giovedì 23 luglio 2015

TRAIN DE VIE

Train de vie, Radu Mihăileanu, 1998

Come denunciare tutti gli estremismi possibili in un solo film: accuse dirette all’ideologia nazista e comunista, critica agli eccessi della religione (in questo caso Giudaica, ma è il simbolo di qualsiasi credo professato con eccessività), biasimo delle follie a cui ogni uomo, in momenti di crisi e non, si lascia andare.

Un treno per la vita.
I tedeschi sono alle porte di un piccolo villaggio ebraico situato nell’Europa orientale. 
Cosa fare?
 La soluzione la trova Shlomo,  il matto del villaggio, dotato di una capacità onirico-analitica più profonda degli altri uomini (può sembrare un tema banale, ma il finale uscirà dagli schemi). La prima parte del film è dedicata al complesso lavoro necessario per ottenere un treno, ma subito si evidenzia l’avidità del cancelliere, il quale limita le spese della comunità come se non sapesse che c’è in gioco la vita. 
Delirio di onnipotenza che attanaglierà anche i “finti-nazisti”, entrati così tanto nella loro parte da sentirsi autorizzati a tutto, al punto che gli stessi amici ebrei non vorranno fraternizzare con loro (la maschera è più reale della persona che la indossa, la stupidità è di chi si ferma alle apparenze).

Durante il viaggio si acuiscono le isterie causate dall’isolamento, il tutto mostrato in maniera un attimo più profonda rispetto al Grande Fratello, magari proiettare il film in tv o nelle scuole non nuocerebbe.  Mentre i “finti-nazisti” si crogiolano nei loro vagoni di lusso, altri ebre dividono i vagoni in Soviet, mettendo in crisi la copertura per sfuggire ad una prigionia che in realtà non esiste, e senza risparmiarsi le epurazioni di partito dovute a motivi personali. La giovane Esther, infatti, sarà contesa da tutti i membri della sua comunità e non solo, provocando lotte intestine a non finire.
Il film alterna momenti comici, drammatici, lirici, ma anche esistenziali. In uno splendido monologo il “matto” riflette sulla genesi di Dio, sulla possibilità che sia stato l’uomo a creare la divinità; allargando i dubbi all'origine della stessa esistenza, viene ipotizzata la possibilità che anche il genere umano non sia altro che una invenzione (in parte il finale viene anticipato qui).
Lo stratagemma verrà presto messo alla prova: durante una fuga dei “comunisti”, un ebreo viene catturato dai veri tedeschi. Per riportarlo nel treno il capo delle finte SS, Mordechai il falegname, entra nella caserma dove è custodito il prigioniero e riesce a tiralo fuori, inscenando una ramanzina al comandante nazista. Salvi per poco, sempre sul filo tra paura ed ironia.

Al confine con la Russia tutto sembra precipitare. Dei nazisti sbarrano la strada, Mordechai è sul punto di essere scoperto, ma in realtà il posto di blocco è una ulteriore commedia messa in atto da una comunità di zingari
Esther trova l’amore con un uomo del nuovo gruppo, e Shlomo le confessa tardivamente il suo, attanagliato dalla tristezza di chi ha perso la propria occasione.
Il film si potrebbe chiudere così, tra un sorriso ed una lacrima delicata.
La voce di Shlomo ci rassicura sulla riuscita del viaggio: c’è chi è andato in Palestina, chi in India, chi in America, tutti salvi, insomma, in un rassicurante happy end.

Noi spettatori ci sentiamo soddisfatti, a questo punto, da quello che tutto sommato è un buon film. Forse lo potremmo considerare un po’ banale per come è terminato, ma in fondo ci ha divertito e fatto pensare, senza metterci dinnanzi il male assoluto da cui è stato ispirato.

Niente da fare, non è finita qui, d’improvviso prende corpo uno dei finali più emotivamente stravolgenti di sempre.

La telecamera inquadra il viso del “matto” durante il monologo finale, ma lentamente la ripresa si allarga. Ciò che vediamo gela il sangue: Sholomo indossa il tipico abito degli internati nei campi di concentramento e il filo spinato che gli sfiora il viso conferma che è prigioniero di chissà quale lager.

«Ecco la vera storia del mio shtetl. Beh... quasi vera», ecco le ultime parole di un sognatore che ha immaginato una fuga dalla realtà, dal nazismo, dalla crudeltà dell’uomo. I sogni di solito guidano gli esseri umani all’inizio della propria vita; quando prendono il sopravvento alla fine dell’esistenza c’è qualcosa che non va. In questo caso tutto il mondo gira nel verso sbagliato, dominato da una barbarie assoluta che ancora oggi sconvolge soltanto se la si prova ad immaginare.   
Un pugno colpisce gli spettatori, consapevoli di essere stati “ingannati” e scaraventati giù dal loro buonumore.
Come trasformare un ottimo film in un capolavoro nello spazio di dieci secondi.
Terzo film di Radu Mihăileanu , figlio di un ex internato nei campi di concentramento. Nel 2009 ha girato “Il concerto”, altro capolavoro che analizza da una prospettiva particolare un diverso episodio della storia travagliata del popolo ebraico.

Train de vie si avvale delle magnifiche musiche di Goran Bregovic: stupenda la scena della fuga sul treno, tutta la pellicola perderebbe di spessore se la sua musica non l’accompagnasse con la magnifica abilità del maestro balcanico.

Premi in Brasile, Germania, Usa, Italia (David di Donatello).

Moni Ovadia ha curato i dialoghi italiani. 

p.s. Ho letto diversi interventi in cui Benigni veniva messo sotto accusa in relazione a questa pellicola: il regista franco-rumeno avrebbe inviato il copione a quello toscano per convincerlo ad interpretare la parte del pazzo; secondo una teoria non pienamente provata, Benigni avrebbe copiato la pellicola di Radu dopo aver rifiutato la parte, realizzando così La vita è bella.
Inoltre, ci sarebbe stato un capillare lavoro, da parte del regista italiano, per promuovere il proprio film ed arrivare all’Oscar proprio in concorrenza con Train de vie

La prima accusa è abbastanza assurda, i film sono diversissimi; può essere stata presa l'idea di affrontare la tragedia dell’olocausto da un versante tragicomico, ma il restante 99,99 % è incomparabile. Sono quasi certo che la maggior parte degli accusatori di Benigni non abbiamo mai visto il film di Mihăileanu, altrimenti non si spiegherebbe questa storia decisamente infondata.

Per quanto riguarda la seconda critica, se riferita all’Italia, non è una novità che le pellicole nostrane hanno una maggiore diffusione (in che paese avviene il contrario?) rispetto a quelle “estere-non americane”. Che poi questo abbia influito sugli Oscar è tutto da dimostrare, ma la concorrenza tra i candidati credo sia ancora lecita.


venerdì 17 luglio 2015

I 10 FINTI LETTORI

Si nascondono ovunque, nei parchi, in giro per le città, su tutti i mezzi di trasporto, nella contorta giungla di internet. Vogliono renderci come loro, lettori a parole più che nei fatti, conoscitori un po' di tutto e quindi di niente, amanti più dell'idea di sembrare acculturati che della stessa cultura.
La società veloce ed approssimativa nella quale viviamo li protegge, giustifica la loro ignoranza ed il loro amore per l'apparenza.
La politica ci vorrebbe tutti così: superficiali, poco appassionati, finti.
Vivono attorno a noi, ma anche nel nostro animo. Ed infatti per sconfiggerli non dobbiamo soltanto imparare a riconoscerli, ma anche comprendere che noi stessi potenzialmente potremmo diventare come loro.
Per salvarci da questa fine dobbiamo leggere molto, approfondire tutto, interrogarci sempre, dubitare spesso.

I 10 finti lettori:


1) IL CITAZIONISTA  Lo si riconosce dal suo citare una frase ed una sola per ogni autore. Condivide sulla sua bacheca aforismi talvolta celebri, talora sconosciuti, tuttavia non li prende quasi mai da un testo reale, ma da siti vari, anche poco attendibili. E' colui il quale, quando nomini, Dante se ne esce con "Ah si, Tanto gentile e tanto onesta pare", o che mentre si parla del Gattopardo si infiamma con " Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" (attribuendola di solito al Principe e non a Tancredi). Lo si combatte in due modi: facendogli una domanda più approfondita sull'autore o chiedendogli la parte precisa del testo da cui ha tratto la citazione.

2) IL MANIACO DEL PARCO Si aggira circospetto per i parchi ed i luoghi verdi delle nostre città, alla ricerca di donzelle sole, intente a leggere un libro. Si avvicina a loro con destrezza, sbircia la copertina, quindi cerca sul proprio smartphone il maggior numero di informazioni possibili sull'opera, tentando poi un goffo approccio "culturale". Un tempo il soggetto si recava nei parchi, magari in compagni di amici, per fare jogging ed insidiare così le fanciulle sportive, tuttavia la mollezza fisica lo ha sconfitto, spingendolo a cambiare tattica.  Lo si combatte spostando l'argomento su altre opere dello stesso autore, oppure con lo spray al peperoncino. p.s. può essere anche una donna, si intende.

3) L'UOMO DEL TRENO Simile al maniaco del parco, ma più furbo. E' possibile scovarlo nei treni o in altri mezzi di trasporto a media-lunga percorrenza, intento a leggere un bel libro (best seller o anche un classico di prestigio), nell'attesa che qualche fanciulla amante delle humanae litterae  gli rivolga la parola, magari dopo aver scorto la copertina che il reo farà in modo da sbandierare. Lo si distingue da un vero lettore dal fatto che spesso si guarda attorno e non gira una pagina per decine di minuti, magari perché sta meditando di cambiare vagone alla prossima fermata. Lo si combatte ignorandolo, oppure citando la parte iniziale del libro che di solito l'uomo ignorerà. Anche qui vale il post scriptum precedente.

4) IL FILMOMANE Sembra conoscere bene un gran numero di opere, al punto che lo si potrebbe considerare anche un vero lettore. Stranamente, però, è esperto soltanto di quei libri che sono stati successivamente adattati per il cinema. Non conosce bene la fine di Saruman, incespica su alcuni particolari del caro Harry, ha cominciato a parlare dei Miserabili soltanto dall'inizio del 2013. Lo si smaschera con riferimenti più puntuali sullo stile dell'opera, ma talvolta è lui stesso a compromettersi; ad esempio quando sostiene che Sherlock Holmes pratichi le arti marziali e non la box, oppure quando confonde le caratteristiche fisiche di Watson [in realtà alto, grasso e zoppo]. Il massimo sarebbe sentirgli narrare passaggi dei Promessi sposi estratti dal Trio Marchesini.

5) IL SILENTE Nelle discussioni letterarie resta in disparte, magari fingendo di essere distratto dal cellulare. Nonostante ciò non si sente sereno nel far passare l'idea che lui quel determinato libro non lo abbia proprio letto, per cui interviene alla fine di qualche commento dicendo "Eh, si, la penso come te", oppure arrischiando qualcosa del tipo "Ah, io adoro questo libro". La maggior parte del tempo, comunque, la passa nel silenzio, consapevole che esporsi troppo potrebbe compromettere la sua credibilità. In fin dei conti non vale la pena smascherarlo, certo non si capisce perché ci si debba far passare per quel che non si è.

6) IL BESTSELLERIANO I classici per lui sono inutili, quasi dannosi, ed infatti afferma con fierezza di leggere solo i libri più attuali. Il problema è che i primi in effetti non li capisce, però nemmeno con i secondi si sforza più di tanto. Prendendo spunto un po' dal filmomane ed un po' dal maniaco del parco, se la cava con notizie estrapolate da tutte le fonti, tranne che dai libri. In effetti vive con l'ansia costante di essere sempre fuori dal giro, di non poter partecipare alle discussioni più alla moda su internet o nella vita reale, per cui fa di tutto per sembrare un lettore di bestseller. Lo si metta a riposo con una domanda sul penultimo libro da lui citato; infatti, mentre sparla dell'ultimo, di solito ha rimosso i precedenti.

7) IL CLASSICISTA Agli antipodi del precedente, prova ribrezzo per tutto ciò che sia stato scritto da autori viventi o morti dopo il '90. A scuola era solito imparare benissimo la parte teorica e critica sugli autori, senza mai leggere nemmeno un rigo dalle opere in antologia. Si mostra snob con gli appassionati di bestseller ed è sempre pronto a riprendere chi si sofferma sulla Divina commedia se costui non ha citato l'Epistola a Cangrande; allo stesso modo conosce a menadito le differenze tra il Fermo e Lucia ed i Promessi sposi, nell'ordine preciso in cui le riassume il suo manuale di riferimento. Per umiliarlo basta far riferimento a dei luoghi comuni sulla letteratura, come ad esempio le volte in cui Sherlock Holmes ha detto "elementare Watson" (praticamente non ha mai usato questa espressione, accennata solo due volte in un unico romanzo), oppure spiegargli che nella Bibbia non si fa riferimento alla "mela", ma ad un "albero della conoscenza del bene e del male", nonostante lui sia convinto del contrario.

8) IL WIKIPEDIANO Questo falso lettore riesce a sopravvivere soprattutto su internet, commentando post di letteratura dopo aver preso qualche informazione da wikipedia (o simili). Riesce così ad apparire come un conoscitore sopraffino, descrivendo opere di generi diversi con una facilità unica, arrivando anche a citare passaggi fondamentali tramite wikiquote. Lo si riconosce dalla tempistica, infatti ci mette sempre qualche minuto in più degli altri per partorire qualcosa di intelligente.

9) IL FACEBOOKIANO E' simile ad altre figure precedentemente descritte, tuttavia punta decisamente di più sull'apparenza. Condivide una marea di link con citazioni, copertine dei libri, caricature di autori ecc.ecc. Tra le proprie informazioni ha incluso un milione di libri preferiti (oltre ad altrettanti film ed artisti musicali) e passa il tempo iscrivendosi a pagine che trattano di libri, cultura e simili. La nostra pagina Fb, in effetti, attira molti elementi simili, prontissimi a condividere immagini o citazioni, ma pressoché assenti quando mettiamo dei post in cui un libro è analizzato più nel dettaglio. Per smascherarlo basta pochissimo, alla prima domanda approfondita vi bannerà seduta stante.

10) IL MEMORIALISTA Le opere le ha lette tutte, a suo dire, praticamente non ne ha mancata una. Tuttavia non ricorda quasi mai bene i particolari o almeno i passaggi fondamentali di un testo. Riesce sempre a salvarsi con scuse del tipo "L'ho letto a scuola, ora lo ricordo così così", "L'anno scorso l'ho letto con altri cento libri e ora mi sfugge un attimo". Per stanarlo basta chiedergli quale sia il libro più recente terminato, costringendolo così a non servirsi della scusa "memorialista".



giovedì 16 luglio 2015

Cent'anni di solitudine (Gabriel García Márquez) - Incipit e explicit

Incipit 

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.


[Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine, traduzione di Enrico Cicogna, Mondadori, 1982.]


Explicit

Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

lunedì 6 luglio 2015

SAPERI E SAPORI: I BOOK BAR

Nell'Europa del periodo illuminista si chiamavano caffè letterari, salotti di discussione e dibattito aperti ad un pubblico più vasto rispetto a quelli raffinati dei nobili, giunti presto anche nella penisola italiana. Non a caso la rivista fondata e diretta da Pietro Verri dal 1764 al 1766 prenderà proprio il nome "Il Caffè", rappresentando un modello per gli intellettuali dei decenni successivi. In Italia i caffè letterari più famosi furono il Pedrocchi di Padova, le Giubbe Rosse di Firenze, l'Aragno di Roma e così via.
Negli ultimi anni questo connubio di letteratura e gustose bevande ha ripreso piede prima negli Usa, con il noto Library Cafe di New York, e successivamente in Europa, giungendo infine qui da noi nella cara Italia.
Ovviamente, rispetto al '700, i caffè letterari sono cambiati, evolvendosi sia nell'aspetto gastronomico che in quello culturale.
Per quanto riguarda il primo, non è difficile incontrare locali che servono anche prodotti tipici del posto, non solo dolci, tentando così di rilanciare le economie di zona e valorizzando i piatti italiani famosi in tutto il mondo, senza dimenticare i vini.
Per quanto concerne l'aspetto letterario ormai si è consolidata l'usanza, da parte degli autori, di presentare le proprie opere in questi posti, non limitandosi quindi alle sole librerie. Nei caffè letterari di oggi è possibile anche scambiare libri o comprarne di usati, occasioni da non perdere in tempi di crisi per chi non accetta di rinunciare alle cultura.
Certo, una piccola differenza tra book bar e caffè letterari a noi pare piuttosto evidente, e ci perdonerete se rimpiangiamo un po' malinconicamente i vecchi tempi. In questi nuovi locali non è raro scorgere lettori soli, seduti al tavolino con un libro o un ebook, magari decisamente restii all'incontro ed al dialogo; prendendo spunto dall'individualista società americana, dunque, si sta perdendo il piacere della condivisione e del dibattito, "tradendo" il modello degli antichi caffè.

Per scoprire quali sono i caffè letterari più vicini a voi ecco una serie di utili articoli:

Numero 1

Numero 2

Numero 3