martedì 1 marzo 2016

OSCAR 2016 – UNA PARTITA DAL FINALE (FIN TROPPO) SCONTATO


Nello sport esiste l’antico fenomeno della “compensazione”. Praticamente in tutti gli sport.
Nel calcio si manifesta, ad esempio, con un’espulsione combinata ad un giocatore che in fondo non merita tale punizione, ma che ha la sfortuna di aver commesso un fallo proprio dopo una simile sanzione subita ingiustamente subita dalla squadra avversa, errore così evidente che lo stesso arbitro tenta di risolvere il tutto compensando.
Nel basket accade lo stesso sempre a proposito dei falli; quando una serie di fischi incerti sono stati assegnati tutti a favore di una squadra, state pur sicuri che il direttore di gare deciderà di compensare a vantaggio dell’altra, magari chiudendo un occhio sulla difesa troppo decisa di quest’ultima, o assegnandole qualche libero gratuito. Negli sport dove il punteggio viene deciso da giudici (ginnastica, tuffi), poi, la compensazione può essere ancora più evidente, sfiorando addirittura il favoritismo quando una determinata formazione riceva decimali insperati per fattori che poco hanno a che fare con l’esercizio in sé e per sé. 

Cosa c’entra tutto questo con gli Oscar 2016?
Ci torneremo alla fine.

Per ora esaminiamo i premi assegnati dall’Academy.
Non c’è che dire, da un punto di vista meramente quantitativo è stato l’anno di Mad Max: Fury Road. Una caterva di premi “tecnici”, praticamente inattaccabili, hanno segnato il successo del team diretto da George Miller (con l’eccezione dei Migliori effetti speciali andati a Ex Machina, ma in questo caso davvero avevano del sorprendente e comunque la gara era decisamente incerta, vista la concorrenza di The Martian, Star Wars VII, The Revenant). Il Montaggio di Margaret Sixel è stato praticamente perfetto, soprattutto mettendo in conto le decine di telecamere, le 470 ore di riprese, i 2700 tagli, praticamente uno ogni due secondi. Ugualmente meritati risultano i riconoscimenti per il Sonoro ed il Miglior montaggio sonoro, parimenti complessi da attuare in una pellicola così rapsodica e volutamente stordente. La Scenografia di Colin Gibson, compresi i veicoli e gli strani attrezzi, tutti realmente funzionanti (per richiesta del regista), ha saputo offrire la giusta cornice a questo insieme di immagini e rumori. Jenny Beavan ha dovuto lavorare su Costumi figli della fantasia, più che di un dato periodo storico (come invece aveva fatto con Il discorso del Re, Gosford Park e nel 1987 per Camera con vista, quando vinse la prima statuetta), e l’impresa è ancora più ardua di quanto si possa immaginare, soprattutto perché bisogna “addobbare” personaggi nati dalla mente di qualcun altro; simile lavoro estenuante è toccato a coloro che si sono occupati di Trucco e Acconciatura, premiati con qualche sorpresa ai danni dei Makeuper di The Revenant. 
Parleremo tra poco di quest’ultima pellicola, ma soffermiamoci ancora un attimo su Mad Max. 6 Oscar sono tanti, non v’è dubbio. Come abbiamo spiegato sono anche meritati. Ma il film resterà nella storia del cinema? Dal punto di vista tecnico certamente sì, ma non stiamo parlando affatto di un capolavoro immortale; non a caso due premi “pesanti” (Miglior film e Miglior Regia) sono sfuggiti, giustamente. Si tratta, infatti, di un ottimo prodotto da cinema, creato apposta per essere gustato con casse potenti, uno schermo gigante e tanta adrenalina in corpo. Niente di più e niente di meno.

Passiamo ora a The Revenant. Tre Oscar non sono niente male, sebbene le candidature fossero ben 12. Sinceramente, non è una di quelle pellicole parsa capace di stregare, intendendo con questa parola, così come accennato prima, non un’infatuazione passeggera, ma perdurante nel tempo. La storia è abbastanza banale ed i colpi di scena pochini (almeno per chi ne ha visti di film e letti di libri), dunque non sorprende l’insuccesso nella Sceneggiatura. Per quando riguarda la Fotografia nulla da dire, gli spettatori sono stati completamente immersi nel gelo ed ammaliati da paesaggi naturali estremi, con gran merito di Emmanuel Lubezki, mica uno da poco; stiamo parlando del vincitore di tre Oscar consecutivi (Gravity e Birdman nei due anni precedenti), per tre pellicole completamente diverse tra loro per luci ed impatto visivo.    Iñárritu, ebbene, come giustamente ha affermato DiCaprio, sta facendo la storia del cinema recente (4 Oscar totali, 3 per Birdman; Regia, Miglior film e Sceneggiatura originale), ma già dai tempi della Trilogia sulla morte (ove spicca 21 grammi) fa parlare di sé.  Come Regia  anche quest’Oscar ci è sembrato meritatamente scontato: Il caso Spotlight ha un carattere troppo documentaristico, di Mad Max abbiamo segnalato i limiti già prima, mentre La grande scommessa e Room sembrano reggersi più sulle interpretazioni. Del terzo Oscar vinto da questo film ne parleremo alla fine, quando si capirà meglio la nostra premessa.


Soffermiamoci appunto su Il caso Spotlight. Appena uscito dalla sala, due giorni prima della premiazione e dopo aver visto praticamente tutti gli altri concorrenti, ho pensato subito “questo è il Miglior film”. Ovviamente non sono stato il solo. Complessivamente non poteva lasciar scampo agli avversari, ecco perché Sceneggiatura originale e Miglior film erano ormai da tempo già considerati suoi. Si è parlato anche della politicizzazione di tali premi. Non v’è dubbio che ci sia stata in passato, che ci sarà, e che magari riguardi anche il 2016; ma non è detto che sia un male. Ci sono film che vincono anche perché capaci di cogliere il giusto momento, pure, se non soprattutto, dal versante politico – ideologico dell’anno in cui escono. Rendiamoci conto che lo scandalo dei preti pedofili, partito da Boston ma estesosi a tutto il mondo, era in procinto di esplodere forse da decenni, ma solo con l’instancabile lavoro della redazione investigativa del Boston Globe si è riusciti a trasformare le voci in prove. Ed il merito del regista (Tom McCarthy) è stato proprio quello di mettere in primo piano la storia pura e schietta, ai danni della sua stessa persona e dell’interpretazione degli attori, giustamente chirurgica ed accademica come spetta ad un quasi documentario.
Nessuna sorpresa, dunque, come anticipato nel titolo. Ma siamo certi di aver spiegato che fino ad ora questa assenza di sobbalzi è stata un bene dal punto di vista del merito (come certamente qualche lettore pigro non avrà afferrato, fermandosi appunto all'intestazione di questo post). 

Nessuna sorpresa per il premio conferito a Brie Larson (Migliore attrice protagonista), il vero perno sul quale gira attorno Room. Qualche sussulto in più per Mark Rylance (Miglior attore non protagonista), in bilico fino all’ultimo con Hardy (The Revenant) e Bale (La grande scommessa). 

Niente da obiettare per la vittoria di Alicia Vikander (Miglior attrice non protagonista per The Danish Girl), effettivamente magnifica nell'accompagnare il suo marito nella finzione, tra momenti di gioia e sgomento, decisioni difficili e cadute, emozioni che sembravano procedere ad ondate, perfettamente modulate dagli attori, ma non solo; ecco, forse la pellicola che avrebbe dovuto essere presa in considerazione per più premi era proprio questa. 

Premio giusto altresì quello conferito a La grande scommessa (anch’esso accusato di “politicizzazione”) per la Miglior sceneggiatura non originale; storia più attuale rispetto a quella degli altri contendenti, ma decisiva per comprendere le basi della crisi tuttora in corso. 

Inside Out ha ricevuto il premio quale Miglior film d’animazione, praticamente già assegnato dal momento dell’uscita. Ed anche in questo caso non possiamo far altro che sottolineare la correttezza della scelta. Un’opera molto più che per bambini, sviluppata su piani non tutti immediatamente comprensibili dal pubblico di massa e con un finale forse decisamente meno allegro di come è stato interpretato (il momento in cui si scopre che Tristezza e Rabbia dominano gli animi dei genitori della bambina è stato un bel colpo), ma probabilmente anche per questa scelta meno consolatoria degno di stima. Anche la candidatura per la Miglior sceneggiatura originale non è parsa peregrina; se parliamo di idea e realizzazione, addirittura, forse meritava il premio.

Per la Miglior colonna sonora non resta altro da fare se non alzarsi in piedi, così come fatto dalla platea, e tributare un lungo applauso al maestro Morricone, secondo alcuni fin troppo esaltato da Tarantino, ma io direi proprio di no, non oltre i suoi veri e grandi meriti d’artista. Vincere un Oscar non è mai facile, e farlo dopo aver ricevuto quello alla carriera lo è ancora di più (era già accaduto a Paul Newman, Laurence Oliver ed Henry Fonda). Non possiamo di certo star qui a ripetere i premi e le onorificenze conseguite da Morricone, ma dobbiamo soltanto sostenere con forza che la statuetta di quest’anno è strameritata, sia per gli avversari in gara, sia per il carattere particolar del film di Tarantino, di certo non il migliore del grande regista. 

La mia non eccelsa competenza in musica contemporanea fa sì che non possa dilungarmi più di tanto sulla Miglior canzone, ma una cosa è certa: da appassionato di 007, ascoltandola, veniva proprio da pensare che si trattava di lui, il buon vecchio Bond, James Bond, e lo avrei potuto affermare anche senza guardare una scena del film.  

Persino i grandi delusi, in linea di massima, non ci sembrano poter reclamare più di tanto. Anche gli insuccessi quest’anno sono stati scontati (nel senso di giustamente prevedibili).
The Martian: benino, ma non bene e di certo non benissimo. Una storia discreta, ma non nuova per il genere, lontana anni luce (eheh) dal poter competere per i tre grandi premi (Regia, Film, Sceneggiatura); ovvio, ha avuto la sfiga di scontrarsi con Mad Max, sennò qualche Oscar tecnico lo avrebbe di certo ottenuto.
Carol: leggermente pretenzioso, piuttosto scontato e melodrammatico (vedi il finale) e, al di là delle ottime interpretazioni, affatto da ricordare.
Star Wars VII: decisamente una sorpresa in positivo rispetto alle mie attese (e lo dico da appassionato). La storia c’è, gli attori anche, così come i colpi di scena. Certo, non allo stesso livello dei concorrenti per i grandi premi. Magari i prossimi due otterranno qualcosa in più, soprattutto dal punto di vista tecnico (maledetto ancora Mad Max!); poi, chissà, con la maturazione degli attori…
Steve Jobs: gli attori meritavano di certo considerazione, ma il film non più di tanto, sebbene sia stato meno agiografico di quanto temessi.


Torniamo adesso al meccanismo della compensazione.
«Dai arbitro, ce l’hai con me?» Ed arriva un fischio a favore.
«Nessuno ci tutela!» E la giornata successiva ecco un rigore dubbio.
«Com’è che DiCaprio non ha mai vinto un Oscar?!» «Tiè, mo glielo abbiamo dato, vi calmate?»

Ecco, temo che quest’ultima frase qualcuna l’abbia pronunciata davvero l'altra sera. Tra i finali fin troppo scontati c'è stato anche quello relativo alla scelta del Miglior attore protagonista. Ma fu vera gloria?
Voglio chiarire subito; per me Leo è un grandissimo attore, uno dei migliori sincronicamente e diacronicamente. Tra venti-trent’anni ne parleranno come di un’icona passata alla storia del cinema, non ne ho dubbi.
Tuttavia, non posso fare a meno di pensare che l’Oscar sia arrivato per pura compensazione.
In passato avevano esagerato a volerlo “punire” per le sue prime languide prove in Titanic e Romeo + Giulietta (sì, una teoria c’è su questo accanimento, non molto dissimile da quello riservato a Jim Carrey, punito a sua volta per i suoi ruoli troppo grotteschi).
Ai Dicapriani come me chiedo questo: ma ricordate le sue interpretazioni in Gangs of New York (una delusione ai premi come film, ma lui meritava), Prova a prendermi (ottimo anche in una biografia non facile da riproporre sullo schermo), Blood Diamond (impegno e bravura, meglio di così?), The Departed (forse la sua migliore prova, con uno scavo psicologico nell’animo del suo personaggio degno di lode, così come in Shutter Isalnd), Django Unchained (recitazione fuori dai suoi canoni, ma proprio per questo dimostrazione di versatilità), The Wolf of Wall Street (forse troppo nei suoi canoni, quelli del ricco, potente, istrionico; ma comunque ottima prova da dominatore della scena). Ricordate? Bene. E allora cosa ne pensate del premio di quest’anno, conferito per un film dove di certo non gli è stato chiesto chissà quale lavoro psicologico (suvvia, non cambia atteggiamento dall’inizio alla fine), non gli sono spettati chissà quali monologhi o dialoghi da ricordare (e non c’entra il fatto che abbia parlato poco, si può essere anche grandi nei silenzi, ma non si è SEMPRE grandi nei silenzi).
«Eh, ma ha lavorato davvero al freddo». Peggio, allora, perché vuol dire che ha dovuto calarsi meno nella parte!
Al di là delle battute, ho capito che la statuetta sarebbe stata sua quando gli hanno consegnato il Globe (il quarto, sarebbe stato troppo andare ancora una volta contro la stampa specializzata) e, soprattutto, quando durante la cerimonia hanno inquadrato l’uomo vestito da orso presente in sala. In caso di ennesima sconfitta sarebbe stato un sfottò esagerato (e non a caso la faccia di DiCaprio non mi sembrava il massimo della gioia durante l’applauso del finto orsone).
Poi, volendo infierire ancora (non su di lui, ma su chi gli ha consegnato il premio per compensazione), diamo un’occhiata ai rivali. Matt Damon sinceramente non in una delle sue migliori interpretazioni, ok. Cranston forse penalizzato dal film, ma lui come al solito grande (e, da adoratore di Breaking Bad, un giorno vorrei vedergli stringere quella statua). Fassbender davvero ottimo e perfettamente aderente al personaggio.
Last but not least, Eddie Redmayne; era lui il vincitore (perché, oltre a criticare la scelta, è giusto anche proporre l’alternativa). La sua prova è stata quasi indescrivibile. Un tutt’uno col suo personaggio, una forza e delicatezza perennemente sostenute dallo sguardo e dai gesti durante tutto il film. Stupendo anche il connubio con la sua collega, già elogiata in precedenza. Straordinario, soprattutto se messo a confronto con la prova dell’anno precedente (S. Hawking ne La teoria del tutto, discreto come film, ma adornato da grandi performance recitative).



Ora mi rivolgo a DiCaprio (direte voi “e mica ti legge, idiota", ok lo so).
Quest’Oscar ti vale come uno alla carriera, e lo sai. Ho capito che lo sai dai tuoi ringraziamenti, che puntavano più al passato che al presente (ma non ho sentito nominare Scorsese, forse me lo sono perso io?); l’ho capito dal pistolotto ambientalista messo lì giusto per dare un senso al tutto. E ho capito, soprattutto, che eri sì sinceramente commosso, ma anche leggermente infastidito da tutto quel clamore precedente e successivo alla proclamazione, quasi come se, per l’appunto, si trattasse di un premio che ti spettava per meriti regressi, per “compensazione”.

Ora è il momento, Leo.
Il premio l’hai vinto. Ora devi darci prova di meritarlo vincendolo ancora, ancora e ancora, come sono certo saprai fare. Non entrare nella storia del cinema dalla porta di servizio, perché tu meriti molto di più.

POST DI: Odisseo Durante

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