domenica 9 novembre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, PARTE SESTA (Le trasposizioni cinematografiche)

Ultima post del nostro ciclo dedicato a Stieg Larsson. Oggi, 9 novembre 2014, ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di uno dei più eccelsi narratori di inizio millennio, purtroppo volato via troppo presto. I suoi tre romanzi hanno descritto la società svedese in modo sorprendente e innovativo; le riflessioni presenti nella trilogia partono dal male assoluto del nazismo scivolando nell'esplorazione del lato oscuro presente in tutti gli uomini. Le sue critiche alla società contemporanea sono state precise e mai banali, addirittura profetiche quando hanno anticipato le storture del mondo finanziario, rivelatesi poi apertamente con la crisi del 2008. Ma soprattutto è riuscito a creare dei personaggi intriganti, affatto scontati, certo allegorici, ma mai lontani dalla realtà. 

Per chi volesse rileggere l'intero ciclo della nostra analisi clicchi qui.  


Dalla carta alla pellicola: luci ed ombre

La  trilogia svedese

Ci occuperemo ora delle tre pellicole scandinave ed in seguito del remake americano.
Il primo dei tre film nordici è indubbiamente il migliore ed il più fedele all'opera scritta, mentre gli altri due si concedono modifiche e deviazioni a tratti esagerate.
Per quanto riguarda Uomini che odiano la donne le differenze dal libro sono: una minore profondità del protagonista Mikael che risulta poco caratterizzato, vista la soppressione della ex-moglie e della figlia, di alcune relazioni, oltre che di molti suoi comportamenti tipici, senza contare che il tempo affidatogli per la risoluzione del caso è dimezzato rispetto al libro; Anita viene coinvolta in situazioni diverse da quelle del libro e addirittura la sia fa morire per un cancro al seno. Accenniamo solo alle numerose anomalie della famiglia Vanger, talvolta sono stati cambiati gradi e rapporti di parentela e non c'è alcun riferimento all'entrata della famiglia nel Cda di Millennium. Nel film Lisbeth subisce un'aggressione in metropolitana da parte di alcuni teppisti e così incorre nella rottura del suo pc, mentre nel libro tale danno era avvenuto per un fortuito incidente.
La differenza principale, per me inaccettabile, è nell’incontro tra Lisbeth e Mikael: nel libro Froede confessa al giornalista di aver fatto svolgere delle indagini su di lui prima di assumerlo e Mikael, decisamente infastidito, chiede di leggere il rapporto. In seguito, colpito dalla precisione del testo, pretende un incontro con l’investigatrice che tanto bene lo aveva spiato e descritto. Nel film, invece, Lisbeth manda a Mikael dei suggerimenti sul suo caso tramite e-mail, rendendosi così rintracciabile: ma ciò non è da lei, esce totalmente fuori dai canoni psicologici e di comportamento con cui Larsson l’ha creata!
Gli altri due capitoli della saga presentano rimaneggiamenti in tantissimi punti, ne elenco solo alcuni sennò dovrei riscrivere l’intera trilogia: c’è solo una minima descrizione dei viaggi di Lisbeth intorno al mondo e manca totalmente la sequenza dell’uragano con successiva lotta contro il finto medico; c’è una sfasatura temporale tra la visita di Lisbeth al suo tutore e la scelta di quest’ultimo di ucciderla contattando altri suoi “nemici” scoperti per caso; ancora una volta i rapporti tra i personaggi sono tratteggiati freddamente, come se Palmgren o Armanskj non avessero una loro evoluzione e come se Mimmi fosse davvero una sorta di prostituta come poi verrà falsamente accusata; il coinvolgimento di Paolo Roberto è molto semplificato ed inoltre il combattimento tra lui ed il gigante biondo ha esiti diversi rispetto al libro; Mikael scopre la nuova abitazione di Lisbeth grazie a Mimmi, mentre nel libro era entrato in possesso delle chiavi dopo un incontro fortuito con la giovane hacker, proprio nel momento in cui stava per essere rapita dai membri del moto club (inoltre, quando suona l’allarme di casa Lisbeth, nel film è lei che decide di bloccarlo mentre nel libro sarà Mikael a indovinare il codice segreto, con grande sorpresa della ragazza); nel finale del secondo libro la giovane mormora “Kalle Dannatissimo Blomkvist” nel momento in cui viene trovata agonizzante, ma nella pellicola questa frase non c’è; nel secondo film  la Sezione è tratteggiata in modo piuttosto ingarbugliato e non si esplicita bene il contrasto tra vecchi e giovani membri; le indagini dei “Cavalieri della tavola balorda” sono arronzate e sommarie, anche i giornalisti di Millennium (chissà perché ridotti di numero rispetto al libro) non sembrano attivarsi così tanto come in realtà hanno fatto su carta; le aggressioni subite da Erika risultano totalmente immotivate dato che si è soppresso il suo cambio di redazione, con successivi contrasti tra lei ed i nuovi colleghi e l’entrata in scena di uno stolker; inoltre nel film la donna mostra aggressività nei confronti di Mikael, mentre nel libro prevale più che altro il senso di colpa sia prima che dopo l’abbandono di Millennium; la preparazione della difesa di Lisbeth ed il relativo processo sono schematizzati al massimo, al punto che non si coglie bene quanto sia stato importante  il lavoro di Mikael e del Reparto per la tutela della Costituzione (del quale fa parte la sua nuova fiamma, Monica, ma naturalmente il regista ha dimenticato quest’altra conquista di Mikael). Nel film pare quasi che Annika riesca nella sua difesa grazie solo a fortuna ed improvvisazione. 
C’è da contare, inoltre, che tutta la vicenda viene spostata avanti nel tempo, stravolgendo anche l’età di Lisbeth…ma perché?!  Il finale, per concludere, è privo di senso. Sembra che Lisbeth e Mikael  promettano di rivedersi così come farebbero due compagni di scuola incontratisi per caso dopo anni, ossia con disinteresse nascosto dietro ipocrite frasi di circostanza.
Rileggendo questo mio riassunto sembra quasi che voglia dare un giudizio totalmente negativo alla produzione europea, ma in realtà non è così. Riconosco che le ambientazioni sono ricostruite bene (d’altro canto sarebbe il minimo visto che è stato girato nei luoghi descritti da Larsson), così come i passaggi temporali tra una sequenza e l’altra rispondono ai cronotropi del romanzo. Alcune scene sono state girate con accuratezza e in modo conforme al libro, come ad esempio lo stupro di Lisbeth, il dialogo tra Martin e Mikael, la sequenza in cui Dag cerca di convincere la redazione di Millennium a collaborare con lui, l’interrogatorio di Lisbeth al giornalista che le darà la traccia decisiva per rintracciare il padre. Proprio  l’incontro tra la giovane e quest’ultimo è ben fatto ed i dialoghi ripropongono ottimamente il rapporto così come descritto dall’autore. Anche la scena finale del terzo film riassume bene la lotta della giovane contro Zala ed il gigante biondo (che però fugge via in maniera apparentemente immotivata, ma certo è difficile su pellicola rendere chiara la sua paura infantile per mostri e presenze inquietanti). Mi era piaciuta l’interpretazione della attore che indossava i panni di Paolo Roberto, poi ho scoperto che si trattava proprio del pugile in questione ed allora tutto mi è parso più chiaro. Infine, c’è da notare come il combattimento tra Lisbeth ed il fratellastro sia stato riproposto con precisione massima dei particolari.
Terminiamo con gli attori. NoomiRapace e Michael Nyqvist (da notare l’assonanza con il personaggio interpretato) erano pressoché sconosciuti al pubblico mondiale, avendo girato solo qualcosina in Svezia, ma la trilogia li ha lanciati verso Hollywood. Sono convinto che interpretano bene la loro parte: lui un po’ trasognato ma determinato, lei dura e psicolabile, anche nei piccoli gesti mi danno l’idea di muoversi come i loro corrispettivi cartacei. Finanche i personaggi secondari svolgono bene il loro compito, a partire da Erika, passando per Martin fino ad arrivare al suicida Gullberg (forse soltanto l’attore che interpreta Zala manca un po’ di personalità, comportandosi troppo da “vecchio matto”, senza colpire gli spettatori con l’aura da ex spia).
Tuttavia, c’è qualcosa di totalmente sbagliato nel cast, a mio giudizio, ma questo “errore” non dipende dagli attori, semmai da chi li ha scelti: sembrano tutti diversi fisicamente e molto più vecchi rispetto ai loro corrispettivi nel romanzo! Mi rivolgo alle donne, vi attira il Mikael proposto sullo schermo? A me non dà proprio l’impressione di un uomo maturo ma affascinante. Per non parlare di Erika, descritta nel romanzo come una donna sensuale, che si vede interpretata nel film da un’attrice (Lena Endre) per la quale, citando una pellicola di Verdone, ci vorrebbe il plutonio per eccitarsi, altro che viagra. Il gigante biondo non è affatto così grosso, e anche lui sembra piuttosto in là con gli anni. Per non parlare di Bjurman e Palmgren, il primo ha l’aspetto del vecchio porco ok, ma non è descritto così nel libro, mentre il secondo è praticamente un Matusalemme. Paolo Roberto invece è perfetto, ah già, è proprio lui! Mimmi, infine, sembra una escort di mezza età..
Il problema maggiore, purtroppo, è rappresentato da Noomi Rapace: brava, ottima nell’interpretazione, ma con il fisico sbagliato. Per darvi un’idea, è lei la zingara nel secondo film di Sherlock Holmes (la serie con R. D. Junior): voi davvero immaginate che l’attrice di Lisbeth possa essere riutilizzata per un ruolo in cui deve spiccare anche se non soprattutto per avvenenza? Inoltre, è molto più grande di come viene descritta nel libro, si ricordi che sovente Larsson afferma che la confondevano con una ragazzina.
 Forse questa “vecchiezza” generale è frutto di una diversa “percezione dell’età” da parte degli svedesi rispetto a noi mediterranei, non lo so, può essere, ma a me ha colpito negativamente. Inoltre, anche le ambientazioni (intendo gli interni) lasciano a desiderare. La redazione di Millennium sembra uno scantinato dove si preparano i petardi di fine anno abusivamente; la “magnifica” seconda casa di Lisbeth non mi pare proprio tale; la dimora di Henrik Vanger è opprimente più che maestosa; la sala stampa ed il tribunale sono stati scelti indubbiamente per ragioni di risparmio più che per attenersi al romanzo. Tutti gli edifici sembrano residui post-industriali, alimentando il senso di disfacimento che abbiamo rilevato negli attori.
Il primo film è stato girato da Niels Arden Oplev, gli altri due da Daniel Alfredson.
Il regista del primo film ha così commentato l’uscita nelle sale della pellicola americana:  “Why would they remake something when they can just go see the original?”.
Perché, mio caro Niels, lo si può rifare meglio.

La prima pellicola americana

La prima mossa vincente della produzione è stata quella di affidare la regia del film a David Fincher, esperto di trame complesse ed elaborate non prive di scene d’azione (The Game, Seven) e già dimostratosi ottimo nella resa cinematografica di romanzi di successo (Fight Club). La pellicola è stata girata in maniera precisa e accurata ed è subito evidente che l’intenzione era quella di mantenersi il più possibile vicini alla trama del libro.
Nel suo complesso, quindi, la fabula è rispettata, mentre l’intreccio presenta delle modifiche rispetto al testo, ma Fincher ha tentato ti supplire alle mancanze inserendo qui e lì dei piccoli segni, dei minimi gesti dei personaggi, all’apparenza inutili, ma in realtà necessari a riassumere pagine e pagine di romanzo. Ad un certo punto, ad esempio, un poliziotto chiede a Lisbeth se lei abbia mangiato a sufficienza e la giovane risponde piccata di non essere anoressica ma di godere di un ottimo metabolismo: in realtà l’agente ha posto la domanda per tutelare la ragazza dalle foto splatter che si accinge a mostrarle. In dieci secondi il regista ha riassunto l’odio della giovane per chi la mette in soggezione relativamente alla sua corporatura e la sua propensione allo scontro. Verso la fine del film Lisbeth passa a trovare Mikael fuori dalla redazione di Millennium per restituirgli il prestito grazie al quale ha accumulato due miliardi di euro, quindi, non appena incontra l’uomo, gli porge la sigaretta che stava fumando fino a pochi secondi prima, gesto intimo che si erano scambiati parecchie volte durante l’indagine ad Hedelstad. Ma ora Mikael lancia una occhiata all’interno della redazione e scorge Erika (da sempre contraria al suo vizio del fumo) che li sta guardando con sospetto, quindi il giornalista declina l’offerta della ragazza e noi spettatori, in questi pochi movimenti, abbiamo colto tantissimo delle dinamiche tra i tre personaggi che in un libro si potrebbero “dilatare” con maggiore facilità.
 In effetti è questo che bisogna fare quando si porta un testo sullo schermo: certo, non è possibile utilizzare lo scritto originale come unica sceneggiatura, tuttavia non si deve alterare quello che è lo “spirito” dell’opera, non bisogna modificare troppo la storia o i personaggi e soprattutto si deve fare in modo che il messaggio, espresso nella maggior parte dei casi dal finale, sia lo stesso che l’autore del romanzo ha consegnato ai suoi lettori (e anche in questo caso le ultime scene ricalcano alla perfezione il libro).
 In definitiva credo che Fincher sia riuscito nell’intento, anche se le differenze con l’opera di Larsson ci sono e non vanno trascurate.
Inevitabilmente mancano i flashback sulle biografie dei protagonisti, per cui il regista ha dovuto cercare altre vie necessarie alla qualificazione degli stessi. Prendiamo ad esempio la scena in cui Lisbeth, aggredita in metropolitana, reagisce allo scippatore con tenacia di ferro ma non riesce a salvare dalla distruzione il suo prezioso pc: nel libro il computer si rompe per un banale incidente, ma con la scena del tentato furto il regista ha inserito il particolare dell'aggressione in metropolitana (anche se lì era una molestia) effettivamente subito dalla ragazza anni prima ed inoltre ha riassunto in pochi secondi cento pagine di libro necessarie a spiegare il carattere indomabile della giovane. C'è da dire che i rapporti tra i personaggi talvolta sono poco approfonditi, si muovono in maniera schematizzata soprattutto nei contatti che intercorrono tra protagonisti e secondari, ma forse gli altri due film approfondiranno meglio queste relazioni. Non capisco perché è stata esclusa la figura della madre di Lisbeth dato che all’interno del libro è lei che la ragazza va a trovare in clinica e non il vecchio tutore malato. Costui nel libro è creduto morto fino al ritorno della giovane in Svezia, scomparendo per tutta la restante parte della narrazione. Anche Mikael è caratterizzato bene da semplici ma profonde accortezze: il suo nutrirsi esclusivamente di tramezzini e caffè (abbiamo visto in precedenza come ciò sia necessario a qualificarlo come “persona” nel libro); la sicurezza sfrontata con la quale affronta i colleghi dopo la sentenza che lo ha condannato per diffamazione (in quei pochi gesti il regista ci ha riassunto lo posizione dell’uomo nei confronti dei giornalisti venduti); la delicatezza con la quale si introduce nella vita di Lisbeth e la sua totale mancanza di moralismo bigotto per i comportamenti della ragazza (nel testo Larsson la descrive continuamente sorpresa per come viene trattata con rispetto da Mikael, soprattutto nelle prime fasi, quando lei lascia emergere tutti i suoi difetti relazionali). Mikael, dunque, è ben caratterizzato, ma alcune sfumature sono ignorate: la storia con Cecilia la reputo necessaria per far comprendere il suo carattere dongiovannesco impenitente, ignoro perché sia stata rimossa pure da questo film. Inserendola si capirebbe meglio la facilità con cui l’uomo riallaccia la relazione con Erika sebbene ne abbia intrapresa una con Lisbeth (pare quasi che Mikael ritenga naturale avere relazioni contemporanee); talvolta si calca un po' troppo la mano sulla sua goffaggine, seppure è certo che Larsson abbia voluto effettivamente invertire spesso e volentieri i ruoli maschio-femmina tra Lisbeth e Mikael. Nel romanzo, ad esempio, è lui ad accorgersi che i nomi delle ragazze assassinate sono tutti ebraici (con grande sconforto di Lisbeth che odia essere scavalcata nelle intuizioni) mentre nel film quasi tutti i progressi li porta avanti la giovane, facendo così apparire lei troppo geniale e lui eccessivamente imbranato. Il libro nasconde meglio la colpevolezza di Martin, ed ecco perché Larsson si può permettere di insinuare tra le pagine la sua insistenza (motivata appunto dalla paura di essere scoperto) nel consigliare a Mikael di abbandonare il caso e l'isola, ma nel film, invece, dove una singola battuta apparirebbe molto più sospetta, Martin è il primo a difendere il giornalista e a battersi perché termini il lavoro. Così facendo Fincher tenta di nascondere le sue vere intenzioni agli spettatori.
Altri piccoli particolari divergenti riguardano la successione cronologica dei fatti non sempre corrispondente al libro, il cadavere del gatto che nel film è disposto a svastica (?!), la mancata condanna penale di Mikael a tre mesi di carcere (certo non facile da inserire in un film dalla durata di due ore e trentotto), la redazione della rivista stavolta è troppo sfarzosa ed eccessivamente affollata; Mikael non si rende conto che la “complice” di Wennestrom è in realtà la stessa Lisbeth; ed infine, con incredibile distanza dal libro, la ragazza gli racconta del suo attentato nei confronti del padre, mentre nel libro Mikael lo scoprirà da sé e soltanto molto tempo dopo (quindi gli altri due remake dovranno per forza contenere ulteriori modifiche rispetto ai testi).
Altri particolari sono relativamente trascurabili, ma una cosa che proprio non ho potuto sopportare è stata quella piccola musichetta di sottofondo che accompagna alcune scene. Certe volte abbassa il livello del film così tanto che pare si tratti di uno sceneggiato televisivo a basso costo (certo, questo esula dalle differenze tra libro e film, ma dovevo dirlo!).
 Robin Wright si che è una bella donna ed inoltre interpreta il suo ruolo alla perfezione, in tutte le sfumature richieste, anche se compare meno di quanto Erika in realtà agisca nel romanzo. Stellan Scarsgard ha davvero la faccia del cattivo, oltre al fatto di essere di origine svedese e, incredibilmente, di essere cresciuto nei luoghi in cui è ambientata la storia. Ma a dominare la scena è Rooney Mara, descritta giustamente come “ipnotica” in una recensione, mentre altrove è stata sottolineata la sua bravura nel riassumere la complessa vicenda del personaggio con un semplice gesto. Si muove come Lisbeth, le sue occhiate sono la fedele riproduzione di quelle assenti o rabbiose che Larsson dissemina nella sua opera, il suo “sorriso storto” è come ce lo si attenderebbe (ma in ciò era stata brava anche la Rapace). Dotata di una conformazione fisica incredibilmente identica a quella del personaggio letterario e completamente a suo agio nell’indossare i panni di Lisbeth (compresi tutti i piercing che si è fatta incidere realmente) ha fatto corrispondere una grande bravura a queste qualità naturali, tanto da essere candidata all’Oscar e da aver ricevuto innumerevoli altri riconoscimenti come attrice rivelazione dell’anno.
Ho visto prima il film e solo dopo letto il libro, ma non riuscivo ad immaginare Lisbeth diversamente da lei. Alcune delle altre candidate per il ruolo sono incommentabili, a cominciare dalla Johansson ( forse non è altissima, ma il seno glielo avrebbero tagliato?). 
Il film ha ricevuto diverse critiche positive, ma alcune anche negative, tra le quali mi ha colpito quella di un certo Smith sul N.Y. post, il quale, dopo aver definito il film “spazzatura” ha scritto “ demonstrates merely that masses will thrill to an unaffecting, badly written, psychologically shallow and deeply unlikely pulp story so long as you allow them to feel sanctified by the occasional meaningless reference to feminism or Nazis.” O non ha letto il libro, oppure non ha idea di cosa significhi rappresentare un’idea. Se il suo riferimento era indirizzato contro il film e a difesa dell’opera di Larsson allora non si rende conto di come sia difficile rendere sullo schermo tali tematiche, ma forse non ha neppure fatto caso alla scena in cui Mikael incontra il vecchio zio di Harriet, orgogliosamente nazista, e quest’ultimo gli dice “Nascondere il passato come loro, sotto una sottile impiallacciatura, come un tavolo dell’Ikea? Sono il più onesto di tutti io qui.” Mikael domanda “In famiglia?” E il vecchio risponde “In Svezia…”, ma avrebbe anche potuto dire “in Europa”, data la fretta con cui dimentichiamo gli insegnamenti della storia (per cui anche “negli Usa” andava bene). Piccole frasi come queste e tanto altro non credo banalizzino il tema. Se invece la sua critica è rivolta alla rappresentazione della violenza nel libro e su come vengono trattati i temi importanti allora rimando alle prime pagine (in particolare alla sezione sullo stile) della mia analisi per una risposta.


 p.s. Rip Stieg









martedì 4 novembre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, PARTE QUINTA (Il messaggio degli ultimi due romanzi)

Quinta puntata del nostro ciclo di post dedicato a Stieg Larsson in vista dei dieci anni dalla sua morte. Nella prima parte abbiamo parlato della vita dell'autore, dei misteri sulla saga, del genere a cui appartiene la trilogia e dello stile; nella seconda ci siamo soffermati sulla vicenda del primo romanzo e sui personaggi della saga; nella terza abbiamo analizzato le allegorie presenti nel primo romanzo; nella quarta sono state riassunte le trame degli ultimi due libri e presentati gli schieramenti. Ora ci dedicheremo all'analisi di questi due tomi, sottolineando le critiche dell'autore ad alcuni aspetti della nostra società e delle istituzioni moderne. 

Incrinare le certezze:i confini della libertà

Ho deciso di intitolare così il paragrafo relativo ai temi trattati negli ultimi due libri perché sono convinto che Larsson abbia voluto portare avanti delle profonde critiche non solo alle storture della società lì dove ce le attendiamo maggiormente (come ad esempio nel primo libro in cui incolpa la crudele finanza e la violenza sulle donne), ma anche negli aspetti meno attesi.  Infatti la sua riflessione si immerge, e sarebbe proseguita, in profondità, andando a scalfire le stesse strutture che dovrebbero proteggerci e tutelarci, come ad esempio i giornali ed i servizi si sicurezza o ancora la polizia. Mi concentrerò su questi punti, tralasciando la critica allo sfruttamento della prostituzione non perché meno importante, affatto, ma perché anche questa è una forma di violenza sulle donne e ne abbiamo già parlato in precedenza, inoltre questa tematica è affrontata così direttamente dall'autore che preferisco sondare quelle maggiormente in penombra.
Ho appena scritto che l'analisi di Larsson si stava spingendo sempre più avanti. Chissà fin dove sarebbe arrivato se avesse potuto portare a termine i suoi dieci romanzi, chissà quanto ancora si poteva scendere o salire, per scovare del marcio.
Per citare Il Padrino parte III:

“Più in alto si sale, più il fetore aumenta”.

Per ognuno di queste istituzioni deviate, tuttavia, Larsson ha avuto l'abilità di creare sempre un polo positivo, evitando così di giudicare una categoria intera, ma puntando il dito contro i singoli traditori delle istituzioni.
Cominciamo dalla stampa, dato che abbiamo evidenziato le critiche al quarto potere già in Uomini che odiano le donne. Dopo aver rilevato le impronte di Lisbeth sull'arma del delitto la polizia accusa formalmente la ragazza, descrivendola pericolosa e folle in numerosi colloqui con i media. Quest'ultimi, invece di ricevere criticamente i comunicati dalle forze dell'ordine, finiscono per ripetere pedissequamente le illazioni ed addirittura peggiorano l'immagine della ragazza. Ecco il titolo che Paolo Roberto legge appena atterrato in Svezia:

SUPERPSICOPATICA RICERCATA PER TRIPLICE OMICIDIO [II; p. 420]

L'aggettivo iniziale totalmente gratuito ed esagerato fa il palio con molti quotidiani della nostra Italia, inclini a gettare in prima pagina un titolone ad effetto contando sulla pigrizia dei lettori, raramente propensi ad andare a fondo nell'articolo.
Anche Mimmi diventa una vittima di tale campagna mediatica, sia per la sua frequentazione con Lisbeth, ma soprattutto per le sue attitudini sessuali grazie alle quali diventa un facile bersaglio per la morbosità popolare:

LA POLIZIA INDAGA SU UNA BANDA DI SATANISTE LESBICHE
Nel 1996 il gruppo esaltava la Chiesa […] L'amica di Lisbeth Salander scrive di sesso lesbico. La trentunenne è molto conosciuta nei locali del centro di Stoccolma. Non ha fatto nessun mistero della sua abitudine di rimorchiare donne e di dominare le sue partner.[II; p. 430]

Tra le forze che operano contro Lisbeth ci sono alcuni che decidono di contattare direttamente i giornalisti pronti a svendere la loro integrità, non limitandosi a condizionare il circuito mediatico. Tony Scala è il cronista incaricato di calcare la mano sulla ragazza ed anche Erika dovrà faticare parecchio per frenare le illazioni all'interno della sua nuova redazione.
Il ruolo positivo del giornalismo è rappresentato da Millennium: ovviamente c'è Mikael, ma, come abbiamo detto, anche Erika fa del suo meglio e tutti i collaboratori accettano di rivoluzionare il proprio lavoro, sacrificando tempo ed energie, per salvare la ragazza, arrivando anche a mettere a rischio la propria vita. D'altronde il caso era iniziato proprio così, con un giornalista e la sua fidanzata uccisi perché stavano scavando troppo. Anche noi in Italia abbiamo una discreta lista di giornalisti uccisi perché non accettavano di piegarsi, o perché andati troppo a fondo, dove legalità ed illegalità si mescolano ed il potere trama, (Pasolini, Siani, Cristina, De Mauro, Spampinato, Francese, Fava, Impastato, Alpi, Hrovatin, Palmisano, Baldoni). Insomma, questi nomi, che vi pregherei di approfondire, si sono comportati da “giornalisti-giornalisti” per citare il film Fortapche

Anche la polizia non viene descritta totalmente buona o totalmente cattiva, ma al suo interno si crea una spaccatura e si intuisce una critica di fondo alla concessione di ampi poteri per coloro che devono sì mantenere l'ordine, ma non per questo è necessario che scavalchino i nostri diritti. C'è chi pratica soprusi per una devianza innata, come avviene per l'irascibile ispettore Faste, schierato fin da subito contro Lisbeth. L’uomo manifesta tutta la sua misoginia anche nei confronti della collega Sonia, ma la profonda crudeltà viene fuori nell'interrogatorio di Mimmi, da cui l'ispettore è segretamente attratto, ed infatti non riesce ad esprimere se non  rabbia o frustrazione per una donna che non ama stare con gli uomini e gli tiene anche testa, declassando la sua virilità. Ecco come l'autore ci riporta in maniera indiretta i suoi pensieri:

Hans Faste aveva assistito all'interrogatorio con un senso crescente di irritazione, ma era riuscito a tenere la bocca chiusa. Pensava che Bublanski fosse veramente troppo morbido con la “cinese” […] Era palese che Faste si sentiva provocato da una donna bella, intelligente e lesbica dichiarata. [II; pp. 426,433]

Altri tutori dell'ordine, invece, peccano per stupidità più che per cattiveria, come il procuratore Ekstrom, fedele soltanto alla sua carriera e per questo descritto gongolante, con toni vagamente comici, durante la prima conferenza stampa:

Si sentiva come a casa, sistemò gli occhiali e mise su un cipiglio serioso molto consono alla situazione. Lasciò che i fotografi scattassero a raffica per un momento […] constatò soddisfatto che le troupe di tutti e tre i telegiornali più importanti erano presenti […] (II; pp. 346-347).

Anche il commissario Paulsson di Uppsala appartiene all'ordine di quelli più inceppati che crudeli, infatti arresterà Mikael mentre costui tentava di consegnargli l'arma con cui aveva immobilizzato il gigante biondo. Negli stessi momenti il commissario, non curante degli avvertimenti del giornalista, manda solo due suoi agenti contro l’energumeno dalla forza spaventosa, condannandoli praticamente a morte.
Il polo positivo delle forze dell'ordine è incarnato dagli altri componenti della squadra d’indagine: Bublanski, Modig, Holmberg e Svensson, non sono buoni perché dotati di particolare pietà o dolcezza, ma semplicemente perché fanno il loro lavoro e dunque non esitano ad indagare su Lisbeth quando sembra essere colpevole, ma non avranno barriere ideologiche o remore eccessive una volta che Mikael li convincerà del contrario; alla fine si occuperanno di salvare lo stesso giornalista dall'assassinio e arresteranno Teleborian, svolgendo integerrimi il loro lavoro.
Proprio lo psichiatra ci permette di introdurre la terza critica dell'autore nei confronti delle alte sfere e dei loro poteri. Larsson mette in discussione il diritto della società di giudicare una persona in base ai suoi comportamenti privati. Questa stortura è vagliata in modo sottile, ma al contempo con profonda abilità.
L'analisi della questione attraversa in pratica tutta la trilogia: con che diritto uno Stato può decidere se “interdire” o meno una persona? Il giudizio psicanalitico è oggettivo e sicuro? E qui non stiamo parlando di folli pluriomicidi o di persone che hanno attentato alla sicurezza nazionale. Nel racconto Lisbeth viene ricoverata subendo una punizione, oltre che per evitare che porti all'esterno la verità su Zala. Il suo quadro psicanalitico è falsato volontariamente, si fa di tutto per rovinare l'adolescenza di una bambina in nome di chissà quale bene superiore. Ma non si può non ammettere che la ragazza soffra davvero di disturbi ed “incapacità” sociali. Tutto ciò merita di essere giudicato da un tribunale? Chi ci obbliga a vivere “felici e contenti” se non lo vogliamo? Isolarsi vuol dire essere pericolosi? Cosa vuol dire non essere normale? Chi lo è? Larsson tratta il tema con un'iperbole, crea una storia in cui una giovane viene condannata sulla base dei suoi silenzi, senza che ella abbia mostrato apertamente nessuna devianza particolare e senza che abbia mai fatto del male per “pazzia”. Da piccola semplicemente reagiva ai soprusi dei bulli, da grande ha pestato un molestatore in metropolitana, le sue scelte sessuali non possono essere considerate come segni di devianza (e su questo punto, purtroppo, non tutti sono d'accordo anche nella realtà), la sua decisione di vivere isolata dal mondo non deve spingere la società ad attaccarla. Come se fosse obbligatorio per noi comportarci tutti allo stesso modo, come se tutti dovessimo accettare le banalità del mondo con il sorriso sulle labbra, senza permetterci di criticare il conformismo.

Nei cinque anni in cui aveva frequentato le Evil Fingers, le ragazze erano cambiate, Il colore del capelli era diventato più normale e i vestiti venivano sempre più spesso dai grandi magazzini H&M che non dai negozi di abiti usati. Studiavano o lavoravano e una di loro era diventata mamma. Lisbeth aveva la sensazione di essere l'unica che non fosse cambiata di una virgola, il che si poteva anche interpretare come una constatazione che non aveva fatto nessun progresso. (I, p. 287)

I presunti valori, difesi così strenuamente dai conservatori di ieri e oggi, non sono altro che maschere con le quali nascondere la vertigine umana dinnanzi alla consapevolezza della propria piccolezza, della mancanza di una verità, del relativismo che impregna la realtà. Anche Teleborian, il rappresentante ed il giudice della “normalità”, è un represso: sfrutta la sua posizione per molestare minori in difficoltà, mentre fuori ostenta perbenismo e moralità. Quanti dei nostri integerrimi rappresentanti della virtù sono schiavi di simili orrori nel loro privato? Lisbeth è costretta alla prigionia per una trama da giallo, ma sotto c'è anche una profonda motivazione sociale, come se tutti noi “normali” non potessimo accettare di guardare negli occhi chi mette in discussione le nostre sicurezze soltanto con il suo modo di vestirsi, con un piercing o con un tatuaggio.
A Teleborian si contrappongono eroi positivi: Plague e tutti i membri della città degli hacker, probabilmente altri “deviati” come Lisbeth. Ma anche persone rispettabili come il dottor Jonasson, che si lascia convincere da Mikael ad infrangere le regole per aiutare una ragazza che ha sofferto troppo e nega a Teleborian la possibilità di interrogarla prima del processo. Jonasson è un eroe non solo perché fa il suo lavoro al meglio ed rispettando tutte le regole, ma anche perché sa quando infrangerle, quando è giusto andare oltre, capisce che il diritto della persona viene prima di quello del cittadino. L'altro eroe è Palmgren, deciso a difendere la giovane non per qualche tornaconto, ma soltanto perché non ritiene giusto ciò che lei ha subito; da avvocato serve la giustizia e si prende cura di lei anche oltre il proprio dovere.
Ed eccoci arrivati all'ultimo punto della nostra analisi. Nel primo libro abbiamo notato come Larsson si sia preso cura di evidenziare le storture dell'economia, denunciare la violenza sulle donne, affondare lo sguardo critico nelle radici sociali e storiche del male. Nel secondo e terzo libro cosa resta da criticare dopo la stampa che non sorveglia, la polizia che non indaga, gli esperti che ci condannano? Resta il potere supremo che dovrebbe occuparsi di tutti noi: lo Stato. L'istituzione democratica è demolita prendendo di mira il suo settore più occulto e nascosto, spesso sfuggente agli stessi governanti, esterno ai tre poteri, invisibile ai cittadini: i servizi segreti. Ideati per la difesa della libertà hanno scelto di deviare dal cammino e si sono ingarbugliati su loro stessi, confondendo la missione di tutela con l'ossessione per il nemico, soprattutto quello interno. Scovare traditori, doppiogiochisti, spie delle spie, in un crescendo di follia che di certo è alla base delle più grandi tragedie “senza colpevoli” anche nella nostra Italia.
Ma restiamo al romanzo. Larsson ci descrive la Sezione come una istituzione nata già con la fissa per il nemico. Il suo ideatore la definì “l'ultima difesa” (III, p. 132). La sindrome da accerchiamento fa si che la squadra selezionata si isoli a tal punto da essere consapevolmente dimenticata per poter indagare su tutto e tutti:

A quarant'anni Gullberg si trovò di conseguenza in una situazione nella quale non doveva rendere conto ad anima viva e poteva fare indagini su chiunque. (III, 134).

La Sezione opererà per anni senza informare membri del governo o del parlamento, perché tutti erano potenziali sospettati. I membri del servizio super segreto si asserragliano in una vita di chiusura e diffidenza, pronti a controllare chiunque appaia troppo “strano”. Lo stesso Palme (primo ministro svedese realmente assassinato) viene indagato perché sospettato di essere al soldo dei comunisti. Gullberg è come Giovanni Drogo ne Il deserto dei Tartari, dedito ad un lavoro che infiacchisce la mente nell'eterna attesa di un nemico. Ed è affascinante notare la comune “felicità” che i due personaggi letterari provano nella loro morte. Gullberg certo di servire la patria con un ultimo gesto eroico, Drogo si spegne convinto di aver compreso il segreto della vita: non temere la morte, ma andare avanti con la propria missione fino alla fine, anche se non si conosce il nemico. Ma ecco lì spuntare la devianza: Drogo, in fondo, non ha nessuna missione così come Gullberg (e gli altri “sezionisti”) si trovano paradossalmente ad agire contro la loro funzione. Invece di difendere il paese dalle spie straniere finiscono per difendere una spia russa distruggendo la vita di una innocente ragazza. Continueranno in questa ossessione come i soldati giapponesi che rimasero asserragliati per anni in isolotti del Pacifico, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in attesa dell'invasione americana.
Per fortuna non ci sono solo elementi come Gullberg e soci all'interno dei servizi segreti. Monica Figueroa ed il suo capo lottano per difendere la Costituzione, lo stato ed i diritti calpestati dai loro colleghi. Prenderanno contatti col potere politico e accetteranno patti con un giornalista pur di arrivare alla soluzione di questa malattia del sistema. L’azione di persone così oneste spesso è minacciata da più parti, talvolta anche da coloro che credono amici. Ecco un pensiero di Mikael:

Il suo pensiero andò ai funzionari di stato italiani che negli anni settanta e ottanta erano costretti a condurre le indagini antimafia quasi clandestinamente. [III; p 686]


 Certo, nella realtà non so come sarebbero andate le cose: magari li avrebbero accusati per le procedure, giudicati per le intenzioni più che per i risultati, ed un bel colpo di spugna avrebbe risolto tutti i problemi, ma qui siamo nel mondo della letteratura, almeno questo finale ci lascia la speranza e ci permette di credere ancora in qualcosa.

lunedì 3 novembre 2014

PROEMIO ODISSEA



     
Musa, quell’uom di moltiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
Gittate d’Iliòn le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
5L’indol conobbe; che sovr’esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni,
Mentre a guardar la cara vita intende,
E i suoi compagni a ricondur: ma indarno
Ricondur desiava i suoi compagni,
10Che delle colpe lor tutti periro.
Stolti! che osaro vïolare i sacri
Al Sole Iperïon candidi buoi
Con empio dente, ed irritaro il Nume,
Che del ritorno il dì lor non addusse.
15Deh parte almen di sì ammirande cose
Narra anco a noi, di Giove figlia, e Diva.