martedì 13 maggio 2014

IL CAMMINO DI UNA MENTE ATTIVA: DALLA MEMORIA AL RAGIONAMENTO

Ho un incubo che mi perseguita dalle elementari, anche ora che sono passato dall'altra parte della cattedra: devo memorizzare qualcosa (la “cosa” si è evoluta col tempo: tabelline, poesie, date storiche, idee filosofiche) e ho poco tempo per farlo; non riesco a selezionare il materiale da dover imparare, è troppo vasto e confuso. 
Il sogno si interrompe durante l’interrogazione, quando cerco disperatamente di ricordare qualche frammento e il mio inconscio si rende conto che non c’era nulla da riportare alla mente.

Tutte le cose che ci spaventano hanno sempre origine da sensazioni già sperimentate.

Questo incubo lo collego proprio alla realtà a cui rimanda: l’ossessione del sistema scolastico per la memorizzazione. Trovatomi ad insegnare,comunque, ho compreso come le nozioni siano sicuramente una parte fondamentale nell'apprendimento. La didattica, per quanto possa tendere a competenze pratiche, deve necessariamente basarsi su conoscenza da imparare.

Una cosa è certa, dunque, la memoria va allenata ed è la base per qualsiasi progresso intellettivo.
Tuttavia, il nostro sistema educativo ha sempre messo la quantità davanti alla qualità. Ancora oggi sento di docenti di latino che si infuriano se il malcapitato studente non ricorda gli accenti da apporre sulle desinenze dei verbi (nel senso che si arrabbiano se ricorda tutto tranne quello), o gettano nella fossa dei dannati chi non rammenta il paradigma di una coniugazione irregolare; professori di matematica che assegnano decine di esercizi senza spiegare adeguatamente come affrontarli o come servirsi delle conoscenze matematiche al di fuori dei fini scolastici; colleghi di storia che spiegano la metà delle pagine assegnate “perché tanto non c’è bisogno di chiarire nulla, si tratta solo di imparare”. Come se la tradizione culturale latina ci avesse lasciato i suoi insegnamenti nei significanti e non nei significati; come se mille esercizi possano creare un nuovo Einstein più di una mente allentata a ragionare; come se gli eventi del passato non avessero delle cause complesse e delle conseguenze talvolta di difficile comprensione.
Lo ripeto, la memoria è importante ed anche lo studio “nozionistico” ha il suo enorme valore. Un palazzo stupendo senza basi adeguate crolla, è inevitabile.
Ma (si indigneranno le mie maestre elementari, tuttavia fingo sempre di non ricordare l’inutile regola che prescrive di non iniziare mai un periodo con “Ma”) una mente ingolfata da dati, cifre, formule, è destinata ad utilizzare tutta la sua elasticità soltanto per imparare cose create da altri, piuttosto che idearne delle proprie.
La nostra società ci spinge ad imparare una risposta per tutto. Impossibile. Bisogna insegnare a porre (e a porci) le domande giuste. Insegnare a non accettare le “formule”, o meglio, insegnare ad accettarle solo dopo averle fatte proprie. Insegnare a pensare, contemporaneamente con l’insegnare a “conoscere”. Inoltre, una mente addestrata a ragionare saprà selezionare adeguatamente cosa c’è da ricordare e cose no.

Sherlock Holmes riusciva a risolvere dei casi impossibili con metodi stupefacenti: era capace di scoprire i luoghi dove aveva camminato una determinata persona guardando il tipo di sporco sotto le scarpe; da ciò deduceva cosa aveva fatto l’individuo e perché. Il famoso detective spiegava continuamente allo svampito Watson che ci sono due qualità fondamentali che bisogna possedere per essere capaci di risolvere un caso: conoscenze esatte e capacità di analisi.
Memoria e pensiero.


Elementare.

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