. Allora lo Stato pensò di risolvere il problema con gli inceneritori, ma i cittadini, ormai diffidenti, capirono anni prima che la camorra ci sarebbe potuta infliltrare dentro, compresero che le ecoballe erano soltanto “balle” perché contenevano di tutto, mentre i governanti firmavano decreti speciali per farle bruciare a prescindere.
Per anni il problema è stato denunciato, senza che tuttavia le autorità abbiamo mostrato la giusta reazione o indignazione. Il fenomeno è venuto alla ribalta già agli inizi degli anni ’90, tuttavia è rimasto sepolto, come i rifiuti, sotto un cumulo di omertà e complicità. Un autotrasportatore sfigurato da un fusto aperto vicino al viso fu ricoverato in ospedale in gravi condizioni: era il 1991. Ben inteso, io me la prendo anche con quei miei conterranei che hanno venduto le terre agli sversatori, ma ovviamente non tutti erano a conoscenza della destinazione d’uso. Dunque i giornalisti ed tuttologi che salgono in cattedra contro le plebi ignoranti e malavitose del sud, sappiano che qui c’è gente che ha denunciato vanamente per anni, stroncata da minacce, indifferenza istituzionale ed isolamento. Ex onorevoli senza onore non sanno, forse, che le deposizioni del pentito Carmine Schiavone risalgono al ’97? Perché mai furono segretate? Ormai, in questi giorni, fior di giornalisti si stanno occupando del problema, un po’ per moda, non vi è dubbio, ma ora come ora non possiamo permetterci il lusso di scegliere da chi farci aiutare; oggi tutti i “megafoni” sono ben accetti, tuttavia un giorno bisognerà fare i nomi di chi sapeva ed ha taciuto, di chi si è voltato dall’altra parte e di tutti i responsabili in ogni forma e misura.

Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d'Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all'interno di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all'osso. In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è la presa di coscienza del proprio onore, la tutela del proprio orgoglio. È qualcosa di più essenziale, di ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d'affermazione dei clan, le loro cinetiche d'estrazione, i loro investimenti significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l'esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.
Avevo i piedi immersi nel pantano. L'acqua era salita sino alle cosce. Sentivo i talloni sprofondare. Davanti ai miei occhi galleggiava un enorme frigo. Mi ci lanciai sopra, lo avvinghiai stringendolo forte con le braccia e lasciandomi trasportare. Mi venne in mente l'ultima scena di Papillon, il film con Steve McQueen tratto dal romanzo di Henri Charrière. Anch'io, come Papillon, sembravo galleggiare su un sacco colmo di noci di cocco, sfruttando le maree per fuggire dalla Cayenna. Era un pensiero ridicolo, ma in alcuni momenti non c'è altro da fare che assecondare i tuoi deliri come qualcosa che non scegli, come qualcosa che subisci e basta. Avevo voglia di urlare, volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la trachea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare: "Maledetti bastardi, sono ancora vivo!" 
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Ho letto e sentito le critiche più diverse a Gomorra anche da chi non aveva assolutamente letto il libro: i detrattori settentrionali sono di solito persone che vengono qui a trascorrere le vacanze, in effetti una settimana all’anno a Napoli e provincia è piacevole, ed in effetti l’apparenza va salvata, perché così i turisti possono risiedere dove vogliono i clan, prendere il sole nei loro lidi, mangiare nei loro ristoranti. E allora ci si convince che quelle di Saviano siano balle, tutte.
I critici meridionali sono persone che per andare a lavoro o all’università si chiudono nella macchina, il sabato sera si trincerano in locali per bene, praticamente per loro è come vivere altrove: Saviano, per costoro, è un infame, perché ha parlato male di un paradiso, ha dato l’impressione che Napoli sia tutta da buttare. Questa accusa mi ha sempre fatto particolarmente incazzare: in Gomorra la vera Campania è espressa eccome: spesso vengono esaltate le capacità delle persone, le potenzialità del territorio, le bellezze del paesaggio; l’autore però racconta di come tutto ciò sia stato schiacciato dal malaffare.
Positività e negatività non son presenti in maniera uguale? Ma perché, forse nelle guide turistiche della zona leggete della camorra? Per quale oscura legge di compensazione bisogna sempre parlare della due cose assieme o in ugual misura? Saviano ha scelto di mostrarci un lato noto in superficie, ma di cui si è sempre ignorato il magma nascosto, e se Napoli ne esce male non è colpa di chi la descrive così, ma di chi l’ha ridotta in questo stato.
Un paradiso abitato da diavoli” come affermò Benedetto Croce.
C’è poi chi, in generale, è convinto che la questione non lo riguardi: state attenti, vi riguarda tutti.
Perché questi “sistemi”  hanno corrotto come un cancro il corpo del nostro meridione, si sono insediati in tutti gli organi, infettando ovunque, ma le radiografie non bastano, le cura tradizionali non servono, ogni attimo della vostra vita entrate in contatto con queste mucose infette senza accorgervene. Come una metastasi inarrestabile sta espandendosi in tutta Italia, inglobandone l’economia pulita e la morale già traballante.
C’è chi lo accusa di aver copiato da giornalisti ed autori attivi sul territorio da tempo, messi in ombra da Gomorra. Io credo, invece, che ora tutti questi coraggiosi scrittori saranno ascoltati con più attenzione, protetti dalle minacce ed apprezzati anche oltre Campania, proprio grazie all’opera di Roberto Saviano.
Poi ci sono le critiche complici di chi è dentro questo sistema e vuole mettere in dubbio le parole dell’autore per bruciare le speranze di chi crede in lui, per allontanare l’interesse di chi sta cercando di capire e svegliarsi dal sonno. E’ una strategia vecchia, in passato usata dai mafiosi contro i magistrati più tosti, basata sulla tecnica di gettare il sospetto, isolare e se non basta uccidere. Si perché Saviano vive sotto scorta da anni, nonostante politici e giornalisti sottomessi lo accusino di aver esagerato nel libro e essersi creato un alone di pericolo inesistente. Questi personaggi sono più pericolosi dei camorristi perché vogliono ridurci alla cecità e sordità, vogliono farci apparire al mondo come la regione della pizza e mandolino, come un’oasi felice dove chi alza la testa è per forza un buffone o un bugiardo. Buffoni e bugiardi sono loro.

Passando alle accuse squisitamente letterarie devo confessare che prima di leggere Gomorra ne avevo una idea completamente distorta: mi avevano fatto capire che trattasse l’argomento in modo referenziale, distaccato, quasi l’opera si fosse creata da sola; ho scorto invece un grande carica emotiva, una scelta estrema nel linguaggio e nella forma, una struttura articolata e affatto esclusivamente oggettiva.
Spesso la narrazione si interrompe e partono gli sfoghi dell’autore, le sue considerazioni, la sua umanità sconvolta dal mondo in cui è cresciuto. Una sintassi finalmente libera e non banale, un lessico crudo ma anche piacevole, un parola capace di incidere nelle coscienze e persistere: insomma siamo di fronte ad un opera di alta letteratura civile, ma anche esistenziale. Un raro successo della recente cultura italiana con oltre 10 milioni di copie vendute, 52 traduzioni, premi a raffica (Viareggio, Siani, Elsa Morante, Premio nazionale Enzo Biagi).
A confermarne la carica artistica c’è l’evidente appartenenza al genere del romanzo-saggio (anche se più intimo del normale) e l’appello del novembre 2008 in difesa di Saviano e della sua opera, firmato da Nobel quali Fo, Grass, Pamuk oltre a scrittori come Palahniuk e Saramango.

Scindere la forza del libro dalla sua valenza artistica è impossibile e scorretto, perché chiunque può scrivere, ma solo pochi possono farlo in maniera così penetrante. Se è vero che “dire altamente alte cose, è un farle in gran parte” (Alfieri), allora Roberto Saviano ha già fatto tanto, tantissimo, ma adesso tocca a noi.

giovedì 28 novembre 2013

Mommy porn: il nuovo genere piccante per le mamme nato da Cinquanta sfumature di grigio



Nuovo genere per davvero o soltanto rivisitazione di un filone di nicchia in realtà già esistente e florido?
In verità il mommy porn è in voga fin dall'uscita degli Harmony, i quali, successivamente, hanno preso connotati più spinti, sfociando nei romanzi d'amore appassionati per donne. In questi libri la storia d'amore, spesso tormentata, sfocia nell'erotismo passionale e travolgente, tanto adorato dalle mamme annoiate (!) .
É pur vero che, dopo il boom del best seller Cinquanta sfumature di grigio, la situazione è esplosa e venuta a galla in modo evidente, ed anche un po' preoccupante. Basta nascondersi, basta leggere romanzi sul bondage chiuse in bagno e lontane dal marito pigrone che passa le sere davanti alla partita, invece di occuparsi della propria donna. Le mamme adesso si ribellano e chiedono a gran voce nuovi libri sul genere, nuovi Mr Grey e Anastasja Steele. E se le mamme chiamano, l'editoria risponde, come in genere accade per ogni tipo di moda, anche se di scarso valore culturale. Ecco quindi un'esplosione incontrollata di romanzi erotici di ogni tipo, spesso identici, o quasi, a Cinquanta sfumature, perfino nella copertina.
Ma si tratta realmente di letteratura?
Anne Messitte, la editor di Vintage Anchor Books che ha scoperto il libro, afferma: «Le persone che scelgono questo libro non sono solo lettori abituali di romanzi. La cosa va molto oltre». 
Questa citazione la dice lunga. I fan di Cinquanta sfumature di grigio e dei suoi discendenti, quindi,  non sono lettori abituali -lettrici per meglio dire- ma donne che divorano quei libri per vivere una storia erotica e amorosa completamente diversa da quella che affrontano ogni giorno nella realtà. Non si tratta, dunque, di un pubblico competente.
Cosa dire, in sostanza, dell'autrice E. L. James? Ricordiamo che la signora è una quarantenne appassionata di Twilight, ed infatti Cinquanta sfumature è nato come fan fiction della saga scritta dalla Meyer. In pratica tutti i mali hanno una fonte comune, così sembra almeno.
Ad ogni modo, alcune donne americane sostengono che questi mommy porn portino un vero e proprio giovamento al loro rapporto di coppia. Una campagna pro-sesso attuata in forma di pseudo romanzo? O un'astutissima macchinazione editoriale?

sabato 16 novembre 2013

Le scene dei film più commoventi di sempre



Emozionare è una delle prerogative del cinema, ma quali film sono i più emozionanti di sempre? Lo studio di Levenson e Gross, iniziato nel 1998 e concluso nel 2005 ha decretato che la scena strappalacrime de "Il campione" è lo strumento per valutare il grado di "tristezza" delle scene cinematografiche. Un po' il metro di giudizio a cui tutti quei film tendenti al commuovente devono rifarsi:


“Il Campione”, film del 1979 di Franco Zeffirelli





La morte della madre in Bambi





Schindler's List




Titanic 



 La vita è bella di Benigni


il dialogo tra Bruce Willis e Liv Tyler in Armageddon





Avete dei suggerimenti per altre scene? Scriveteli nei commenti!

giovedì 14 novembre 2013

CASTELLI DA SOGNO

Il castello rievoca sempre il mondo del meraviglioso, 
del fantastico e del sogno. 
Chi non vorrebbe vivere in uno di questi stupendi castelli 
disseminati in tutta Europa? 


Chenonceau
Chatsworth house's back, Derbyshire
Castello di Cheverny, Francia

Neuschwanstein, Baviera
il palazzo di Wilanów, Polonia
Chatsworth House, Derbyshire
Chateau de Fontainebleau
Castello di Hohenzollern in Baden-Württemberg
Sanssouci Palace in Potsdam, Germany
Castello di Schwerin, Meclemburgo-Pomerania Anteriore
Castello di Chantilly, Piccardia
Chateau de Chambord

mercoledì 13 novembre 2013

Diventare mangaka col sito web Manga sozai jiten




C'è chi sogna di diventare scrittore e chi invece mangaka! Il mangaka è il disegnatore/sceneggiatore di fumetti giapponesi. Dopo “ComiPo” con cui si possono realizzare manga senza essere dei geni del disegno, in Giappone sbarca http://www.sozaijiten.com/ che presenta una buona varietà di immagini (gratuite almeno per adesso) per creare il vostro manga. Ovviamente ci sono delle limitazioni in quanto a soggetti e scene da rappresentare ma è comunque uno strumento utile per chi non è molto portato per il disegno o muove i primi passi in questo campo.








martedì 12 novembre 2013

GRANDI OPERE LETTERARIE ITALIANE ABBINATE A GRANDI DIPINTI

LETTERATURA & ARTE

Abbiamo scelto una grande opera della letteratura italiana per ogni secolo dal '200 al '900 e vi abbiamo abbinato un quadro che la rappresenti.

 Francesco D'Assisi (1182-1226) CANTICO DI FRATE SOLE



GiottoPredica agli uccelli, 1295, Basilica superiore di Assisi.








Dante Alighieri (1265-1321) DIVINA COMMEDIA






Domenico di MichelinoDante con in mano la Divina Commedia, 1465, Santa Maria del Fiore.












Lorenzo de' Medici (1449-1492) IL TRIONFO DI BACCO E ARIANNA



Annibale Carracci, Il Trionfo di Bacco e Arianna,1597-1600, Palazzo Farnese.








Ludovico Ariosto (1474-1533) ORLANDO FURIOSO





Jean Auguste Dominique IngresRuggero libera Angelica dall'orca, 1819, Louvre.













Giovan Battista Marino (1569-1625) L'ADONE






Tiziano Vecellio, Venere e Adone, 1555 ca, Metropolitan Museum of Art.












Vittorio Alfieri (1749-1803) BRUTO SECONDO



Vincenzo CamucciniLa morte di Giulio Cesare, 1798, Museo di Capodimonte.










Alessandro Manzoni (1785-1873) PROMESSI SPOSI




Giuseppe Molteni, La monaca di Monza, detta "la Signora", 1847, Musei civici di Pavia.















Gabriele D'Annunzio (1863-1938) FRANCESCA DA RIMINI







Mosè Bianchi, Paolo e Francesca, 1877c.,Galleria Civica d'Arte Moderna.













Riso al curry alla giapponese

Il riso al curry in Giappone è un piatto molto famoso, esistono addirittura dei ristoranti specializzati nella preparazione delle varie tipologie di questa pietanza. Il riso al curry non ha una sola ricetta, ma può essere realizzato con ingredienti diversi. Di base, comunque, è sempre presente il curry che da' il nome al piatto.
Il curry è una spezia di origine indiana nata, dalla miscela di vari ingredienti. A seconda della formulazione si avrà un curry "mild" ovvero mediamente piccante, o "sweet" ovvero molto piccante, contrariamente a quanto il termine potrebbe far pensare.
La formulazione classica del curry comprende pepe nero, cumino, coriandolo, cannella, curcuma e anche chiodi di garofano, zenzero,noce moscata, fieno greco, peperoncino.
PARLIAMO DELLA VARIETA' GIAPPONESE DI QUESTO PIATTO.



3 patate tagliate a cubetti 
2 carote tagliate a rondelle 
3 funghi freschi tagliati a pezzi (andrebbero gli shitake, io ho usato dei porcini) 
2 cucchiai di curry 
1 cipolla gialla tagliata grossolanamente 
400g di carne da spezzatino tagliata a dadini 
2 dadi di carne 
1 spicchio d’aglio tritato 
400g di riso cotto al vapore senza sale 






PREPARAZIONE 


In una pentola da minestra mettere un fondo d’olio e iniziare a soffriggere la cipolla a pezzi e lo spicchio d’aglio tritato. Iniziata la doratura mettere in pentola le carote, le patate, la carne e i funghi lasciando rosolare il tutto per un paio di minuti. Aggiungere ora mezzo litro d’acqua e portare ad ebollizione, aggiungendo quindi i dadi e il curry, girando il tutto per ben amalgamare gli ingredienti. Far bollire il tutto per un paio d’ore lasciando coperta la pentola: passate le due ore scoperchiare, aggiustare eventualmente di sale e di curry (a seconda dei gusti) e portare il composto ad una giusta densità (non deve esserci troppo sugo liquido). Nel frattempo cucinare al vapore il riso e preparare i piatti con metà riso e metà con il composto cotto in pentola. Consumare ben caldo, accompagnando tra loro le due parti in modo da controbilanciarne i gusti 



lunedì 11 novembre 2013

PSYCHO

Domina la tensione in questo classico intramontabile del cinema.
La si respira fin da primo secondo, dalla camera d’albergo dove due amanti discutono del loro precario futuro; il brivido permane dopo la fuga col malloppo, cresce con i dubbi del poliziotto, sospettoso, a ragione, di quella strana signorina agitata. Questa tensione costante la si può considerare una delle innovazione di Hitchcock, sommata alle voci fuori campo che riassumono una trama altrimenti troppo dilatata.

L’attenzione deve concentrarsi su Norman: personcina abbastanza tranquilla all’inizio, forse un po’ apprensivo con la nuova cliente del motel, tanto interessato da provocare l’ira della madre annidata nella sua mente malata. Il conflitto interiore lo spinge a non entrare nella camera con la sua cliente, ma la natura psicopatica viene fuori lo stesso: la mania di impagliare uccelli (vissuto come amore morboso di chi non sa rapportarsi con gli essere umani); i racconti sulla madre; l’ansia del tempo che passa; la società come “trappola”; la descrizione di cosa sia davvero il manicomio e le sue leggi crudeli. Dopo essersi congedato non può fare a meno di spiare Marion  mentre si spoglia (in un recente remake è stata aggiunta una scena di masturbazione, probabilmente inutile, la pellicola in bianco e nero rendeva benissimo l'ossessione senza mostrarla), ma la madre sa e non può perdonare questa lussuria anche solo visiva.

D'improvviso la scena capolavoro: la musica non era stata prevista, il compositore Herrmann convinse il regista con quel motivetto agghiacciante; il nudo c’è, ma non si vede, tutto è estremamente raffinato; l’espressione di Marion prima delle coltellate è serena, probabilmente ha deciso davvero di pentirsi e tornare alla vita normale, pochi secondi prima di morire;
le coltellate sono mostrate senza mai far capire come il colpo squarci la carne, è tutto lasciato alla nostra mente pervasa d'adrenalina musicale ed accesa dai frame che si susseguono ipnotici; la conclusione è sull’occhio della donna, la telecamera arretra, come la vita se ne va via. Una scena dura, ma non si scende nello splatter che oggi ci propongono quasi come fosse d'obbligo.

La parte centrale del film potrebbe fare corpo a sé come un buon giallo classico: interrogatori, ipotesi, indagini di parenti e detective. Tutto precipita nella ricerca di quella misteriosa madre, il male che vive occultato nella mente di Norman: quando la sorella di Marion gira la sedia, mostrando il cadavere mummificato, gli spettatori comprendono di essere stati catapultati in un film unico.

Nel finale lo psicologo della polizia riassume i passaggi del dramma: la madre uccisa ha preso dominio della psiche del giovane, ne ha assunto il controllo, facendo scomparire del tutto Norman che così paga il matricidio con l’eclissi. La causa della follia è da ricercare nell’infanzia, nella stessa personalità dura della genitrice, nel difficile rapporto col patrigno; lo psicologo che spiega e in qualche modo giustifica è un’altra novità, una concessione alla prospettiva del “colpevole”, un riconoscimento di come sia difficile considerarlo totalmente tale. 
La scena finale suggella il capolavoro: la voce della madre risuona nella mente di Norman, lo accusa dell’omicidio, lasciando per sé il ruolo di donna innocente e timorosa; sembra che la personalità dell’uomo, pur se mediata dalla incarnazione materna, sia ormai pacificata e innocua, incapace di far male anche “ad una mosca”. Ma lo sguardo di Norman Bates rende evidente il contrario: la sovrapposizione del suo viso con un teschio è la proiezione del subconscio ormai dominato dalla morte.

Dopo questo film i pazzi divennero una costante nel cinema, insieme alle loro scissioni mentali, ma spesso, troppo spesso, sono solo della pallide imitazioni di tale modello, dei Norman-surrogati e perciò banali, a tratti ridicoli.
Il remake di Gus Van Sant è molto fedele, persino nelle battute e nelle inquadrature. Le differenze sono presenti nel tempo (attualizzato), nel colore, nell’inserimento di immagini subliminali a ripetizione, nella masturbazione di Norman. In definitiva non so bene a cosa serva un remake di questo tipo.
L’originale, a mio avviso, ha come difetto la lunghezza di alcune scene (esagerata quella della pulizia del camera dopo l’omicidio) ed una certa fissità dei personaggi (tranne Norman) che si riversa anche sulle singole interpretazioni.

Vincitore di un solo Golden Globe, candidato a quattro Oscar non ne portò a casa nessuno: nel 1960 La battaglia di Alamo era molto più ad hoc per introdurre l'imminente guerra in Vietnam. 
In definitiva, credo che Psycho abbia sconvolto il pubblico e la critica, scontando il debito di tutti i film spartiacque.