domenica 9 novembre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, PARTE SESTA (Le trasposizioni cinematografiche)

Ultima post del nostro ciclo dedicato a Stieg Larsson. Oggi, 9 novembre 2014, ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di uno dei più eccelsi narratori di inizio millennio, purtroppo volato via troppo presto. I suoi tre romanzi hanno descritto la società svedese in modo sorprendente e innovativo; le riflessioni presenti nella trilogia partono dal male assoluto del nazismo scivolando nell'esplorazione del lato oscuro presente in tutti gli uomini. Le sue critiche alla società contemporanea sono state precise e mai banali, addirittura profetiche quando hanno anticipato le storture del mondo finanziario, rivelatesi poi apertamente con la crisi del 2008. Ma soprattutto è riuscito a creare dei personaggi intriganti, affatto scontati, certo allegorici, ma mai lontani dalla realtà. 

Per chi volesse rileggere l'intero ciclo della nostra analisi clicchi qui.  


Dalla carta alla pellicola: luci ed ombre

La  trilogia svedese

Ci occuperemo ora delle tre pellicole scandinave ed in seguito del remake americano.
Il primo dei tre film nordici è indubbiamente il migliore ed il più fedele all'opera scritta, mentre gli altri due si concedono modifiche e deviazioni a tratti esagerate.
Per quanto riguarda Uomini che odiano la donne le differenze dal libro sono: una minore profondità del protagonista Mikael che risulta poco caratterizzato, vista la soppressione della ex-moglie e della figlia, di alcune relazioni, oltre che di molti suoi comportamenti tipici, senza contare che il tempo affidatogli per la risoluzione del caso è dimezzato rispetto al libro; Anita viene coinvolta in situazioni diverse da quelle del libro e addirittura la sia fa morire per un cancro al seno. Accenniamo solo alle numerose anomalie della famiglia Vanger, talvolta sono stati cambiati gradi e rapporti di parentela e non c'è alcun riferimento all'entrata della famiglia nel Cda di Millennium. Nel film Lisbeth subisce un'aggressione in metropolitana da parte di alcuni teppisti e così incorre nella rottura del suo pc, mentre nel libro tale danno era avvenuto per un fortuito incidente.
La differenza principale, per me inaccettabile, è nell’incontro tra Lisbeth e Mikael: nel libro Froede confessa al giornalista di aver fatto svolgere delle indagini su di lui prima di assumerlo e Mikael, decisamente infastidito, chiede di leggere il rapporto. In seguito, colpito dalla precisione del testo, pretende un incontro con l’investigatrice che tanto bene lo aveva spiato e descritto. Nel film, invece, Lisbeth manda a Mikael dei suggerimenti sul suo caso tramite e-mail, rendendosi così rintracciabile: ma ciò non è da lei, esce totalmente fuori dai canoni psicologici e di comportamento con cui Larsson l’ha creata!
Gli altri due capitoli della saga presentano rimaneggiamenti in tantissimi punti, ne elenco solo alcuni sennò dovrei riscrivere l’intera trilogia: c’è solo una minima descrizione dei viaggi di Lisbeth intorno al mondo e manca totalmente la sequenza dell’uragano con successiva lotta contro il finto medico; c’è una sfasatura temporale tra la visita di Lisbeth al suo tutore e la scelta di quest’ultimo di ucciderla contattando altri suoi “nemici” scoperti per caso; ancora una volta i rapporti tra i personaggi sono tratteggiati freddamente, come se Palmgren o Armanskj non avessero una loro evoluzione e come se Mimmi fosse davvero una sorta di prostituta come poi verrà falsamente accusata; il coinvolgimento di Paolo Roberto è molto semplificato ed inoltre il combattimento tra lui ed il gigante biondo ha esiti diversi rispetto al libro; Mikael scopre la nuova abitazione di Lisbeth grazie a Mimmi, mentre nel libro era entrato in possesso delle chiavi dopo un incontro fortuito con la giovane hacker, proprio nel momento in cui stava per essere rapita dai membri del moto club (inoltre, quando suona l’allarme di casa Lisbeth, nel film è lei che decide di bloccarlo mentre nel libro sarà Mikael a indovinare il codice segreto, con grande sorpresa della ragazza); nel finale del secondo libro la giovane mormora “Kalle Dannatissimo Blomkvist” nel momento in cui viene trovata agonizzante, ma nella pellicola questa frase non c’è; nel secondo film  la Sezione è tratteggiata in modo piuttosto ingarbugliato e non si esplicita bene il contrasto tra vecchi e giovani membri; le indagini dei “Cavalieri della tavola balorda” sono arronzate e sommarie, anche i giornalisti di Millennium (chissà perché ridotti di numero rispetto al libro) non sembrano attivarsi così tanto come in realtà hanno fatto su carta; le aggressioni subite da Erika risultano totalmente immotivate dato che si è soppresso il suo cambio di redazione, con successivi contrasti tra lei ed i nuovi colleghi e l’entrata in scena di uno stolker; inoltre nel film la donna mostra aggressività nei confronti di Mikael, mentre nel libro prevale più che altro il senso di colpa sia prima che dopo l’abbandono di Millennium; la preparazione della difesa di Lisbeth ed il relativo processo sono schematizzati al massimo, al punto che non si coglie bene quanto sia stato importante  il lavoro di Mikael e del Reparto per la tutela della Costituzione (del quale fa parte la sua nuova fiamma, Monica, ma naturalmente il regista ha dimenticato quest’altra conquista di Mikael). Nel film pare quasi che Annika riesca nella sua difesa grazie solo a fortuna ed improvvisazione. 
C’è da contare, inoltre, che tutta la vicenda viene spostata avanti nel tempo, stravolgendo anche l’età di Lisbeth…ma perché?!  Il finale, per concludere, è privo di senso. Sembra che Lisbeth e Mikael  promettano di rivedersi così come farebbero due compagni di scuola incontratisi per caso dopo anni, ossia con disinteresse nascosto dietro ipocrite frasi di circostanza.
Rileggendo questo mio riassunto sembra quasi che voglia dare un giudizio totalmente negativo alla produzione europea, ma in realtà non è così. Riconosco che le ambientazioni sono ricostruite bene (d’altro canto sarebbe il minimo visto che è stato girato nei luoghi descritti da Larsson), così come i passaggi temporali tra una sequenza e l’altra rispondono ai cronotropi del romanzo. Alcune scene sono state girate con accuratezza e in modo conforme al libro, come ad esempio lo stupro di Lisbeth, il dialogo tra Martin e Mikael, la sequenza in cui Dag cerca di convincere la redazione di Millennium a collaborare con lui, l’interrogatorio di Lisbeth al giornalista che le darà la traccia decisiva per rintracciare il padre. Proprio  l’incontro tra la giovane e quest’ultimo è ben fatto ed i dialoghi ripropongono ottimamente il rapporto così come descritto dall’autore. Anche la scena finale del terzo film riassume bene la lotta della giovane contro Zala ed il gigante biondo (che però fugge via in maniera apparentemente immotivata, ma certo è difficile su pellicola rendere chiara la sua paura infantile per mostri e presenze inquietanti). Mi era piaciuta l’interpretazione della attore che indossava i panni di Paolo Roberto, poi ho scoperto che si trattava proprio del pugile in questione ed allora tutto mi è parso più chiaro. Infine, c’è da notare come il combattimento tra Lisbeth ed il fratellastro sia stato riproposto con precisione massima dei particolari.
Terminiamo con gli attori. NoomiRapace e Michael Nyqvist (da notare l’assonanza con il personaggio interpretato) erano pressoché sconosciuti al pubblico mondiale, avendo girato solo qualcosina in Svezia, ma la trilogia li ha lanciati verso Hollywood. Sono convinto che interpretano bene la loro parte: lui un po’ trasognato ma determinato, lei dura e psicolabile, anche nei piccoli gesti mi danno l’idea di muoversi come i loro corrispettivi cartacei. Finanche i personaggi secondari svolgono bene il loro compito, a partire da Erika, passando per Martin fino ad arrivare al suicida Gullberg (forse soltanto l’attore che interpreta Zala manca un po’ di personalità, comportandosi troppo da “vecchio matto”, senza colpire gli spettatori con l’aura da ex spia).
Tuttavia, c’è qualcosa di totalmente sbagliato nel cast, a mio giudizio, ma questo “errore” non dipende dagli attori, semmai da chi li ha scelti: sembrano tutti diversi fisicamente e molto più vecchi rispetto ai loro corrispettivi nel romanzo! Mi rivolgo alle donne, vi attira il Mikael proposto sullo schermo? A me non dà proprio l’impressione di un uomo maturo ma affascinante. Per non parlare di Erika, descritta nel romanzo come una donna sensuale, che si vede interpretata nel film da un’attrice (Lena Endre) per la quale, citando una pellicola di Verdone, ci vorrebbe il plutonio per eccitarsi, altro che viagra. Il gigante biondo non è affatto così grosso, e anche lui sembra piuttosto in là con gli anni. Per non parlare di Bjurman e Palmgren, il primo ha l’aspetto del vecchio porco ok, ma non è descritto così nel libro, mentre il secondo è praticamente un Matusalemme. Paolo Roberto invece è perfetto, ah già, è proprio lui! Mimmi, infine, sembra una escort di mezza età..
Il problema maggiore, purtroppo, è rappresentato da Noomi Rapace: brava, ottima nell’interpretazione, ma con il fisico sbagliato. Per darvi un’idea, è lei la zingara nel secondo film di Sherlock Holmes (la serie con R. D. Junior): voi davvero immaginate che l’attrice di Lisbeth possa essere riutilizzata per un ruolo in cui deve spiccare anche se non soprattutto per avvenenza? Inoltre, è molto più grande di come viene descritta nel libro, si ricordi che sovente Larsson afferma che la confondevano con una ragazzina.
 Forse questa “vecchiezza” generale è frutto di una diversa “percezione dell’età” da parte degli svedesi rispetto a noi mediterranei, non lo so, può essere, ma a me ha colpito negativamente. Inoltre, anche le ambientazioni (intendo gli interni) lasciano a desiderare. La redazione di Millennium sembra uno scantinato dove si preparano i petardi di fine anno abusivamente; la “magnifica” seconda casa di Lisbeth non mi pare proprio tale; la dimora di Henrik Vanger è opprimente più che maestosa; la sala stampa ed il tribunale sono stati scelti indubbiamente per ragioni di risparmio più che per attenersi al romanzo. Tutti gli edifici sembrano residui post-industriali, alimentando il senso di disfacimento che abbiamo rilevato negli attori.
Il primo film è stato girato da Niels Arden Oplev, gli altri due da Daniel Alfredson.
Il regista del primo film ha così commentato l’uscita nelle sale della pellicola americana:  “Why would they remake something when they can just go see the original?”.
Perché, mio caro Niels, lo si può rifare meglio.

La prima pellicola americana

La prima mossa vincente della produzione è stata quella di affidare la regia del film a David Fincher, esperto di trame complesse ed elaborate non prive di scene d’azione (The Game, Seven) e già dimostratosi ottimo nella resa cinematografica di romanzi di successo (Fight Club). La pellicola è stata girata in maniera precisa e accurata ed è subito evidente che l’intenzione era quella di mantenersi il più possibile vicini alla trama del libro.
Nel suo complesso, quindi, la fabula è rispettata, mentre l’intreccio presenta delle modifiche rispetto al testo, ma Fincher ha tentato ti supplire alle mancanze inserendo qui e lì dei piccoli segni, dei minimi gesti dei personaggi, all’apparenza inutili, ma in realtà necessari a riassumere pagine e pagine di romanzo. Ad un certo punto, ad esempio, un poliziotto chiede a Lisbeth se lei abbia mangiato a sufficienza e la giovane risponde piccata di non essere anoressica ma di godere di un ottimo metabolismo: in realtà l’agente ha posto la domanda per tutelare la ragazza dalle foto splatter che si accinge a mostrarle. In dieci secondi il regista ha riassunto l’odio della giovane per chi la mette in soggezione relativamente alla sua corporatura e la sua propensione allo scontro. Verso la fine del film Lisbeth passa a trovare Mikael fuori dalla redazione di Millennium per restituirgli il prestito grazie al quale ha accumulato due miliardi di euro, quindi, non appena incontra l’uomo, gli porge la sigaretta che stava fumando fino a pochi secondi prima, gesto intimo che si erano scambiati parecchie volte durante l’indagine ad Hedelstad. Ma ora Mikael lancia una occhiata all’interno della redazione e scorge Erika (da sempre contraria al suo vizio del fumo) che li sta guardando con sospetto, quindi il giornalista declina l’offerta della ragazza e noi spettatori, in questi pochi movimenti, abbiamo colto tantissimo delle dinamiche tra i tre personaggi che in un libro si potrebbero “dilatare” con maggiore facilità.
 In effetti è questo che bisogna fare quando si porta un testo sullo schermo: certo, non è possibile utilizzare lo scritto originale come unica sceneggiatura, tuttavia non si deve alterare quello che è lo “spirito” dell’opera, non bisogna modificare troppo la storia o i personaggi e soprattutto si deve fare in modo che il messaggio, espresso nella maggior parte dei casi dal finale, sia lo stesso che l’autore del romanzo ha consegnato ai suoi lettori (e anche in questo caso le ultime scene ricalcano alla perfezione il libro).
 In definitiva credo che Fincher sia riuscito nell’intento, anche se le differenze con l’opera di Larsson ci sono e non vanno trascurate.
Inevitabilmente mancano i flashback sulle biografie dei protagonisti, per cui il regista ha dovuto cercare altre vie necessarie alla qualificazione degli stessi. Prendiamo ad esempio la scena in cui Lisbeth, aggredita in metropolitana, reagisce allo scippatore con tenacia di ferro ma non riesce a salvare dalla distruzione il suo prezioso pc: nel libro il computer si rompe per un banale incidente, ma con la scena del tentato furto il regista ha inserito il particolare dell'aggressione in metropolitana (anche se lì era una molestia) effettivamente subito dalla ragazza anni prima ed inoltre ha riassunto in pochi secondi cento pagine di libro necessarie a spiegare il carattere indomabile della giovane. C'è da dire che i rapporti tra i personaggi talvolta sono poco approfonditi, si muovono in maniera schematizzata soprattutto nei contatti che intercorrono tra protagonisti e secondari, ma forse gli altri due film approfondiranno meglio queste relazioni. Non capisco perché è stata esclusa la figura della madre di Lisbeth dato che all’interno del libro è lei che la ragazza va a trovare in clinica e non il vecchio tutore malato. Costui nel libro è creduto morto fino al ritorno della giovane in Svezia, scomparendo per tutta la restante parte della narrazione. Anche Mikael è caratterizzato bene da semplici ma profonde accortezze: il suo nutrirsi esclusivamente di tramezzini e caffè (abbiamo visto in precedenza come ciò sia necessario a qualificarlo come “persona” nel libro); la sicurezza sfrontata con la quale affronta i colleghi dopo la sentenza che lo ha condannato per diffamazione (in quei pochi gesti il regista ci ha riassunto lo posizione dell’uomo nei confronti dei giornalisti venduti); la delicatezza con la quale si introduce nella vita di Lisbeth e la sua totale mancanza di moralismo bigotto per i comportamenti della ragazza (nel testo Larsson la descrive continuamente sorpresa per come viene trattata con rispetto da Mikael, soprattutto nelle prime fasi, quando lei lascia emergere tutti i suoi difetti relazionali). Mikael, dunque, è ben caratterizzato, ma alcune sfumature sono ignorate: la storia con Cecilia la reputo necessaria per far comprendere il suo carattere dongiovannesco impenitente, ignoro perché sia stata rimossa pure da questo film. Inserendola si capirebbe meglio la facilità con cui l’uomo riallaccia la relazione con Erika sebbene ne abbia intrapresa una con Lisbeth (pare quasi che Mikael ritenga naturale avere relazioni contemporanee); talvolta si calca un po' troppo la mano sulla sua goffaggine, seppure è certo che Larsson abbia voluto effettivamente invertire spesso e volentieri i ruoli maschio-femmina tra Lisbeth e Mikael. Nel romanzo, ad esempio, è lui ad accorgersi che i nomi delle ragazze assassinate sono tutti ebraici (con grande sconforto di Lisbeth che odia essere scavalcata nelle intuizioni) mentre nel film quasi tutti i progressi li porta avanti la giovane, facendo così apparire lei troppo geniale e lui eccessivamente imbranato. Il libro nasconde meglio la colpevolezza di Martin, ed ecco perché Larsson si può permettere di insinuare tra le pagine la sua insistenza (motivata appunto dalla paura di essere scoperto) nel consigliare a Mikael di abbandonare il caso e l'isola, ma nel film, invece, dove una singola battuta apparirebbe molto più sospetta, Martin è il primo a difendere il giornalista e a battersi perché termini il lavoro. Così facendo Fincher tenta di nascondere le sue vere intenzioni agli spettatori.
Altri piccoli particolari divergenti riguardano la successione cronologica dei fatti non sempre corrispondente al libro, il cadavere del gatto che nel film è disposto a svastica (?!), la mancata condanna penale di Mikael a tre mesi di carcere (certo non facile da inserire in un film dalla durata di due ore e trentotto), la redazione della rivista stavolta è troppo sfarzosa ed eccessivamente affollata; Mikael non si rende conto che la “complice” di Wennestrom è in realtà la stessa Lisbeth; ed infine, con incredibile distanza dal libro, la ragazza gli racconta del suo attentato nei confronti del padre, mentre nel libro Mikael lo scoprirà da sé e soltanto molto tempo dopo (quindi gli altri due remake dovranno per forza contenere ulteriori modifiche rispetto ai testi).
Altri particolari sono relativamente trascurabili, ma una cosa che proprio non ho potuto sopportare è stata quella piccola musichetta di sottofondo che accompagna alcune scene. Certe volte abbassa il livello del film così tanto che pare si tratti di uno sceneggiato televisivo a basso costo (certo, questo esula dalle differenze tra libro e film, ma dovevo dirlo!).
 Robin Wright si che è una bella donna ed inoltre interpreta il suo ruolo alla perfezione, in tutte le sfumature richieste, anche se compare meno di quanto Erika in realtà agisca nel romanzo. Stellan Scarsgard ha davvero la faccia del cattivo, oltre al fatto di essere di origine svedese e, incredibilmente, di essere cresciuto nei luoghi in cui è ambientata la storia. Ma a dominare la scena è Rooney Mara, descritta giustamente come “ipnotica” in una recensione, mentre altrove è stata sottolineata la sua bravura nel riassumere la complessa vicenda del personaggio con un semplice gesto. Si muove come Lisbeth, le sue occhiate sono la fedele riproduzione di quelle assenti o rabbiose che Larsson dissemina nella sua opera, il suo “sorriso storto” è come ce lo si attenderebbe (ma in ciò era stata brava anche la Rapace). Dotata di una conformazione fisica incredibilmente identica a quella del personaggio letterario e completamente a suo agio nell’indossare i panni di Lisbeth (compresi tutti i piercing che si è fatta incidere realmente) ha fatto corrispondere una grande bravura a queste qualità naturali, tanto da essere candidata all’Oscar e da aver ricevuto innumerevoli altri riconoscimenti come attrice rivelazione dell’anno.
Ho visto prima il film e solo dopo letto il libro, ma non riuscivo ad immaginare Lisbeth diversamente da lei. Alcune delle altre candidate per il ruolo sono incommentabili, a cominciare dalla Johansson ( forse non è altissima, ma il seno glielo avrebbero tagliato?). 
Il film ha ricevuto diverse critiche positive, ma alcune anche negative, tra le quali mi ha colpito quella di un certo Smith sul N.Y. post, il quale, dopo aver definito il film “spazzatura” ha scritto “ demonstrates merely that masses will thrill to an unaffecting, badly written, psychologically shallow and deeply unlikely pulp story so long as you allow them to feel sanctified by the occasional meaningless reference to feminism or Nazis.” O non ha letto il libro, oppure non ha idea di cosa significhi rappresentare un’idea. Se il suo riferimento era indirizzato contro il film e a difesa dell’opera di Larsson allora non si rende conto di come sia difficile rendere sullo schermo tali tematiche, ma forse non ha neppure fatto caso alla scena in cui Mikael incontra il vecchio zio di Harriet, orgogliosamente nazista, e quest’ultimo gli dice “Nascondere il passato come loro, sotto una sottile impiallacciatura, come un tavolo dell’Ikea? Sono il più onesto di tutti io qui.” Mikael domanda “In famiglia?” E il vecchio risponde “In Svezia…”, ma avrebbe anche potuto dire “in Europa”, data la fretta con cui dimentichiamo gli insegnamenti della storia (per cui anche “negli Usa” andava bene). Piccole frasi come queste e tanto altro non credo banalizzino il tema. Se invece la sua critica è rivolta alla rappresentazione della violenza nel libro e su come vengono trattati i temi importanti allora rimando alle prime pagine (in particolare alla sezione sullo stile) della mia analisi per una risposta.


 p.s. Rip Stieg









2 commenti:

  1. Bravo!! (o brava?). Sono note precise, chiare, sintetiche, mai banali.

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    1. Ciao, ti ringraziamo per i complimenti! Cerchiamo di essere il più chiari e precisi possibile, magari non riusciamo ad essere sempre sintetici :-)

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