lunedì 23 giugno 2014

Dei delitti e delle pene/Capitolo XXVIII (Della pena di morte), Cesare Beccaria

Della pena di morte
Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?
Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Quando la sperienza di tutt’i secoli, nei quali l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società, quando l’esempio dei cittadini romani, e vent’anni di regno dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia assersione.
Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti. Quell’efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai piú possente che non l’idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere piú frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano piú l'animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è l’ultimo perché è il solo. Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplicio piú fatto per essi che per il reo.
Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L’animo nostro resiste piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può per dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l’impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall’infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s’ingrandiscono nell’immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all’animo incallito dell’infelice.
Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un’arte che s’apprende colla educazione; ma perché un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un cosí grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l'orrore di quell'ultima tragedia.
Ma colui che si vede avanti agli occhi un gran numero d’anni, o anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai piú forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce piú che non lo corregge.
Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.Quali sono le vere e le piú utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell’interesse privato o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l’origine di questa contradizione? E perché è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perché gli uomini nel piú secreto dei loro animi, parte che piú d’ogn’altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria in potestà di alcuno fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l’universo.
Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors’anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all’idolo insaziabile del dispotismo. L’assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell’esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a’ delitti, ne’ quali, come abbiam veduto, l’abuso della religione può piú che la religione medesima.
Se mi si opponesse l’esempio di quasi tutt’i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l’epoca fortunata, in cui la verità, come finora l’errore, appartenga al piú gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle.
La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori; e se la verità potesse, fra gl’infiniti ostacoli che l’allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Traiani.
Felice l’umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti, padri de’ loro popoli, cittadini coronati, l’aumento dell’autorità de’ quali forma la felicità de’ sudditi perché toglie quell’intermediario dispotismo piú crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.

mercoledì 11 giugno 2014

VERSO LA PRIMA PROVA: DIECI EVENTI STORICI DEGLI ULTIMI 100 ANNI

In un post precedente ci siamo occupati di 10 storie italiane degli ultimi 100 anni, tutti eventi che quest'anno avranno il loro anniversario. Stavolta abbiamo scelto 10 storie di valenza globale, utili anche per tutti gli studenti che tra qualche giorno affronteranno la prima prova della Maturità. Il tema storico, infatti, potrebbe riguardare proprio uno di questi avvenimenti, oppure il tema di attualità potrebbe essere ispirato da qualche anniversario ricorrente quest'anno.
La nostra panoramica ripercorre in pochi righi qualcosa che è accaduto nel quarto anno degli ultimi 10 decenni, dunque può servire soprattutto come spunto per i maturandi; consigliamo sempre una revisione degli avvenimenti storici da effettuare sui manuali di testo, sulle enciclopedie ed anche online (con attenzione).

1914 - Inizia la Prima guerra mondiale
Il 28 Giugno 1914 sette giovani nazionalisti serbi appartenenti alla Mano nera, misero in atto un piano finalizzato all'assassino dell'Arciduca d'Austria Francesco Ferdinando, erede al trono. Il primo ad attaccare fu Cabrinovic, ma il suo esplosivo non riuscì a centrare l'auto con l'obiettivo. Incredibilmente la cerimonia non fu interrotta. Mentre il corteo si dirigeva all'ospedale per incontrare i feriti del primo attacco lo studente serbo Gavrilo Princip se lo vide passare davanti all'improvviso, quindi esplose due colpi di pistola che uccisero Francesco Ferdinando e la moglie Sofia.
 Il Kaiser Guglielmo II decise di risolvere una volta per tutte la questione serba ed un mese dopo dichiarò guerra al piccolo stato; la Russia intervenne per proteggere i "cugini" e da lì in poi si ebbe un'escalation che trasformò la guerra da europea in mondiale; l'Italia fece il suo ingresso nel conflitto l'anno dopo. 
Nella Grande Guerra morirono più di otto milioni di persone, mentre i feriti e i mutilati raggiunsero cifre incalcolabili. Le divisioni alla fine dello scontro furono tali da essere risolte soltanto con il secondo conflitto mondiale.

 1924 - Il delitto Matteotti
Nell'aprile del 1924 si tennero delle elezioni dominate da tensioni ed illegalità. Mussolini, salito al governo due anni prima, truccò l'esito del voto e si assicurò il 66,3 % dei consensi anche con minacce ed intimidazioni. Il 30 maggio 1924 un uomo coraggioso, un vero politico, il deputato socialista Giacomo Matteotti, tenne un durissimo discorso alla Camera nel quale denunciò questi episodi e chiese l'annullamento delle elezioni. Il duce assistette ammutolito, mentre le urla dei fascisti (e non solo) coprivano le parole di Matteotti. Dopo pochi giorni il deputato sarà rapito e verrà ritrovato morto il 16 agosto dello stesso anno. Il fascismo aveva osato troppo e fu vicino alla caduta, ma un re incapace e le sterili opposizioni permisero a Mussolini di preparare la sua difesa. Il 3 gennaio dell'anno successivo fu lui a prendere la parola nel Parlamento; si assunse tutte le responsabilità morali e politiche di ciò che i fascisti avevano compiuto in quegli anni, ma ancora una volta le reazioni furono nulle. Nei quattro anni successivi lo stato sarà completamente trasformato da democrazia a dittatura per mezzo delle "leggi fascistissime".

 1934 - La notte dei lunghi coltelli
La notte del 30 giugno 1934 si consumò un drammatico "regolamento di conti" all'interno dello schieramento nazista, salito al governo da appena un anno. Nell'anno precedente, infatti, il presidente Hindenburg aveva affidato ad Hitler l'incarico di cancelliere; quest'ultimo, dopo l'incendio del Reichstag, ottenne anche i pieni poteri e ne approfittò per reprimere ogni forma di opposizione. Una ruolo fondamentale in questo passaggio verso la dittatura fu svolto dalle S.A. (squadre d'assalto), le quali rappresentavano il braccio armato del partito fin dal putch di Monaco.
Le squadre erano guidate da Rohm, un militare feroce ed autoritario, ma anche uno dei pochi amici intimi del dittatore. I due avevano affrontato assieme tutta la scalata al potere, ma nel '34 le posizioni erano diventate quasi opposte: Hitler si stava avvicinando ai gruppi industriali e finanziari tedeschi, così da assicurare una protezione più ampia al suo partito, ment Rohm avrebbe voluto mettere in atto una "seconda rivoluzione" di tipo socialista; l'esercito minacciava un colpo di stato nel caso il potere delle S.A. non fosse stato ridotto, ma Rohm teneva troppo all'indipendenza delle sue squadre; la dichiarata omosessualità di Rohm stava diventando un problema troppo scomodo per i nazisti. Fu fatta girare la voce che le S.A. avrebbero tentato un colpo di stato, così Hitler poté giustificare l'azione di forza condotta a fine giugno: nella "notte dei lunghi coltelli" morirono centinaia di oppositori ed ex alleati, fra i quali vi erano appunto tutto i principali esponenti delle squadre d'assalto. Da quel momento il potere repressivo venne affidato ad S.S. e Gestapo, ed inoltre tramontò ogni ipotesi di rivoluzione socialista. 

 1944 - Operazione Overlord
Nella primavera del 1944 le forze alleate erano riuscite a ribaltare completamente la tragica situazione di due anni prima. All'inizio del 1942, infatti, le forze dell'Asse avevano messo in seria difficoltà l'Urss (operazione Barbarossa) e gli Usa (attacco di Pearl Harbor), riportando inoltre numerose vittorie in Nord Africa. Tra il '42 ed il '43 le forze alleate riuscirono a riprendersi: gli Usa vinsero numerose battaglie nel Pacifico, l'Urss contrattaccò dopo aver rotto l'assedio di Stalingrado, in Africa la vittoria di El-Alamein ribaltò la situazione precedente. Per impegnare su più fronti Italia e Germania le forze alleate decisero di sbarcare in Italia (luglio '43), ma Stalin chiedeva a gran voce l'apertura di un secondo fronte nell'Europa occidentale.
La notte tra il 6 ed il 7 giugno 1944 si iniziò, dunque, lo sbarco in Normandia, al quale parteciparono contingenti americani, canadesi, inglese, polacchi, australiani, neozelandesi ed anche truppe del governo libero francese in esilio. L'attacco iniziale non fu risolutivo, infatti i tedeschi riuscirono a resistere dopo aver concesso però lo sbarco delle truppe alleate. Nei mesi successivi, tuttavia, l'avanzata divenne inarrestabile, portando alla liberazione di Parigi il 25 agosto dello stesso anno. Il generale De Gaulle pretese che sfilassero prima le forze armate francesi, così da assicurare al paese lo status di "vincitore" al termine del conflitto. Dopo lo sbarco in Normandia l'Asse perse continuamente terreno, fino alla resa dell'anno successivo.   

 1954 - La Crimea "regalata" all'Ucraina
Alla morte di Stalin la lotta per la sua successione fu vinta da Nikita Chruscev, ex sindacalista e ufficiale dell'Armata rossa, protagonista anche della battaglia di Stalingrado durante il secondo conflitto mondiale. Salito al potere, evidenziò subito un carattere più aperto e comunicativo rispetto al suo predecessore, rendendosi promotore anche di diversi gesti di distensione. Si riavvicinò alla Jugoslavia di Tito, mise un freno alle "grandi purghe" e arrivò addirittura a criticare la figura di Stalin.
Come dimostrano i fatti d'Ungheria non fu certo morbido con le aspirazioni indipendentiste e liberali, tuttavia il 27 febbraio del 1954 decise di donare la Crimea all'Ucraina per festeggiare i 300 anni dall'accordo di Perislav, con il quale i cosacchi ucraini accettarono di unirsi in pace alla Russia zarista. Con il crollo dell'Urss la Crimea si dichiarò indipendente, ma in seguito accettò di restare unita all'Ucraina, sebbene la maggioranza della popolazione fosse di origine russa. Quest'anno la situazione nella penisola è tornata calda in seguito all'auto proclamazione di indipendenza, processo che sembra indirizzarsi verso un ritorno in seno alla Russia dopo 60 anni. 

 1964 - Legge contro la segregazione razziale
Con morte di Kennedy molti americani pensarono che si fosse chiusa per sempre la stagione della "nuova frontiera"; con questa espressione John F. aveva voluto far riferimento ad un traguardo spirituale, culturale, umano, da raggiunge in nome del progresso civile e sociale. Nei primi mesi del suo mandato Kennedy provò ad aumentare la spesa sociale americana, tentando al contempo di pareggiare i diritti di tutti, comprese le persone di colore, soggette a limitazioni formali e materiali, soprattutto negli stati del sud. Dopo la sua uccisione il presidente Johnson riuscì ad approvare gran parte del programma di legislazione sociale promosso dal predecessore.
Il Civil Rights Act (firmato dal presidente il 2 luglio 1964) eliminò la segregazione nelle scuole e sui posti di lavoro, annullò ogni tipo di isolamento o divieto previsto in alberghi, ristoranti o altre strutture pubbliche, mettendo fine anche alla disparità di diritti per quanto riguardava l'iscrizione nelle liste elettorali. Il partito Democratico iniziò a perdere terreno nel sud del paese, fino ad arrivare alle presidenze Regan e Bush che ne segnarono un vero e proprio tracollo; tuttavia l'intero paese ne guadagnò in civiltà e prestigio internazionale, potendo festeggiare così, con piena soddisfazione, i cento anni dalla conclusione della guerra civile nel 1965. 

 1974 - Fine dei regimi dittatoriali in Portogallo, Grecia e Spagna
Al termine del secondo conflitto mondiale svanirono le due principali dittature europee, ossia quella di Mussolini e di Hitler. Con la morte di Stalin non si passò di certo alla democrazia, tuttavia i suoi successori evitarono di coltivare quel culto della personalità che aveva contraddistinto i trent'anni precedenti. Le restanti dittature europee erano quella portoghese, spagnola, greca e jugoslava. Per quest'ultima la fine si sarebbe avuta soltanto quindici anni più tardi e di certo la transizione fu tutt'altro che pacifica.
Nel 1974, comunque, ebbe termine la dittatura portoghese, sopravvissuta appena quattro anni a Salazar; gli stessi militari guidarono il passaggio verso la democrazia, acconsentendo nel contempo a concedere l'indipendenza alla colonie portoghesi. Dal '75 il regime parlamentare vide l'alternarsi di forze socialiste e moderate.

Nel 1967 un sanguinoso colpo di stato militare aveva messo fine alla democrazia greca sorta al termine della guerra. Nel 1974 il regime militare tentò di annettere alla Grecia l'isola di Cipro, contesa da sempre con la Turchia; l'insuccesso militare mise in crisi i Colonnelli i quali furono costretti a cedere il potere. Nello stesso anno un referendum pose fine anche alla monarchia. Da allora il partito socialista e quello democristiano furono guidati (praticamente fino ad oggi) dalle famiglie Papandreu e Karamanlis.
La morte di Francisco Franco, avvenuta nel 1975, segnò in Spagna il passaggio del potere al re Juan Carlos di Borbone. Il sovrano, in modo molto lungimirante, scelte di guidare il paese verso la democrazia, legalizzando partiti e sindacati, liberando la stampa dalla censura e concedendo un referendum per l'approvazione di una Costituzione democratica. 


 1984 - Muore il falso "paziente zero" dell'HIV
Il 30 marzo 1984 si spense Gaetan Dugas, considerato per anni il "paziente zero" dell'epidemia di Aids. Una ricerca condotta nello stesso 1984 sentenziò che Gaetan aveva contagiato una altissima percentuale dei pazienti allora noti come vittime dell'epidemia. Questa conclusione venne poi screditata, ma nonostante ciò si diffuse rapidamente tra gli americani, facendo nascere il mito di un fantomatico "untore" che avrebbe portato la malattia negli Usa. La diceria fu suffragata soprattutto da coloro che intendevano denigrare gli omosessuali, accusando quest'ultimi di aver dato il via al contagio (per molti anni l'Hiv fu noto come il "cancro dei gay). Il clima d'odio creatosi nei confronti degli omosessuali sarà ben rappresentato quasi dieci anni dopo dalla pellicola Philadelphia

 1994 - Inizia la presidenza Mandela
Il 27 aprile 1994 Nelson Mandela assunse l'incarico di presidente del Sudafrica. La sua attività politica era iniziata negli anni della guerra, quando si era distinto come esponente dell'African National Congress lottando per i diritti della popolazione di colore. In Sudafrica, infatti, vigeva la segregazione razziale, in nome della quale i neri non godevano di tutti i diritti politici e civili; oltre a motivazioni razziali sussistevano anche cause di tipo economico viste le enormi ricchezze minerarie del paese a cui non volevano rinunciare i governanti bianchi legati a diversi paesi occidentali. Nei primi due decenni del dopoguerra l'azione libertaria di Mandela continuò anche attraverso l'adesione alla lotta armata, indirizzata soprattutto contro obiettivi militari. Condannato all'ergastolo nel 1964 rimase in prigione fino al 1990, quando il presidente De Klerk decise di liberarlo e di ridare statuto legale al suo partito. Uscito di galera abbandonò la lotta armata per seguire la strada della riconciliazione pacifica tra bianchi e neri; nel 1993 vinse il nobel per la pace insieme a De Klerk, quindi l'anno dopo fu eletto presidente del Sudafrica. La sua icona è stata esaltata in tutto il mondo come simbolo di pace, democrazia e lotta per i diritti universali. Si è spento nel 2013. 

 2004 - Nasce Facebook
Il 04 Febbraio 2004  lo studente di Harvard Mark Zuckerberg lanciò il sito TheFacebook, successivamente trasformato in Facebook, un social network inizialmente destinato agli studenti universitari americani, ma divenuto poi un luogo di incontro (e non solo) per oltre un miliardo di persone in tutto il mondo.
Facebook, così come altri social, ha cambiato le modalità di incontro tra i giovani, rivoluzionando anche il concetto di privacy. Sicuramente simili piattaforme hanno consentito di mantenere uniti i legami anche a lunga distanze, permettendo di ritrovare vecchi amici o episodiche conoscenze. Nel contempo, tuttavia, il rischio di veder diffuse senza controllo immagini o informazioni personali è aumentato sempre di più nel corso degli anni, anche grazie alle modifiche della privacy, spesso non molto trasparenti.  

lunedì 9 giugno 2014

Primi documenti in volgare (Giuramento di Strasburgo, Indovinello veronese, Placito capuano)

GIURAMENTO DI STRASBURGO; 14/02/842


Testo originaleTraduzione
(Antico francese:) “Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun saluament, d'ist di in auant, in quant Deus sauir et podir me dunat, si saluarai eo cist meon fradre Karlo, et in adiudha et in cadhuna cosa si cum om per dreit son fradra saluar dist, in o quid il mi altresi fazet. Et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai qui meon uol cist meon fradre Karle in damno sit.”
“Per l'amore di Dio e per il popolo cristiano e per la nostra comune salvezza, da qui in avanti, in quanto Dio mi concede sapere e potere, così aiuterò io questo mio fratello Carlo e in aiuto e in qualunque cosa, così come è giusto, per diritto, che si aiuti il proprio fratello, a patto ch'egli faccia altrettanto nei miei confronti, e con Lotario non prenderò mai alcun accordo che, per mia volontà, rechi danno a questo mio fratello Carlo.”
(Alto tedesco antico:) “In Godes minna ind in thes christiānes folches ind unsēr bēdhero gehaltnissī, fon thesemo dage frammordes, sō fram sō mir Got gewizci indi mahd furgibit, sō haldih thesan mīnan bruodher, sōso man mit rehtu sīnan bruodher scal, in thiu thaz er mig sō sama duo, indi mit Ludheren in nohheiniu thing ne gegango, the mīnan willon imo ce scadhen werdhēn.”
“Per l'amore di Dio e del popolo cristiano e per la salvezza di entrambi, da oggi in poi, in quanto Dio mi concede sapere e potere, così aiuterò io questo mio fratello, così come è giusto, per diritto, che si aiuti il proprio fratello, a patto ch'egli faccia altrettanto nei miei confronti, e con Lotario non prenderò mai alcun accordo che, per mia volontà, possa recargli danno [a Ludovico].”
(Antico francese:) “Si Lodhuuigs sagrament quæ son fradre Karlo iurat, conseruat, et Carlus meos sendra, de suo part, non lostanit, si io returnar non l'int pois, ne io, ne neuls cui eo returnar int pois, in nulla aiudha contra Lodhuuuig nun li iu er.”
“Se Ludovico mantiene il giuramento fatto a Carlo, e Carlo, mio signore, da parte sua non lo mantiene, e se io non posso da ciò distoglierlo, né indurre qualcuno a farlo, non gli sarò di nessun aiuto contro Ludovico.”
(Alto tedesco antico:) "Oba Karl then eid, then er sīnemo bruodher Ludhuwīge gesuor, geleistit, indi Ludhuwīg mīn hērro then er imo gesuor forbrihchit, ob ih inan es irwenden ne mag: noh ih noh thero nohhein, then ih es irwenden mag, widhar Karlo imo ce follusti ne wirdhit."
“Se Carlo mantiene il giuramento fatto a Ludovico, e Ludovico, mio signore, da parte sua rompe il giuramento che ha prestato, e se io non posso da ciò distoglierlo, né indurre qualcuno a farlo, non lo seguirò contro Carlo.”



INDOVINELLO VERONESE, VIII-IX sec

Boves se pareba
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba.


PLACITO CAPUANO, 960

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.


martedì 3 giugno 2014

Primo componimento letterario in volgare italiano: Il Cantico delle Creature, Francesco d'Assisi, 1224


Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.