domenica 26 ottobre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, TERZA PARTE (Uomini che odiano le donne: allegoria dei mali moderni)

Terza puntata del nostro ciclo di post dedicato a Stieg Larsson in vista dei dieci anni dalla sua morte. Nella prima parte abbiamo parlato della vita dell'autore, dei misteri sulla saga, del genere a cui appartiene la trilogia e dello stile; nella seconda ci siamo soffermati sulla vicenda del primo romanzo e sui personaggi della saga.  Oggi analizzeremo il messaggio trasmesso dal primo libro, "Uomini che odiano le donne", mostrando come l'autore sia stato capace di utilizzare il classico genere del giallo come una allegoria sui mali della nostra modernità. 


UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Il mondo contemporaneo attraverso l'allegoria del giallo

“E' solo un romanzo”, anzi, “è solo un romanzo giallo”. Già la prima frase esprimerebbe una sorta di sfiducia nei confronti della letteratura (e dell'arte in generale) come se essa non potesse incidere sulla vita, sul mondo, sulla conoscenza che ci rende liberi. I romanzi gialli, poi, secondo alcuni sarebbero confinati ai margini del sistema letterario, avulsi dalla “serietà” e privi di significato. Come se non si trovassero spunti di riflessione nelle opere di Sir Arthur Conan Doyle, come se Camilleri non fosse uno dei massimi autori di oggi in Italia, come se Gadda non avesse scelto questo genere per descrivere il “pasticciaccio” di mondo in cui viviamo, per non parlare dell’indagine umana e spirituale de Il nome della rosa.
Vediamo cosa trasmette l'opera di Larsson, scopriamo quali aspetti della realtà contemporanea sono analizzati con cura e precisione.
Il primo romanzo si scaglia contro il mondo capitalistico finanziario uscito vincitore dalla disgregazione comunista e sicuro di sé a tal punto da osare tutto, ogni impresa ai limiti della liceità, convinto che il liberismo più assoluto debba concedere il benessere a tutti.

Ti ricordi com'era lo spirito del tempo. Tutti erano così ottimisti, quando cadde il muro di Berlino. Sarebbe arrivata la democrazia […] e i bolscevichi sarebbero diventati dei veri capitalisti nel giro di una notte. (I; p. 32)

Una simile critica al liberismo più assoluto (e alla sua esaltazione) l’avevo già incontrata in Gomorra, di Roberto Saviano, che non a caso si è attirato le antipatie di alcuni difensori del libero mercato per il collegamento tra tale sistema e quello camorristico.

Liberismo totale e assoluto. La teoria è che il mercato si autoregola. […] La liberalizzazione assoluta del prezzo della droga ha portato a un inabissamento dei prezzi. […]Non sono gli affari che i camorristi inseguono, sono gli affari che inseguono i camorristi. La logica dell'imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberismo. Le regole dettate, le regole imposte, sono quelle degli affari, del profitto, della vittoria su ogni concorrente. Il resto vale zero. Il resto non esiste. [R. Saviano; Gomorra, viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra; Mondadori, 2006]

Wennestrom è l'emblema dell'uomo di spicco di tale sistema, afferma di essersi fatto da solo, ma in realtà si è arricchito tra fortuna e imbrogli senza la minima pietà per chi è stato schiacciato o senza sentirsi in dovere di spiegare da dove ha cominciato. La sua storia è emblematica: richiesti finanziamenti pubblici per avviare un'impresa nell'est Europa (da civilizzare), finto fallimento, falso in bilancio, fondi neri, investimenti in armi, droga e tanto altro, fino ad arrivare ad un impero dorato con le fondamenta sporche di fango. Mikael non ha pietà per uomini di tale risma.

Non parlare di uomini d'affari. Chiamali come ti pare, ma definirli uomini d'affari è offendere una seria categoria professionale”. (I; p. 40)

Parole scritte nel 2004, con indubbio profetismo visti i risultati del presente, vista la crisi e le sue basi, i silenzi di chi sapeva e gli imbrogli delle banche complici. Ma Mikael non se la prende soltanto con gli autori di tali crimini finanziari. In un suo libro, intitolato I cavalieri del tempio, ammonimento per i reporter economici, accusa il quarto potere, si scaglia contro i giornalisti economici che non hanno indagato, ma, anzi, hanno appoggiato l'ascesa di tali personaggi evitando ogni critica oppure agevolandoli con servilismo stucchevole. Nel nostro mondo reale basta aprire un giornale per scovare tali servi del potere che hanno abdicato ad ogni critica e la adoperano soltanto per difendere chi li finanzia fama, senza guardarsi mai allo specchio per timore di scoprirsi pennivendoli.
Avremmo tanto bisogno di giornalisti come Mikael, guidati soltanto dal senso del dovere e dall'amore per il bene pubblico, lontani da schieramenti e critici delle storture della società.

[…] guardava tutti gli -ismi politici con grande sospetto. […] L'equazione era semplice. Un direttore di banca che perde cento milioni in speculazioni insensate non dovrebbe mantenere il suo posto. Un dirigente d'azienda che maneggia società fittizie deve finire in galera. Un proprietario di immobili che costringe dei giovani a pagare in nero per un monolocale con cesso deve essere messo alla gogna.(I; p. 83)

Prima ho definito l'autore profetico, non saprei esemplificare meglio questa sua vista lunga se non con questa citazione:

Era compito del giornalista economico studiare e smascherare gli squali della finanza che creano le crisi economiche e mandano in fumo il capitale dei piccoli risparmiatori in folli speculazioni.

Facendo un piccolo balzo al terzo libro della trilogia riporto alcune considerazioni di Erika Berger che, dopo aver abbandonato Millennium perché chiamata a dirigere un giornale nazionale di più ampia diffusione, deve fare i conti con il pesante budget negativo. Gli esperti consigliano una serie di licenziamenti a tappeto, ma lei si rivolge così ad uno di loro che l'accusava di debolezza decisionale:

Nel corso di quest'anno tu distribuirai una grossa somma sotto forma di dividendi ai ventitré azionisti del giornale. A ciò si aggiungerà una distribuzione di premi assolutamente assurda, che costerà al giornale quasi dieci milioni di corone […] tu ti sei assegnato un premio di quattrocentomila corone […] il premio avrebbe un senso se avessi fatto qualcosa per rafforzare il giornale. I tuoi tagli invece l'hanno indebolito e hanno aggravato la situazione.” (III, p. 401)

L'accusato risponde con ironia, spiegandole che così funziona il capitalismo, ma la donna conclude:

Propongo di dimezzare tutti gli stipendi dei dirigenti. […] La proprietà comporta anche delle responsabilità. […] Tu vorresti che le regole del capitalismo fossero valide per i dipendenti per non per gli azionisti e per te”. (III; p. 402)

Quando sentirò simili parole da un dirigente del nostro paese allora qualcosa starà davvero cambiando.
L'attacco di Mikael al sistema è così forte e deciso da attirargli contro le ire di quasi tutti i colleghi. Nessuno avrà pietà di lui dopo la condanna nel processo e la maggioranza gioirà per la sconfitta di uno dei pochi ad aver mantenuto la schiena dritta. Noi oggi siamo abituati alla macchina del fango: accuse ai nemici, reportage ad orologeria, critiche pretestuose con solo scopo di denigrare che si è battuto per la giustizia e la verità. Siamo convinti che le inchieste contro i potenti nascondano ordini di altri potenti ed in questo gioco al massacro tutti sono salvi perché nessuno è innocente. Allora giustifichiamo i grandi politici scesi in campo per noi, i manager con il golfino ed i magnati della finanza. Se lo spread sale sentiamo un cappio alla gola, se scende (a comando) brindiamo fiduciosi perché l'economia si sta riprendendo. Ancora una volta le parole di Larsson-Mikael ci aiutano a decifrare una differenza, questa volta quella tra economia e mercato borsistico:

L'economia è la somma di tutte le merci e i servizi che si producono ogni giorno in questo paese. […] La borsa è qualcosa di totalmente diverso. Lì non c'è nessuna economia e nessuna produzione di beni e servizi. Lì ci sono solo fantasie dove di ora in ora si decide che adesso questa o quella società vale tot miliardi di più o in meno. Questo non ha proprio niente a che fare con la realtà o con l'economia del paese”. (I; pp. 658-659)

Se gli speculatori abbandonano il proprio paese lo fanno soltanto per avvantaggiarsene e non c'è alcuna causa che li giustifichi oltre il profitto, se l'economia crolla non è fallito uno stato, ci dice Larsson, ma è stato fatto fallire. Definitivo ed impietoso è il giudizio sui giornalisti che, non indagando, hanno favorito questo caos (la frase mi ricorda una simile di Giovanni Falcone).

I media hanno una enorme responsabilità. […] Se avessero fatto il loro lavoro, oggi non ci troveremmo in questa situazione”. (I; p. 660)

A Mikael è affidato il compito di criticare la violenza del sistema finanziario - speculativo del nostro mondo, a Lisbeth spetta un'altra denuncia, quella della la violenza sulle donne. Larsson ha lavorato da sempre con colleghe dell'altro sesso, ha sempre avuto un profondo rispetto per il genere femminile ed ecco perché ha incentrato l'opera su questo tipo di reato. I dati apposti in apertura di capitolo sono reali e sorprendenti considerando che la Svezia è comunemente considerato uno stato all'avanguardia in Europa sotto il profilo della civiltà:

-In Svezia il 18% delle donne al di sopra dei quindici anni è stato minacciato almeno una volta da un uomo.
-In Svezia il 46% delle donne al di sopra dei quindici anni è stato oggetto di violenza da parte di un uomo.
-In Svezia il 13% delle donne è vittima di violenze sessuali al di fuori di relazioni sessuali.
-In Svezia il 92% delle donne vittime di violenza sessuale non ha denunciato alla polizia l'ultima aggressione subita.

La stessa protagonista rientra in queste statistiche: minacciata e molestata da uno sconosciuto in metro, stuprata dal suo tutore, non ha denunciato la violenza subita. Lisbeth non ha fiducia nelle forze dell'ordine (il perché sarà chiaro nel proseguo della trilogia), ma non soccombe alla depressione dopo la violenza di Bjurman, perpetrata in due atti di crescente devianza maniaca e perversione subdola. Da sottolineare la bravura di Larsson nello scandire il tempo delle violenze. Il rapporto orale sotto minaccia subito da Lisbeth è contemporaneo all'ennesima conquista di Mikael. L'uomo, infatti, vive continui successi in amore:

Gli si mise a cavalcioni e lo baciò sulla bocca. Aveva ancora i capelli umidi e profumava di shampoo. Lui armeggiò goffamente con i bottoni della sua camicia di flanella e gliela fece scendere sulle spalle. Cecilia non si era preoccupata di mettersi il reggiseno. Si schiacciò contro di lui quando le baciò i seni. (I; p. 267)

Dolcezza e sensualità e descrizione della serata di Mikael, ma poche righe dopo entra in scena il dramma di Lisbeth:

La fermò (la mano, ndr) sul seno destro e ve la tenne. Visto che lei non sembrava protestare, le strizzò il seno. […] “Devi imparare a essere socievole e ad andare d'accordo con la gente”. […] Le afferrò la testa con entrambe la mani e le girò il viso così che i loro occhi si incontrassero. […] Lui aspettò finché lei non abbassò lo sguardo in un gesto che interpretò come un gesto di sottomissione. […] Lei ebbe continui conati di vomito nei dieci minuti che durò […] (I; pp. 269-270)

Anche la seconda violenza è preceduta da una descrizione rassicurante e tranquilla della vita di Mikael. Lui si sente sempre più a suo agio a discutere con Cecilia, mentre Lisbeth viene legata e stuprata per un tempo interminabile. Il giornalista si muove leggero e tranquillo nel mondo delle relazione amorose, la giovane hacker conosce soprattutto il male da parte dell’altro sesso.
Ogni ragazza del mondo reale, ogni persona aggredita e umiliata in tale modo non riuscirebbe più ad uscire di casa, si chiuderebbe nell'isolamento più completo. Una frase isolata ad inizio capitolo riassume tutta la sua personalità. Dopo aver scritto che Lisbeth ha vissuto nel suo letto per tre giorni recuperando le forze fisiche e mentali ci aspetteremmo una descrizione approfondita del suo dolore, della rabbia, della depressione:

Ma non piangeva.

Così come può apparire eroico e quasi inverosimile il desiderio di Mikael di combattere le devianze economiche, tale appare la reazione rabbiosa ma lucida della giovane. Riguarda tutto il filmato dello stupro, si tatua una sottile serpentina come memento, progetta una contro-violenza, sfrutta l'accaduto per ottenere una posizione di dominio nei confronti di chi l'ha dominata. Lo stupra con un oggetto, lo ricatta, lo umilia.
A questo punto occorre chiarire un dato fondamentale: Lisbeth è un personaggio letterario. Non la si può giudicare secondo i parametri del nostro universo, nel bene e nel male. Non la si può considerare un modello per la violenza che utilizza come unica arma di difesa, e così non la si può condannare secondo le nostre leggi o convinzioni morali per la ferocia con cui reagisce. I libri funzionano per allegorie, bisogna imparare a decodificarle per non guardare il dito invece della luna. Per capire il messaggio che Stieg Larsson voleva consegnare alle donne dobbiamo osservare la reazione di Lisbeth nel suo complesso, nella totalità dell'opera: riprende quasi subito la sua vita, non cambia le abitudini per paura o vergogna (sentimento che talvolta colpisce chi ha subito tali delitti); reagisce smascherando la pochezza di colui che ha compiuto lo stupro; accetta il caso proposto da Mikael proprio perché ha a che fare con “uomini che odiano le donne”. E' come se sentisse di dover agire nel mondo come guidata da una missione di giustizia (in tutto ciò la spinge anche l'esperienza della madre, vittima di violenza domestica e menomata a vita per l'ultima di esse), sceglie quindi di non diventare “egoista” concentrandosi solo sul torto da lei subito. Ma soprattutto inizia una storia d'amore con un altro uomo e questo punto è importantissimo. Proprio lei, una bambina che ha subito “tutto il male” (poi si capirà di cosa si tratta), una ragazza ripudiata dalla società e trattata con disprezzo, una donna che dopo tutto ciò viene violentata da chi doveva prendersi cura di lei, alla fine trova la forza di innamorarsi per la prima volta, risale dall'abisso più in pace col mondo di quando ci era caduta. Mirabile la maestria di Larsson nel trattare una tematica così complessa con forza ma senza morbosità, con speranza ma senza che questa si palesi in maniera facilmente consolatoria (come accade a molti letterati contemporanei zuccherosi fino al diabete). Certo l'autore non va per il sottile nemmeno nel propinare una estrema delusione alla sua figlia letteraria. Mikael non si è reso conto dei sentimenti di Lisbeth e continua a fare sesso con qualsiasi donna capiti a tiro: la violenza non ha fatto tanto male a Lisbeth di quanto ne farà la mancata corrispondenza amorosa.

La terza tematica che il romanzo affronta prende le mosse dalla classica trama gialla ma la estende oltre, dall'individuo alla società fino alla storia. Ci siamo già soffermati sulle novità di tecnica e stile che Larsson ha apportato al genere, ora dedichiamoci all'analisi delle devianze del mondo contemporaneo. Non si tratta, infatti, di normali omicidi perpetrati da un “semplice” assassino, ma in sottofondo l'autore ha voluto dirci molto di più.
Esponiamo i fatti seguendo l'albero genealogico della famiglia Vanger: Richard Vanger, fratello di Henrik, è stato un “fanatico nazionalista ed antisemita”. Aderisce ad uno dei primissimi partiti nazisti svedesi, entra nell'esercito, viene ripudiato dalla famiglia per le sue idee xenofobe, nel 1940 partecipa come volontario alla cosiddetta “Guerra d'inverno” ( la Russia invase la Finlandia che si era rifiutata di accettare l'installazione di basi sovietiche nel suo territorio) e in tale conflitto morì diventando un martire per le future generazioni di nazisti svedesi. Nell'ambito familiare si comportava come un tiranno, picchiando moglie e figli e perpetrando sottomissioni ed umiliazioni. Suo figlio Gottifried, cugino di Henrik, fu accolto in caso dalla zio alla morte del padre, venne integrato nella società di famiglia, ma non riuscì a stare lontano da donne ed alcool; nel corso della sua vita commise numerosi omicidi durante viaggi di rappresentanza svolti per l'impresa di famiglia: le vittime erano tutte ebree e vennero uccise secondo punizioni capitali descritte nel Levitico, ma il killer non fece mai nulla per nascondere i corpi. Sposatosi con Isabella divenne padre di Martin ed Harriet, entrambi vittime delle sue molestie. In particolare la ragazza fu stuprata spesso, anche da suo fratello, che il padre iniziò alla violenza e agli omicidi. Harriet uccise il padre dopo l'ennesimo abuso (ma tutti si convinsero che fosse affogato dopo essere caduto in acqua per l'ubriachezza) davanti agli occhi di Martin che da quel momento continuò la tradizione omicida paterna. Tuttavia qualcosa cambia nel passaggio generazionale. Martin non sceglie più le sue vittime in base all'etnia, le rapisce e le imprigiona per giorni nella cantina della sua casa ad Hedestad in cui perpetra numerosi abusi prima di ucciderle per poi occultarne i corpi.
Una discendenza abbastanza tragica, non c'è dubbio, ma non sono convinto che Larsson abbia voluto costruire questa “famiglia maledetta” slegata da ogni possibile contesto. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad allegorie capaci di aprire la nostra mente a profonde riflessioni sul mondo in cui viviamo. Credo che questi tre uomini rappresentino tre diversi tipi di devianze del mondo contemporaneo - occidentale, ognuna da collocare nel proprio spazio.
Richard rappresenta la massima degenerazione della volontà di potenza che le nazioni europee hanno coltivato nel secolo passato. L'intera storia moderna è un susseguirsi di guerre ed alleanze finalizzate alla creazioni degli Stati che, dopo la guerra dei Trent'anni, hanno raggiunto sostanziamene i confini di oggi (con il solo ritardo di Germania ed Italia). Le nazioni moderne hanno colonizzato il mondo, hanno stuprato le popolazioni di terre lontane, hanno profanato la loro dignità, hanno abbruttito se stessi con autoesaltazioni e nazionalismi esagerati. Il fascismo ed il nazismo sono state due ideologie giunte al culmine di questa devianza, hanno spinto i popoli ad odiare sempre di più, consegnando il mondo ad un conflitto globale. La vergogna che dobbiamo provare come europei è attribuita alla Svezia in questo libro, ma di certo nessuno di noi può sentirsi innocente (Italia fascista, Germania nazista, URSS dittatura comunista, Inghilterra coloniale e simpatizzante con Hitler nei primi anni incerti, Spagna franchista, Norvegia e Francia in diversi modi collaborazioniste, Austria invasa ma pronta ad accogliere l'invasore e, andando fuori dall'Europa, Usa entrati in guerra più per convenienza che altro senza dimenticare i finanziamenti americani al terzo Reich). Richard incarna tutto ciò: aderisce a questi movimenti e mette in pratica tale ideologia all'interno della famiglia, contamina la psiche di altri suoi familiari (non fu l'unico nazista dei Vanger) e così importa la devianza dalla sfera politica a quelle sociale e familiare.
A Gottifried spetta il compito di perpetrare questa decadenza morale e civile, ma spostandola dalla lotta tra nazioni a quella interna alla società. Tronfio di vizi, inadatto alla vita familiare, incapace al lavoro, sfrutta la sua posizione per dominare le donne con la violenza, nella maniera più abietta e crudele. Si comporta esattamente come gli stati moderni fecero con i “nuovi mondi”. Nel suo operare ci sono ancora delle tracce dell'ideologia paterna ed infatti uccide in nome di una etnia e di un credo religioso, punendo esseri colpevoli solo per la loro nascita. E' lo specchio degli estremismi che ancora oggi viviamo all'interno della società: il dominio del più forte, del superiore, del padrone sugli schiavi. Se la prende solo con chi è più debole, siano donne o i suoi figli. É lo specchio dei suoi anni. Basti pensare allo stragismo italiano (contemporaneo ai suoi delitti) per comprendere quanto possa fare male il conflitto sociale che poggia le sue basi su ideologie passate, ma si attua con ferocia moderna.
Martin è l'ultimo stadio. Siamo partiti dalle nazioni, ci siamo soffermati sulla società ed ora scopriamo il male in un ambito ancora più ristretto: all'interno dell'individuo, nella sua mente malata e perversa. Non uccide per cause etniche o religiose, non ci sono volontà di dominio sociali ed ideologiche. Ama cacciare più che uccidere, gode nel preparare il suo piacere malvagio ma fa di tutto per non condividerlo, infatti ha costruito una sala privata dove abusare delle vittime e i corpi vengono fatti sparire per sempre.
Martin uccide perché la sua è una devianza intima, generata dal male che lo ha preceduto ma coltivata in maniera tale che non gli si può concedere alcuna giustificazione. Mikael sembra mostrarsi indulgente con lui anche se egli stesso è stato vicino alla morte per mano del killer:

Martin in realtà non aveva nessuna scelta”. […] “Lui fu per così dire educato da suo padre”. (I; p. 550)

Ma Lisbeth non ha nessuna pietà, anche lei ha subito violenza e soprusi fin da bambina ma non ha mai provocato il male in maniera volontaria o sadica. La sua reazione alle parole di Mikael è decisa:

Cazzate”. […] “Martin aveva esattamente le stesse possibilità di tutti gli altri di reagire. Ha fatto la sua scelta. Lui uccideva e stuprava perché gli piaceva”. (I; p. 551)

Larsson si è immerso nel male. Dalla storia, alla società, all'individuo. Ha scavato nell'abisso per farci provare la sofferenza e restituirci la luce con la soluzione del caso che, come abbiamo visto, è ben più di un semplice giallo, è un'opera di riflessione e catarsi.


Il messaggio provvisorio

In conclusione, cosa ci lascia Uomini che odiano le donne? Abbiamo compreso come la trama sia tessuta con maestria, spiegato come i personaggi creati magnetici e ben caratterizzati, lo stile scelto innovativo pur senza rompere i canoni del genere, i temi proposti degni di un'opera moderna che faccia riflettere oltre che appassionare.
Ma cosa ci resta dopo un terzo della trilogia?
Se diamo uno sguardo ai personaggi negativi scoviamo l'avvocato Bjurman umiliato e depresso, il killer Martin defunto in un incidente, lo speculatore Wennestorm smascherato e giustiziato...tutto bene allora? Potrei dire di si, a giudicare dalla felice condizione di uno dei due protagonisti, Mikael, riabilitato pubblicamente e pieno di successi in ambito privato. Ma ancora una volta credo si debba prestare attenzione a Lisbeth, la vera protagonista della saga: ha punito Bjurman, tuttavia costui resta ancora nella sua vita e l'incapacità giuridica non le è stata revocata; Martin è morto, ma non ha avuto la soddisfazione di giustiziarlo ed inoltre i suoi delitti non saranno mai rivelati; ha scoperto la sua pignatta d'oro ed insieme l'amore, ma non sa cosa farsene della prima con il cuore spezzato. La sicurezza economica, inoltre, la rende finalmente libera, ma di fare cosa? Come un animale chiuso in gabbia fin dalla nascita avverte inquietudine e incertezza. Il finale brusco getta nel cestino (insieme ad Elvis) ogni tentazione di sentimentalismo o happy end degno di un libricino rosa. I restanti due sono quanto mai necessari.
Uomini che odiano le donne è una sorta di enorme prologo scritto per farci conoscere personaggi e protagonisti che poi si animeranno dinnanzi ai nostri occhi per svelare trame più profonde ed esorcizzare mali più remoti, più nascosti, ma anche per questo più pericolosi.


Nessun commento:

Posta un commento