mercoledì 30 settembre 2015

IL CINEMA ITALIANO E' IN CRISI? SI, LO DICONO I NUMERI


Qualcuno si ostina a dire che il cinema italiano non è peggiorato negli ultimi anni.
Ce ne vuole di coraggio per sostenere un'affermazione simile, oltre che una certa manica larga nei giudizi.

Pellicole di comici piuttosto tragiche, cinepanettoni decuplicati, solite storie basate su drammi familiari avvincenti come un funerale; insomma, un campionario piuttosto triste ed indifendibile, che di certo non è in crisi per quanto riguarda i biglietti venduti, ma solo perché gli italiani ormai vanno al cinema per passare il tempo, spesso scegliendo un film all'ultimo momento o sull'onda di ciò che è più di moda.

Queste, direte voi, sono considerazioni personali; ci può stare l'obiezione, certo. 
Allora dedichiamoci ai freddi numeri, prendendo come parametro gli Oscar.
Si guardi questa statistica: dal ’48 al ’92, nella categoria "Oscar per il miglior film straniero", i film italiani sono stati candidati 27 volte, vincendo in 12 occasioni. 

Dal ’93 ad oggi, invece, i film italiani sono stati candidati 5 volte, vincendo solo 2 premi. 
I registi italiani più premiati sono De Sica e Fellini (4 statuette a testa), mentre uno degli autori candidato più volte (sebbene non abbia mai vinto) è stato Monicelli, con 6 nomination; insomma, non proprio storie degli ultimi anni. 
In conclusione, per trovare dei riconoscimenti oggettivi, dobbiamo concentrare la nostra attenzione ad un periodo che va dalla fine degli anni '40 fino al '99, anno in cui fu premiato La vita è bella
Dopo, ben poco.
No, no, è solo un’impressione quella del peggioramento. Certo.

venerdì 25 settembre 2015

AMERICAN BEAUTY


I Burnham sono la tipica famiglia media dei giorni nostri: marito con lavoro sicuro e noioso, ma abbastanza redditizio; moglie emancipata e decisamente isterica, con una professione che le lascia il tempo di coltivare un hobby (o una relazione extraconiugale); Jane, la figlia che si sente (già!) esclusa dalla società, dalla famiglia, dalla normalità, nella quale tenta di rientrare attraverso l’amicizia con Angela, tipica biondina finta-svampita e molto “disponibile”.
Tutto molto, troppo banale: cena con musica di sottofondo, le due donne di casa perennemente irritate dal banale maschio poco dominante (sono passati gli anni ’60 con le famiglie aggrappate alle spalle del pater , con tanto di cerimonia di benvenuto al suo rientro in casa), incomunicabilità alle stelle, ipocrisia da morire.
Tutto riassumibile in una battuta di Lester: “Guardatemi, mi faccio una sega sotto la doccia. Questo sarà il culmine della mia giornata”.
In casi del genere all’interno di una persona maturano una serie di stati d’animo che possono sfociare in qualsiasi modo e di conseguenza il film poteva prendere diverse pieghe: strage di famiglia, lussuria e adulterio, crisi e rigenerazione.
Il regista sceglie  una strada nuova, all’interno della quale Lester ci introdurrà dopo due incontri.
Il primo con Angela, oltreumana di nome è di fatto, ma solo nella mente dell’uomo; i sogni con le rose rosse, le chiamate solo per sentire la voce, i sogni proibiti…tutto ciò sarebbe tipico di un adolescente alla sua prima cotta, ma è proprio questo che gli sta accadendo. Sta regredendo (direbbe uno psicologo) verso l’età dei sogni, dei desideri, delle follie. Praticamente sta progredendo (preferiamo dire noi). Una cammino all’indietro tortuosamente dolce che altro non è se non una rincorsa finalizzata al salto in un’altra dimensione: finalmente fuori dalle sabbie mobili in cui è invischiato da troppi anni. 
Il secondo incontro è quello con il nuovo vicino di casa, Ricky, ragazzo soffocato dal padre colonnello dei marines che ignora la differenza tra casa e caserma; la madre giovane, invece, si trascina spenta e apatica, quasi un vegetale. Ricky spaccia droga per poter acquistare videocamere e alte attrezzature simili con le quali riprende il mondo e tutto ciò che possa accendere la sua immaginazione: scene di malattia, di vita, di nudi, di natura morta.
Lester va avanti così, acceso dall’adrenalina per Angela e dal THC di Ricky.
Sua moglie è sconvolta da questi cambiamenti di personalità; cercherà di sentirsi altrettanto viva con una relazione extraconiugale, altrettanto fittizia come quella “legale”.
Il film è denso di piccole scene allegoriche e liriche. Lester e consorte stanno per far sesso dopo anni di letargia erotica, ma lei non può fare a meno di preoccuparsi del divano sul quale il marito sta per riversare la birra. Insomma, non si può mai essere sicuri che si è cambiati fin quando non lo si fa nelle piccole cose, fin quando non ci si libera dalla proprie manie.
 Altro che sconvolgimenti, altro che svolte. È sulle cose da nulla che bisogna sentirsi davvero “nuovi”, ma non è il caso della donna.
Poesia pura è la scena della “busta”. Ricky mostra a Jane  una delle sue riprese: una busta che vola in un paesaggio autunnale. È  una sequenza banale, banalissima, ma il giovane ci vede della poesia. Come Montale trovò la forza di comporre le liriche di Satura dalle cose più insignificanti, scavando nelle bassezze, così il ragazzo si accende di emozione dinnanzi ad una busta che vola, vola come se danzasse solo per lui. Dietro ogni cosa c’è una vita intera, un mondo intero, e noi siamo solo una piccola porzione di un bellissimo universo, così grande che se lo immaginiamo ci riempie il cuore fino a farlo scoppiare. Nessuna Arcadia, nessun Paradiso. La bellezza nel mondo è così tanta che anche in questa banalissima busta si può sentire il respiro di Dio, saltando l’inutile mediazione di qualsiasi chiesa. 
In questo film c’è l’esposizione e la demolizione dell’illusione tremenda in cui viviamo: la moglie di Lester si finge forte, ma piange da sola; il “Re degli immobili” con il quale intraprende una relazione è una maschera di sicurezza sotto cui non c’è nulla; Angela finge una spregiudicatezza sessuale che non le appartiene; il colonnello è una statua di bronzo, sia nel corpo che nella mente, ma più per difendersi dalle sue insicurezze che per affermare le certezze; sua moglie finge di essere morta per non pensare alla vita; la società è finta, apatica e fredda (il lavoro sicuro di Lester svanisce senza un motivo preciso e con l’ indifferenza glaciale di datori e colleghi).
Bisogna agire sfasciando le inibizione a cui siamo sottomessi: ricattare gli ex superiori, drogarsi e vantarsene, sollevare per ore e ore i pesi così da apparire più bello ad una ragazzina, lavorare in un fast-food oltre i quaranta anni, correre per strada insieme a due gay fregandosene delle occhiate dei vicini conservatori.

Il finale scorre lento, ma con una deriva inarrestabile e inattesa.
Jane progetta una fuga d’amore con Ricky dopo aver litigato con Angela. Quest’ultima non può accettare che la “banale” amica trovi una stabilità sentimentale a lei sconosciuta. Per rifarsi decide di concedersi a Lester, ormai sicuro di sé e pronto a infrangere l’ultima remora sociale. Il colonnello, nel frattempo, ha cacciato di casa Ricky ritenendolo omosessuale: si è convinto, sbagliando, che il figlio abbia una relazione con Lester, ma egli stesso (caduta infine l'ipocrita corazza reazionaria) tenterà di baciare il protagonista. La moglie di quest’ultimo pensa di ucciderlo, spinta da una cassetta-motivazionale che invita ad agire oltre ogni limite (nella società moderna fermarsi è morire, si rischia di pensare e capire).


Ecco una svolta inattesa: Angela è vergine, e lo confessa a Lester pochi secondi prima che lui finisca di spogliarla. L’uomo si ferma, rinuncia, la fa sentire protetta come una bambina che ha voluto provare una crescita troppo veloce.
Ormai Lester è riuscito a dare una svolta alla sua vita. All’inizio era stato spinto a cambiare da Angela, ma sarebbe stato banale se il film si fosse spinto fino alla “consumazione”. Tutta la rivoluzione antropocentrica di cui si è fatto portatore avrebbe perso di significato con un finale così volgare.
L’uomo è cambiato ed ora in lui si accende anche l’ultima fiaccola dell’anima.
Stringe una foto nella quale è ritratto abbracciato con moglie è figlia, forse sta pensando di separarsi e andare via, ma a me piace credere che il suo slancio energetico voglia dirigersi a un nuovo obiettivo: ricomporre l’armonia perduta, ritrovare la piacevole innocenza che caratterizza l’inizio di ogni cosa, in questo caso di una famiglia. Non lo sapremo mai.
Una pistola dietro la nuca.
Un colpo.
Sangue sul muro.
Il colonnello ha ucciso Lester. Forse perché il marines è l’unico personaggio a non essere riuscito a sfogare i suoi istinti, a sbloccare le sue frustrazioni.
Lo sparo fa sobbalzare Angela mentre si trucca in bagno, sorprende Ricky e Jane abbracciati in cameretta e presto sconvolgerà anche la vita delle loro madri.
Il finale potrebbe essere triste, ma la voce di Lester (che ci ha narrato tutto dall’aldilà) conclude con parole di vita:

“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu... lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie... e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete.”

Tante piccole cose, come la busta di Ricky, come la foglia di Forrest Gump. La vita è piena di bellezza e fascino: a partire dalla natura, continuando con le opere d’arte, fino alla cose più piccole, come una busta, fino all’uomo.
Tutto ciò il protagonista lo capisce ormai morente, e cerca di darci un briciolo di infinito, come Dante nell’ultimo canto della Commedia tentò di porgerci una goccia di memoria divina.
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Cinque premi Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura originale, attore protagonista (Kevin Spacey grandissimo come sempre, qui immenso come tre anni prima in Seven), fotografia (la colonna sonora c’è andata vicino, in totale otto nomination).
Tre Golden Globe.
Sei premi BAFTA.
Nastro d’argento e tanti altri riconoscimenti.

Alcuni dialoghi appaiono un po’ ridondanti e stucchevoli, in effetti il dizionario Morandini scrive: “malfatto doppiaggio italiano”.


 “American Beauty” è il nome di una rosa, ma il riferimento può essere esteso all’apparente splendore della vita negli USA o alla bellezza in generale da cui Lester è affascinato.

domenica 20 settembre 2015

Young Adult: successo in Italia per il nuovo genere figlio del tormentone Twilight



In America il genere dello Young Adult era di moda e conosciuto ben prima dell'arrivo di Twilight, ma proprio con la saga del vampiro luccicante che ha fatto impazzire -letteralmente- tutte le ragazzine del mondo sembra essersi consolidato come genere vero e proprio anche in Europa, ed in particolar modo in Italia. Infatti, gli scaffali delle nostre librerie sono sempre di più invasi da questi romanzi, spesso sulla stessa linea fantasy-urban fantasy di Twilight, destinati ad un pubblico di adolescenti tra i dodici e i diciotto anni. Vampiri, angeli e demoni di ogni sorta infestano le librerie tanto da essersi guadagnati un vero e proprio settore tutto loro. In realtà gli Young Adult non sono letti soltanto dagli adolescenti, ma anche dalle persone adulte (lo dimostra il fatto che, tempo addietro, le mamme amanti di Twilight crearono un sito dedicato interamente alle

appassionate della saga).
Ma cosa caratterizza un romanzo Young Adult?
La maggior parte degli Young Adult ritrae personaggi adolescenti che devono attirare l'attenzione del lettore, creando il processo di immedesimazione. Le tematiche sono quelle legate in primo luogo all'amore, ma anche ai problemi sociali e a quelli relazionali con i genitori; insomma, tutte tematiche collegate all'età giovanile (il problema, semmai, è quando sono lettori più adulti ad immedesimarsi in tali contesti). Spesso questo genere affonda nell'Urban fantasy dando origine a numerosi Paranormal romance proprio sulla scia di Twilight. 

giovedì 10 settembre 2015

I classici meno letti e più citati

Quante citazioni volano qua e là sugli stati di Facebook? Ma quanti utenti hanno letto sul serio i romanzi che citano? Secondo un'intervista del Time, metà degli intervistati ha ammesso di non aver letto i classici che si vanta di aver letto e l'altra metà di "imbrogliare" leggendo la trama su wikipedia o rifacendosi al film tratto dal romanzo.


  1. Il libro più citato e meno letto è 1984 di George Orwell. Il romanzo che vede la società controllata dall'occhio vigile del GRANDE FRATELLO, è citato ed elogiato come classico ma pochi lo hanno letto sul serio.
  2. Guerra e pace di Tolstoj.
  3. Al terzo posto Grandi speranze di Dickens.
  4. Il giovane Holden di Salinger.
  5. Passaggio in India di Forster
  6. Il signore egli Anelli di Tolkien
  7. Il buio oltre la siepe di Harper Lee
  8. Delitto e castigo di Dostoevskij
  9. Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen
  10.  Jane Eyre di Charlotte Brontë 
Sono più volte segnalati anche due classici per antonomasia: l'Odissea di Omero e La Bibbia

mercoledì 2 settembre 2015

FIGHT CLUB (film)


Dal romanzo di Palahniuk un buon film, decisamente sottovalutato dalla critica e spesso banalizzato dalle masse.
1999, Chuck Palahniuk, cinema, Film, E. Norton interpreta l’uomo moderno: alienato, stressato, psicologicamente debole. Siamo ad una fase che va oltre l’inettitudine e  l’esclusione della letteratura primo novecentesca. L’iperrealismo dei giorni nostri ci ha portato alla fase due, all’esplorazione di ciò che questi personaggi possono fare per reazione spropositata nei confronti di un mondo che non li accetta.
L’insonnia combattuta con serate nei circoli dei malati gravi o terminali, l’incapacità di rapportarsi con l’altro sesso, la perdita della casa, del nido,tutte queste cose portano alla scoperta (o conferma) che si è soli.
Non resta che chiedere aiuto allo  sconosciuto Tyler (B. Pitt) - incontrato su uno degli infiniti viaggi aerei per lavoro- trasferirsi nella sua baracca di periferia e  fondare un Club (prima cellula di molti altri) in cui sfogherà la propria repressione insieme a tutta la classe media che fa girare gli USA, con una violenza controllata da alcune semplici “regole”.
Tyler va oltre: crea un piccolo esercito personale con l’obiettivo di far crollare le strutture economiche (quindi le sovrastrutture reali) della società, per tornare ad uno “stato di natura” dove gli adepti del Club saranno gli unici umani addestrati a sopravvivere, grazie alla loro mentalità degna del famoso '“Homo homini lupus”.
In un’altra epoca il protagonista si sarebbe svegliato accorgendosi che è stato tutto un sogno: il finale invece non abbandona la sfera onirica, ma la proietta fuori da noi, nella realtà.
1999, Chuck Palahniuk, cinema, Film, Tyler è “soltanto” una proiezione mentale del protagonista. L'inconscio ha creato un alter ego infallibile con le donne, carismatico in gruppo, aggressivo nella vita. La battaglia finale, ovviamente, non ha nessuna speranza di vittoria. La nostra coscienza ci anticipa, ci precede, ci conosce in ogni azione o pensiero.
Nella scena finale si intravede il crollo dei grattacieli finanziari. 
Basta guardare agli eventi dei giorni nostri per capire come questa apocalisse sia tutt'altro che lontana, e chissà chi sopravviverà dopo...
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Ottimo E. Norton, energetico Pitt. Fincher, a mio giudizio, ha inanellato tre capolavori con Seven, The Game e Fight Club.
Poco successo al cinema, molto in Vhs, Dvd e “scaricamenti”.
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C’è chi accusa film e libro di esaltare la violenza: come se le tragedie greche non ci avessero trasmesso abbastanza chiaramente il concetto di catarsi. Come se una metafora letteraria dovesse fare i conti con le ipocrisie del “politicamente corretto”. Imparino a leggere i messaggi d'accusa contro la società che ha generato questa violenza, i cari critici disattenti. 

C’è chi accusa l'opera di banalizzare i temi trattati (violenza, nichilismo, male vs bene):  ovviamente se fossero stati approfonditi maggiormente si sarebbe rafforzata la schiera dei critici del primo punto.

C’è anche chi accusa il testo e la pellicola di non proporre nessun tema, ma solo una rappresentazione fisica della violenza: la lezione di Arancia meccanica, evidentemente, è stata ignorata.

C’è chi incolpa il regista e lo scrittore per la demenza di coloro che hanno voluto afferrare solo la superficie del messaggio, fondando dei veri Club ultraviolenti: chissà se hanno più bisogno di uno psicologo gli appartenenti a questi gruppi o i perbenisti col dito puntato dalla parte sbagliata.