domenica 30 marzo 2014

CITAZIONI ERRATE E CATTIVE INTERPRETAZIONI: 7 ESEMPI EMBLEMATICI

Quante citazioni leggiamo ogni giorno sui social media e su internet in generale? Tantissime, ma spesso chi le scrive non conosce a dovere l'opera da cui sono sono state tratte, o addirittura ignora completamente il pensiero e la poetica dell'autore che le ha scritte. Talvolta l'errore può sussistere proprio nell'attribuzione (e ne abbiamo parlato nel nostro post sulle "bufale letterarie"), oppure nella corretta forma della frase, ma ci sono dei casi in cui il significato affibbiato ad una citazione non è proprio quello corretto, magari perché estratta da un contesto più complesso.
Abbiamo raccolto alcune famose citazioni, condivise spesso senza che se ne conosca il significato corretto. In alcuni casi il senso originario non è troppo differente da quello comunemente noto, tuttavia sono necessarie alcune precisazioni per comprendere il messaggio che l'autore intendeva trasmettere; in altre occasioni il senso è stato completamente stravolto, così da attribuire allo scrittore idee molto distanti da ciò che voleva comunicare.
Per evitare di fare brutte figure (e magari per farle fare a qualche "citazionista" incallito) leggete e diffondete il nostro post!

1)Omnia vincit amor et nos cedamus amori. [Virgilio; Bucoliche, X 69]
Amor vincit omnia; Caravaggio.
Amor vincit omnia; Caravaggio.
La frase è diventata il motto degli innamorati d'ogni epoca, fiduciosi nella potenza assoluta dell'Amore. Tuttavia, prestando attenzione alla poetica virgiliana, il messaggio non è proprio quello che la maggioranza dei lettori ha recepito. Ci troviamo nell'ultima Bucolica ed il poeta Gallo, affranto dall'amore, sta cercando di convertirsi al genere pastorale per alleviare le pene del suo cuore; tuttavia, sente di non appartenere a questo mondo arcadico ed alla fine pronuncia questo inno sulla forza dell'Amore. Dobbiamo sapere, però, che Virgilio prende nettamente le distanze da Gallo. La poesia elegiaca non appartiene al mantovano ed anzi lui sta intraprendendo un cammino che lo porterà lontano da qualsiasi genere "disimpegnato". Nella sua opera successiva, le Georgiche, troveremo infatti l'espressione "Labor omnia vincit" [Georgiche I, 145], la quale conferma la forza del lavoro e della fatica su ogni cosa. Non c'è più spazio per l'amore, ed anzi in quest'opera si assisterà al successo di Aristeo (lavoratore ed obbediente) e al fallimento di Orfeo (impulsivo per amore); arriviamo poi all'Eneide dove non c'è traccia di amore trionfante, ma anzi tutti i personaggi dovranno subire le pene d'amore uscendone sconfitti (Didone, Lavinia, ecc.ecc.).
Dunque, citate pure la frase, ma sappiate che non rappresenta di certo il pensiero dell'autore che l'ha scritta.

2)Carpe diem, quam minimum credula postero. [Orazio; Odi X, 11, 8]
In questo post [clicca] abbiamo già parlato della citazione oraziana, spiegando come essa non sia affatto un'esaltazione cieca e smodata dei piaceri o della vita "al massimo", ma tutt'altro.  L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).In questo caso, dunque, citate la massima solo se inclini all'equilibrio, e non dopo una nottata di bagordi (magari trasformandola nel titolo dell'album di Fb nel quale apparite sempre ubriachi).


3) Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. [Dante Alighieri; Divina Commedia, Inferno; XXVI, 119-120]
Le splendide parole pronunciate da Ulisse nell'Inferno dantesco innalzano la natura umana, proiettandola verso una dimensione divina attraverso l'amore per la scoperta, glorificandola con la sete di conoscenza che dovrebbe sussistere in ogni essere umano. Quanto di questo pensiero, però, è proprio di Dante? Sicuramente il giovane Alighieri visse spinto dall'amore per il sapere, come sappiamo dall'allegoria della "donna gentile". La ricerca della verità lo spinse, però, ad andare troppo oltre, superando quelli che sono i limiti umani [per una lettura su Dante esoterico clicca qui]. Il Dante che scrive la Commedia, però, ha ormai superato quella fase. La consapevolezza che esiste un confine invalicabile lo ha convinto a collocare Ulisse tra i peccatori, tra coloro che utilizzarono la propria intelligenza e la propria dialettica per spingere anche altri a peccare di presunzione. Nell'Inferno manca un girone dei superbi, ma forse è proprio qui che se ne può trovare un surrogato; ed infatti lo stesso Dante è proprio in questo punto che appare più "vicino" al peccatore, così come aveva fatto con Paolo e Francesca nei lussuriosi.
Dunque, è giusto citare questi versi per esaltare la sete di conoscenza umana che sfida anche i precetti divini, ma bisogna comprendere che non rappresentano il pensiero di Dante. Si può essere o meno d'accordo con il suo punto di vista, ma per onestà intellettuale non gli si può togliere il senso del "limite" cristiano, senza il quale la Commedia non avrebbe senso.  


4)Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza. [Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna]
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Al pari della citazione oraziana, anche i noti versi di Lorenzo dei Medici nascondono un significato tutt'altro che spensierato al di sotto del senso letterale. La canzone da ballo invita indubbiamente a godere del presente, lasciandosi trascinare dal piacere dei sensi senza che vi sia alcun rimorso, d'altronde lo spirito del carnevale era e è proprio questo; la gioia di vivere aristocratica rinascimentale si contrappone a tutti i precetti ascetici e rinunciatari dominanti fino a quel periodo. Detto questo, però, bisogna anche prestare attenzione alla genesi pessimistica e inquieta su cui poggia tale spensieratezza: il verso 7 recita "perché 'l tempo fugge e inganna", ed infatti caducità e fugacità dell'esistenza avviliscono gli uomini di oggi così come quelli di allora. Lo stesso ritornello inizia con "Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia", rendendo subito evidente la compresenza di precarietà e spensieratezza. In definitiva, è ovvio che la canzone si presenta come un invito ad assaporare i piacere della vita, ma ciò non vuol dire che sia facile farlo senza alcun pensiero negativo, anzi, l'esistenza gaudente è un fragile mezzo attraverso il quale ci si può illudere che la felicità durerà per sempre; idea fallace e, di conseguenza, precaria, al pari della vita umana.

5)Il fine giustifica i mezzi. [Niccolò Machiavelli?!]   
Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

 La citazione in questione di solito è riportata con un doppio fraintendimento: il primo relativo all'autore, il secondo riguarda il messaggio attribuito allo stesso. Secondo una credenza molto diffusa la massima apparterrebbe a Niccolò Machiavelli, ma in realtà il segretario fiorentino non l'ha mai scritta in questa forma; al limite egli ha scritto che, per quanto riguarda le azioni dei principi, "si guarda al fine [...] e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli". Passiamo al messaggio: Machiavelli crede davvero che i governanti possano fare di tutto? Niente affatto, la questione è molto più complessa. Partendo dal presupposto che gli uomini quasi mai sono "giusti" consiglia al principe di essere multiforme, di mostrarsi talvolta uomo talvolta bestia. Ma ciò non implica affatto che egli possa permettersi di tutto, anzi, le crudeltà fine a sé stesse o gli atti eccessivamente atroci potrebbero rivolgersi contro di lui; inoltre distingue tra "principi" e "tiranni", biasimando quest'ultimi che si servono di ogni crudeltà senza che vi sia alcun bisogno. Machiavelli, inoltre, non può giustificare moralmente alcun atto compiuto dai regnanti, dato che, secondo la sua idea, "morale" e "politica" sono due ambiti autonomi e separati. Si limita a constatare ciò che da sempre è stato intrapreso dai politici ed a suggerire a quelli futuri di tenersi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, anche quello meno nobile, ma soltanto nei casi necessari e solo per salvaguardare il bene pubblico. Aggiungiamo ancora che Machiavelli è consapevole dell'impossibilità di basare uno stato soltanto sul terrore, ed inoltre la sua preferenza per il principato (in cui comanda un sol uomo) è riferita unicamente ai momenti di crisi, ma per quanto riguarda il lungo periodo la repubblica è la forma di governo più adatta (si vedano i Discorsi).
Anche in questo caso, possiamo essere d'accordo o meno con lui, ma dobbiamo ammettere che riuscì a delineare con precisione il carattere a-morale dello stato ed è opportuno riconoscere che la citazione in esame non solo non gli appartiene, ma riassume in modo inesatto il suo pensiero.

6)E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. [Giovanni, III, 19; Citata da Leopardi all'inizio della poesia La ginestra]
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Il versetto biblico posto ad epigrafe delle poesia leopardiana viene spesso citato in modo errato: talvolta lo si attribuisce all'autore recanatese, altre volte viene utilizzato in modo completamente difforme rispetto alle intenzione di Giovanni. Leopardi se ne serve in chiave antifrastica, cioè utilizza una massima cristiana, ma rovescia il significato originario proponendone uno decisamente innovativo: per lui le tenebre sono quelle dell'oscurantismo religioso che attanaglia gli uomini al pari di ogni ideologia spiritualistica; ma allo stesso tempo egli considera buie anche le idee progressiste di quel periodo. Ricordiamo che in quegli anni si intravedevano già le basi del clima positivista. Fede e progresso sono condannate in egual modo, così come ogni altro facile ottimismo che non presti attenzione ad una verità fondamentale (la "luce"): l'uomo vive una condizione tragica, privo di felicità e minacciato costantemente dalla natura. Dunque, se si cita il passo biblico si deve tener presente che la "luce" è la fede nella rivelazione; se si fa riferimento alla citazione fatta da Leopardi non si deve credere che la "luce" per lui sia il progresso (questa interpretazione è molto diffusa), ma abbiamo appena visto che anch'esso è condannato dal Leopardi.
L'unica speranza ammessa dal poeta è quella relativa alla presa di coscienza degli uomini, i quali devono liberarsi da questi falsi miti ed unirsi in una comune lotta contro le avversità, riscoprendo così la serenità di una società giusta e civile. Questa è l'unica corretta interpretazione.

7)Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. [Giuseppe Tomasi di Lampedusa; Il Gattopardo]
Il Gattopardo è un'opera complessa, a metà strada tra romanzo storico e decadente, resa ancora più sorprendente dalla profondità dei suoi personaggi ed in particolar modo dal protagonista. Nonostante ciò spesso viene fraintesa o mal interpretata, e la citazione qui segnalata ne è un esempio. Spessissimo si sbaglia ad attribuirla, ed infatti molti credono che a pronunciarla sia il principe, mentre invece si tratta del nipote Tancredi. L'errore di attribuzione si riversa anche sul contenuto. Il principe Fabrizio, infatti, non avrebbe mai detto una cosa simile, dato che la sua lucida consapevolezza gli aveva fatto comprendere che ormai non c'era più spazio per i nobili come lui; nessuna possibilità di mutar forma ed adattarsi, ed infatti rifiuterà l'offerta di un posto al Senato fattagli dal cavaliere Chevalley. L'immobilità è la caratteristica dei siciliani secondo Fabrizio, dato che essi hanno subito troppi mutamenti nel corso della loro storia. Il giovane Tancredi, invece, sa che bisogna sfruttare tutte le occasioni possibili per restare a galla, dunque si schiera dalla parte dei garibaldini e accetta di sposare Angelica, figlia del parvenu don Calogero.
In conclusione è sbagliato attribuire la frase a don Fabrizio, ma anche considerarla l'emblema dell'ideologia di Tomasi di Lampedusa, dato che l'autore siciliano era consapevole dell'impossibilità di conservare davvero le cose così come sono, frenando le maree della modernità.
Al tempo stesso anche coloro che la citano, magari per rappresentare i politici contemporanei, devono capire che alla fine essa non si avvera nel romanzo, anzi, il mondo preunitario scompare completamente così come la nobiltà del principe, costretto a morire in un albergo gestito da un borghesuccio. Alla lunga nessuno sopravvive al mutare delle stagioni, nemmeno gli opportunisti.

sabato 22 marzo 2014

LA MISERIA DI 2300 EURO AL GIORNO

In un attacco improvviso di lucidità persino Matteo Renzi ne ha pensata una giusta: per tagliare i costi dello stato è opportuno mettere mano agli stipendi dei manager pubblici. Mentre attendiamo di capire se queste riduzioni di stipendio si concretizzeranno ed in che modo, ecco spuntare d'improvviso la reazione indignata di  Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie dello stato Italiane. Secondo il supermanager il taglio sarebbe ingiusto ed addirittura controproducente: «Prendo 850 mila euro l’anno, il mio omologo tedesco ne prender tre volte e mezzo tanti». Dichiarazione oggettiva, certo, ma la critica non finisce qui; Moretti ha poi affermato che, se questi tagli fossero confermati, molti manager lascerebbero il nostro paese per cercare fortuna altrove, confermando che egli stesso sarebbe pronto a partire. Queste dichiarazioni hanno suscitato sdegno ed ilarità di politici e cittadini, ed in effetti le esternazioni suonano perlomeno grottesche.
Lasciando da parte le battute, vogliamo riflettere su alcune questioni per aiutare il povero Mauro ad accettare serenamente l'eventuale decurtazione:

SONO SOLDI NECESSARI? Ottocentocinquantamila euro corrispondono a circa 97 euro l'ora, comprese anche quelle extra-lavorative. Pensate come deve essere la vita con circa 70 mila euro al mese. Si potrebbero pagare le rate di una decina di mutui (di case non da poco), mettere da parte una discreta cifra ogni mese per comprare una bella macchinona ogni anno, permettersi vacanze da sogno, spese mediche senza ansia, mangiare fuori ogni sera, ecc. ecc. Ecco, vorrei chiedermi e chiedervi, si vivrebbe tanto peggio con 10 mila euro al mese? Ipotizziamo dunque un taglio nettissimo, tale da far guadagnare "solo" 120 mila euro in un anno (ma ovviamente non si arriverà mai ad un colpo di scure così forte). Ci si potrebbe permettere benissimo di comprare più auto ed appartamenti nel corso degli anni, viaggiare senza problemi di budget e non dover temere spese previste. Il tutto facendo risparmiare allo stato 730 mila euro l'anno.

SONO SOLDI MERITATI? Se dobbiamo guardare alle casse di FS non c'è dubbio che Moretti abbia risanato l'azienda, ma la qualità del servizio è tanto soddisfacente da giustificare un tale compenso? I treni ad alta percorrenza sono senza dubbio il fiore all'occhiello (sebbene non siamo mancati problemi nel corso degli anni), ma il costo piuttosto alto del servizio rende questa buona qualità come minimo "dovuta" ai passeggeri. Per la media e la lunga percorrenza, invece, la situazione cambia. Quest'estate dovevo raggiungere Pescara partendo dalla provincia di Napoli ed ho constatato che il viaggio, se si sceglie di servirsi dei treni, può durare dalle 6 alle 7 ore (parliamo di 250 chilometri); per raggiungere Roma, infatti, c'è ampia scelta, ma dalla capitale a Pescara non ho trovato altro se non regionali. Passando poi ai tragitti locali la situazione non migliora: soppressioni, ritardi, sporcizia, guasti, aumenti ingiustificati e tanto altro, tutti fenomeni noti ai poveri pendolari.

SONO SOLDI "MORALMENTE GIUSTI"? Non so quanto lavori al giorno Moretti, ma vorrei capire se la quantità delle ore e la pesantezza dell'onere siano tali da giustificare 40 volte lo stipendio di un docente a fine carriera o di un operaio specializzato. Stiamo parlando di due lavori diversi, ma che necessitano di attenzione, concentrazione, responsabilità e tanto altro, dunque vorrei capire se è moralmente giusto che una sola persona guadagni quanto alte 40, dunque vivendo teoricamente 40 volte meglio.  

SONO SOLDI BEN SPESI DA PARTE DELLO STATO? L'amministratore delegato ha minacciato di lasciar il paese, paventando una fuga di massa da parte di altri manager pubblici. Non so questo esodo a chi converrebbe maggiormente. E' sicuro Moretti di poter trovare un altro incarico retribuito allo stesso modo o ancora di più? Gli altri paesi europei (come la Germania da lui citata) sono pronti ad accogliere i supermanager nostrani coprendoli di oro? Io direi che l'Italia ha una buona occasione, ossia quella di allontanare chi pretende di meritare cifre così alte; sono certo che ci sono tantissimi altri manager, altrettanto capaci, disposti a guadagnare anche 7 volte meno, così da raggiungere i 10 mila euro al mese ipotizzati nel primo punto.

L'ultima domanda è invece più generale ed esula dalla questione economica: NON SAREBBE MEGLIO TACERE OGNI TANTO? Si, perché Moretti è lo stesso che consigliò ai passeggeri di portarsi dietro "panini e coperte" in vista di eventuali disagi e che definì sommariamente come "spiacevolissimo episodio" la strage di Viareggio (per la quale è ancora sotto processo).
Il silenzio è d'oro, forse potrebbe comprarsene un po' con il suo stipendio.

martedì 11 marzo 2014

DIALOGO [La Chiesa]

Per fortuna la Chiesa c'è solo qui sulla terra. Se esistesse una sezione distaccata anche oltre la morte, allora si creerebbe una situazione davvero paradossale: il Paradiso e l'Inferno si invertirebbero di posto. Il primo sarebbe pieno di coloro che con ipocrisia nascondono ogni giorno i propri peccati, fino al pentimento finale; il secondo diverrebbe dimora eterna della gente vera, che vive, soffre e non può permettersi di lavare i  peccati con l'acqua santa.
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ANIMA DESTINATA ALL'INFERNO

«Non entrerai nel regno di Dio».
«Mi pento dei miei peccati, ne ho commessi diversi, come tutti. Ma non ho mai fatto del male di proposito».
«Sei morto suicida».
«Soffrivo troppo, non potevo resistere...il mondo mi ha rigettato e desideravo tornare dal mio Dio».
«La tua colpa è troppo grave, hai peccato togliendoti ciò che non è tuo. Le porte del Paradiso ti siano negate».

ANIMA DESTINATA AL PARADISO

«Che colpa macchiò la tua vita?».
«Ho fatto torturare ed uccidere molte persone, dominai un paese col terrore e la crudeltà, vissi nel lusso mentre il mio popolo soffriva fame e miseria».
«Ti sei pentito in tempo?».
«Negli ultimi momenti di vita confessai i miei peccati ad un prete…».
«Questo atto assolve solo in parte le tue colpe. Ti scagliasti contro la Santa Chiesa durante la tua tirannia?».
«Le donai tanto e la lasciai libera, schiacciando chi voleva toglierle le proprietà per distribuirle ai poveri».
«Le porte del cielo si aprano per te, Dio perdona chi si pente».
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Se esistesse una sezione distaccata della Chiesa anche oltre la morte, allora desidererei senza dubbio di finire all'Inferno.

giovedì 6 marzo 2014

ESTREMISMI VECCHI E NUOVI: IO NON CI STO

Polemiche passate e recenti mi hanno illuminato su una profonda verità: alle persone piace essere estremiste e vorrebbero che il mondo intero fosse come loro. Il gusto dell'aspra polemica sta ormai sporcando ogni dibattito, allontanando qualsiasi ipotesi di conciliazione e pacificazione.
Questo non significa, però, che le persone hanno scelto da che parte stare. Nella maggioranza dei casi blaterano soltanto, sfuggendo via al momento della resa dei conti. Anzi, l'estremismo m'appare proprio come una tattica per evitare l'azione concreta.
Ormai una cosa è chiara: il mondo non è diviso in due, o bianco o nero. Le sfumature sono tante ed è proprio lì che si annida la verità.
Ecco perché la mia posizione non è quasi mai quella più estrema:



- A mio parere La grande bellezza non è un capolavoro; ma non per questo lo considero un film da buttare.

- Preferisco i libri di carta; ma non sono così chiuso da ignorare l'utilità degli e-book.

- Credo in un Dio; ma non seguo alcuna Chiesa.

- Non mi auguro che il Nobel per la pace venga dato a Putin; ma non lo avrei conferito nemmeno ad Obama.

- Amo la letteratura, la storia, la filosofia, l'arte; ma riconosco il valore e l'utilità delle discipline scientifiche.

- Seguo il calcio; ma non sono un esaltato, la mia partita finisce al '90.

- Credo nella giustizia; ma non mi piace il giustizialismo.

- Sono fiducioso nel potere delle democrazia; ma  non mi affiderei mai alla dittatura della maggioranza.

- Credo che le donne siano state svilite e sottomesse per troppo tempo; non mi convincono, però, le quote rosa ed il femminismo esasperato.

- Considero fondamentale la libertà di parola e di stampa; ma non tollero la libertà di offesa o di menzogna.

- Non sono omosessuale; ma nemmeno omofobo.

- Penso che oggigiorno il mondo stia cambiando in peggio; ma non sono nostalgico, ogni età ha avuto i suoi mali.

- Penso che delle regole siano necessarie; ma non sono un sostenitore del principio "legge ed ordine ad ogni costo".

- Sono consapevole dell'importanza del lavoro; ma non ho ancora capito che vantaggio ci sia nello sfruttamento.

- Credo nella valorizzazione del merito; non credo in chi ritiene di meritare senza aver sudato.

- Credo nei sogni; ma non perdo di vista la realtà.

- Credo nell'uguaglianza e nella solidarietà; ma non credo nell'appiattimento.

- Apprezzo il patrimonio culturale italiano; ma non sono nazionalista.

- Sono per la pace; ma non sono disposto a porgere l'altra guancia.

- Credo sia giusto legalizzare la Marijuana per uso terapeutico e non; tuttavia non legalizzerei mai le cosiddette "droghe pesanti".

- Non sono fascista; ma nemmeno comunista.

- Non sono astemio; ma nemmeno alcolizzato.

- Non mangio carne ogni giorno e conosco la necessità di non eccedervi per il benessere dell'organismo; tuttavia non sono vegetariano, né vegano, neppure fruttariano e non voglio imporre a nessuno le mie scelte alimentari.

- Sono consapevole che il sud è stato invaso, conquistato, sfruttato; ma non sono neo-borbonico e neppure nostalgico.

- Non nutro particolare fiducia nel genere umano; tuttavia sono consapevole che non posso sostituire gli animali agli uomini. Amo gli animali; ma non li tratto come esseri umani.

- Non ho votato per il M5S e spesso non apprezzo i gesti o le parole di Grillo; ma non ho mai votato né per il Pd, né per il Pdl e non c'è nessuna casta che mi paga per scrivere ciò.

- Credo che ci vengano nascoste molte cose e tante altre si ordiscano alle nostre spalle; ma non credo ai Rettiliani e neppure ai Protocolli dei savi di Sion.

- Amo l'arte classica, medioevale e moderna; non comprendo appieno l'arte contemporanea, ma ne riconosco il valore.

- Non penso che la medicina ufficiale possa spiegare tutto; ma non confido nei maghi e nei guaritori.

- Non credo ciecamente nel potere della tecnologia; ma sono consapevole che per scrivere questo post ho usanto un p.c.

martedì 4 marzo 2014

Grappa&Purga - La vita è una zitella

CLASSIFICA DEI FILM CON PIÙ NOMINATION E NESSUN OSCAR

Lo scorso ottobre avevamo postato questo articolo con la classifica dei film che hanno ottenuto numerose nomination, ma nessun Oscar. La recente cerimonia ha visto l'amara prestazione di American Hustle (10 nomination/zero Oscar) classificatosi così al secondo posto di questa graduatoria, a pari punti con altre pellicole di valore. 

La notte degli Oscar non è solo un momento di gioia, ma anche di amara delusione, talvolta amarissima. Un attore famoso può risultare sconfitto per la prestazione di un rampante esordiente, un regista può veder trionfare il suo collega più odiato, un mago degli effetti speciali può sentirsi frustrato dall’enorme fatica ricompensata solo una pacca sulla spalla (oltre ad un bel po’ di soldi) .

E se tutte queste cose capitassero allo stesso film

Ebbene sì, è successo, ci sono delle pellicole che hanno ricevuto tantissime nomination agli Oscar, ma poi sono uscite a bocca asciutta dalla serata di premiazione.

il colore viola-         Il record assoluto spetta al film Due vite, una svolta, diretto da Herbert Ross nel 1977. La poco invidiabile media è di zero Oscar vinti su 11 nomination. Simpatica storia di due “miglior nemiche” unite dalla passione per il ballo e da rimpianti perenni sulle proprie occasioni perdute. A pari merito si piazze Il colore viola, diretto niente di meno che da Steven Spielberg nel 1985. La pellicola affronta tematiche forti, come il razzismo, il sessismo, la violenza sulle donne. Nel cast spicca Whoopi Goldberg, ma c’è da segnalare anche la presenza di Oprah Winfrey. A differenza del romanzo da cui è tratto il film è meno “ruvido” e decisamente più lacrimevole.

gangs of new york di caprio-         Segue Gangs of New York, Martin Scorsese, 2002, zero Oscar su 10 nomination. Discreto successo di pubblico per un film dai toni operistici. Mescolanza di storia ed esagerazione, sullo sfondo di un’America mitica e violenta si scontrano i due protagonisti (Daniel Day Lewis e Leonardo di Caprio), uniti da una forte passione tutta europea, ma nemici e destinati a soccombere per la crudeltà della nuova patria che non li ama affatto. Ottimo ritorno sulle scene di Day Lewis dopo cinque anni come apprendista calzolaio a Firenze, forse avrebbe meritato l’Oscar, ma di certo, avendone ormai tre, non nutrirà particolari rimpianti. Per il successo di critica la coppia Di Capiro – Scorsese dovrà attendere The Departed.   Il Grinta, Joel ed Ethan Coen, 2010. I due fratelli sono dei registi eccezionali, talvolta però imbroccano dei fiaschi abbastanza evidenti: A Serious Man, ad esempio, va capito, certo, ma forse un po’ troppo a fatica; Il Grinta, appunto, storia di una vendetta covata a lungo dalla giovane Mattie, portata avanti tra spunti ironici e atmosfere da Old West. Non si capisce quale delle due strade sia quella principale ed in effetti la pellicola deraglia presto sulla via della noia. Zero Oscar su 10 nomination. Appena entrato in classifica American Hustle, di David O. Russell; a nostro parere la pellicola avrebbe meritato certamente dei premi, ad esempio come Miglior film non avrebbe sfigurato, ma nemmeno come Miglior montaggio, Migliore sceneggiatura originale o per i costumi. 

-         Con zero su 9 nomination abbiamo Piccole volpi, 1941, W. Wyler, più teatro che cinema, dramma borghese di fine Ottocento; I peccatori di Peyton, 1957, M. Robson, storia di peccati e lussuria coperti da un’ipocrita rispettabilità tutta americana; ben fatto, ma troppo telenovela per vincere.

-         Con zero su 8 ricordiamo The Elephant Man, D. Lynch, 1980, commuovente storia di un uomo sfigurato dalla malattia e costretto a diventare un fenomeno da baraccone per il divertimento del pubblico, decisamente più “malato” di lui; film struggente, soprattutto il finale, avrebbe meritato più premi. Ragtime, Milos Forman, 1981: con il sottofondo di musica sincopata che dà il nome al film, si sviluppano quattro storie intriganti, ma poco approfondite. Forman si rifarà alla grande tre anni dopo con il capolavoro Amadeus, 8 Oscar vinti su 11 nomination. Quel che resta del giorno, James Ivory, 1993, nostalgico racconto di un maggiordomo (il grande A. Hopkins) incapace di concepire alcun sentimento al di fuori della fedeltà verso il proprio padrone, un inglese ammiratore dei nazisti. La pellicola sa tanto di occasioni mancate e vita sprecata, ottima davvero, peccato per i pochi premi.

il padrino parte III-         Ricordiamo rapidamente i film che hanno ottenuto zero Oscar su 7 nomination. Gli ammutinati del Bounty, L. Milestone, 1962, tratto da una storia vera ma allungato fino allo sfinimento. Il padrino-ParteIII, F.F.Coppola, 1990, delusione giustificata da parte dei fan, anche se la trama è intrigante ed aperta a questioni reali, come gli scandali finanziari del Vaticano. Nel nome del padre, J. Scheridan, ancora un ottimo film con Daniel Day Lewis, in questo caso l’assenza di premi è giustificata più che altro dalla terribile concorrenza (Schindler's List, Philadelphia,  Lezioni di piano). Le ali della libertà, F. Darabont, 1994, una pellicola profonda ed appassionante, incredibile che non abbia vinto nulla. La sottile linea rossa, T. Malick, 1998, film di guerra come tanti altri, non il peggiore, ma nemmeno degno di chissà quale premio. Ombre malesi, W. Wyler, 1940, un buon noir, tensione perenne e cupezza un po’ eccessiva.

  

domenica 2 marzo 2014

I WANT YOU: LA MODERNA PROPAGANDA MILITARISTA

Nel secolo scorso la propaganda era schietta, diretta, aggressiva; ignorava il politicamente corretto ed andava dritta al cuore degli uomini, senza troppe inutili complicazioni. Ai giorni nostri s'è fatta più scaltra e sfumata, puntando a dirigere le coscienze in modo subliminale, facendo ricorso alle emozioni più nascoste degli animi umani.
Quando si parla di Stati Uniti, ovviamente, la propaganda è quasi sempre quella della guerra, giustificata e quasi glorificata non solo dalle classi dirigenti, ma ormai anche dalla gente comune. Nonostante ciò, per rafforzare l'ideale aggressivo americano, è necessario rinforzare continuamente l'amore per l'esercito in costante bisogno di forze fresche.   Il 1 marzo 2014 il Tg1 ha mandato in onda il seguente servizio:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2f4c1ca9-b4cc-4975-a94a-ea735e793d55-tg1.html


qui la versione originale: http://newsbusters.org/blogs/matthew-balan/2014/02/28/tearjerker-cbs-spotlights-gold-star-sons-heartfelt-note-national-guar

Il conduttore del Tg aveva anticipato che si trattava di una storia "commuovente", per cui avevo immaginato la solita lacrimata con protagonisti animali o bambini (o magari entrami). Diciamola tutta, se l'obiettivo era commuovere l'avvenimento mi sembra un po' fiacco: piccolo orfano di guerra trova venti dollari e li regala ad un soldato per commemorare il padre defunto. Non mi sembra granché, la propaganda americana ha fatto di meglio in passato. Nonostante ciò, al di là della stucchevolezza, il messaggio veicolato appare ugualmente "pericoloso".
Nelle prime immagini del servizio c'è il bambino con in mano la fede del padre, attaccata alle medagliette militari. Il piccolo venera quegli oggetti, rappresentativi della vita e della morte del genitore mai conosciuto. Commozione, tenerezza, malinconia...ma non sarebbe meglio spiegare al bambino perché è morto il padre? Bisognerebbe raccontargli che ha perso la vita nell'ennesima inutile guerra combattuta dagli americani, un popolo perennemente in armi. L'amore filiale è sacrosanto, non lo metto in dubbio, ma forse dovrebbe essere accompagnato da una coscienza più consapevole su ciò che ha spento una vita così giovane ed ha costretto una madre ad affrontare da sola le avversità della vita.
Passiamo al fulcro della storia. Il piccolo trova venti dollari nel parcheggio di un ristorante, ma, invece di comprare dolci o videogiochi, li dona ad un soldato entrato nel locale pochi minuti dopo. Non sapremo mai se le cose sono andate davvero così, o se il bambino sia stato "spinto" da qualcuno a compiere questo gesto. Certo, le immagini delle telecamere interne sorprendono notevolmente dato che dovrebbero essere utilizzate  soltanto in caso di crimini e non per storie degne del libro Cuore. Mi sa tanto di artificio, comunque andiamo avanti. Il soldato era bisognoso? Non mi pare, ed allora perché quel dono? Per "ringraziarlo del lavoro che fa", così ha detto il bambino. E se facesse male il suo lavoro? E se avesse compiuto dei crimini come soldato? E se avesse abbandonato un compagno in difficoltà? Nessuno può saperlo, ma non è questo che conta per i propagandisti. L'importante è venerare l'esercito così da proiettare un'immagine positiva su tutto ciò che esso compie al di là del bene e del male.
Amore filiale e gloria militare, due valori saldati definitivamente nella scena finale nella quale vediamo il piccolo Myles abbracciato alla tomba del padre. La madre ha immortalato questo delicato momento, decidendo poi di rendere nota la storia (mah). In effetti senza immagini tutto il racconto avrebbe perso la sua carica emozionale, dunque è stata una vera "fortuna" poter contare su di esse.
Grazie a questo servizio tanti giovani americani si saranno avvicinati alla carriera militare, ne sono certo, spinti dall'amore per la divisa e per il rispetto che essa riesce ad attirare. Altre vite da sacrificare sull'altare del dominio mondiale, in un perenne Risiko senza fine. Gli Stati Uniti sono fatti così, colmi di propaganda e traboccanti facili lacrime.
Ma anche in Italia dobbiamo fare questa fine? Perché trasmettere anche qui da noi questa notizia?

Al di là del fatto che i corrispondenti dall'estero del Tg1 potrebbero occuparsi di questioni più importanti, a chi può giovare l'importazione di una simile propaganda nel nostro paese?
La risposta non è così complessa e la possiamo rintracciare in due situazioni diverse e bisognose di una connessione. Da un lato il mondo è colmo di scenari di guerra o quasi guerra, praticamente in ogni continente, anche nella nostra Europa mai così a rischio negli ultimi anni. D'altro canto non dimentichiamo che siamo ancora immersi nella crisi economica più grande dai tempi del 1929. Abbiamo, dunque, delle guerre ed un potenziale ampio bacino di soldati. Cosa manca per saldarli? Un cambio di mentalità, la conversione definitiva degli italiani all'amor bellico. Simili commuoventi storie, col passare del tempo, possono contribuire alla causa.
Come possiamo difenderci da tutto ciò? Solo in un modo: pensando. Non facciamoci prendere dall'emozione e guardiamo con sospetto  tutto ciò che i media producono. Riflettiamo bene su cosa sia davvero giusto e su come ciò che non lo è ci venga presentato come tale. Non spegniamo mai la mente.
L'ultimo consiglio vorrei darlo al piccolo Myles. Non devi dimenticare tuo padre, niente affatto, ma nemmeno venerare ciò che lo ha ucciso. Perché, è giusto che tu lo sappia, tuo padre ha perso la vita in nome di qualcosa di totalmente inutile.
Accetta questa verità e la prossima volta dona quei dollari a chi ne ha bisogno, questo si che sarebbe un gesto d'amore, tale da rendere fiero tuo padre.