martedì 24 maggio 2016

INTERPRETAZIONE, IN CHIAVE ETIMOLOGIA, DEL PERSONAGGIO VIKTOR NEL PRIMO ROMANZO DELLA SAGA VODKA&INFERNO


Partendo dalla considerazione che ogni simbolismo comincia al livello della parola, grazie alla quale si può raggiungere il senso nascosto di cui essa è la chiave, questa breve ricerca etimologica si propone di trovare la chiave di lettura ierofanica per l’interpretazione di Viktor (protagonista de La morte fidanzata, primo romanzo della saga Vodka&Inferno, Milena Edizioni, 2016) attraverso la parola “iuncus”.

Già nella cultura medievale la natura minerale, vegetale, animale è considerata un grande serbatoio di simboli, per cui una pianta erbacea, come “il giunco”, si carica di un pregnante significato simbolico.
Il termine iuncus, sotto il profilo naturale e figurativo fa da trait d’union tra lo scenario veneziano del Canal Grande, in cui viene ritrovato il corpo di Viktor, e la russa “Pianura brulla” circondata da un ambiente lacustre e paludoso, in cui il protagonista reimpianta, dopo un anno di lontananza, le sue radici.
In botanica con il termine “iuncus” si indica una pianta erbacea a ciuffi compatti, tipica delle zone acquitrinose. Una di queste specie, detta “brulla”, è un giunco che si trova nell’area veneta, infatti il termine viene dalla voce dialettale “brul(l)”.
Brullo” è una forma apocopata di “brullato”, participio passato del verbo “brullare”, che significa “rendere giunco”, cioè “rendere senza foglie”, quale è, appunto, il giunco detto “brulla” in veneto, ed utilizzato, come tutti i giunchi, quale legame o per intrecci artigianali.
“Brulla” è, quindi, iuncus naturale tra il Canal Grande veneziano e la pianura Brulla di Soroka, terra natia, paludosa e lacustre, di Viktor. 


Nel suo significato arcaico “brullo” vuol dire “indigente” e Viktor è una figura spoglia, priva di vita; nelle Tusculanae Disputationes (4, 16-21) di Cicerone, inoltre, “indigentia” significa “avidità”, “insaziabilità”. In questa accezione il termine esprime esattamente la peculiarità di questa pianta spontanea infestante, che sottrae alle altre la vita. Così come esprime figurativamente la sete di sangue e di lucro che muove Viktor, proiettato a “transire lucem palustrem”, a “passare la vita nel fango del vizio e della perdizione” (Persio, Satire, V).
Viktor è, dunque, iuncus di palude stagnante e mortifera, giunco naturalmente inclinato al Male. 

In botanica il termine iuncus si trova anche abbinato a “narcissus”, per indicare il fiore comunemente detto “Giunchiglia”, diminutivo spagnolo di “Giunco”.
“Narcissus” risale al greco “Narkissos”, la cui radice “Nárkè” significa, come è noto, “sopore”, che figurativamente esprime un esiziale assopimento per l’intelligenza e la coscienza individuale (e, per estensione, collettiva). Mitologicamente Narciso fu il nome del fiore, spuntato nello stagno su cui il giovane omonimo rimase piegato per poter contemplare la sua immagine, di cui era perdutamente innamorato, fino a lasciarsi morire. Per solidarietà verso le fanciulle disperate per i costanti rifiuti amorosi del giovane, le Furie, dee della vendetta e figlie della Notte e dell’infernale, paludoso e mortifero Acheronte, consacrarono per vendetta a Narciso, innamorato solo di se stesso fino alla morte, questo fiore. Narciso è, quindi, simbolo del non amore e Viktor, quale “iuncus narcissus”, è altrettanto negazione dell’amore in quanto legato ai suoi simili dalla cieca forza bruta e non per attrazione luminosa dell’amore.
Viktor, infatti, come si evince dal primo romanzo della saga La morte fidanzata non è la personificazione di un Malum circoscritto e, quindi, facilmente individuabile ed arginabile, ma, come iunci palustres di virgiliana memoria è parte di una dilagante “mala erba”, dotata di veloce, perniciosa e inarrestabile forza infestante, che sottrae aria, acqua, spazio ed elementi vitali agli altri esseri viventi con conseguente necrosi del tessuto morale e sociale.
San Giuda, nella Lettera (vv 11-13) riportata nel romanzo di Penelope delle Colonne a pag. 221 così apostrofa i discendenti di Caino:


 “Guai a loro! – Perché si sono messi sulla via di Caino […] essi sono nuvole senza pioggia portate via dai venti, o alberi di fine stagione senza frutto, due volte morti, sradicati. Come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; astri erranti, ai quali è riservata l’oscurità delle tenebre in eterno”.

Penelope delle Colonne con un intreccio strutturale sapiente e appassionato, costellato di afflato poetico, ha cominciato a tessere nel primo volume della saga, La morte fidanzata, la trama del Tempio umano. Davanti all'atrio due colonne, stabili e forti, guardano, oltre il tempo e lo spazio, le vicende umane in balia di chi si nutre di tenebre, affondando le radici in acque paludose e in ambienti malsani, per alimentare la propria mortifera sete, succhiando il sangue degli innocenti. Senza alcun intento moralistico l’autrice intesse concretamente e figurativamente fatti e misfatti di un tessuto sociale fortemente necrotizzato, segno inquietante della civiltà e della storia.

D’obbligo l’interrogativo: può l’uomo gettarsi alla spalle la peccaminosa e violenta vitalità di Caino e, sollevando lo sguardo verso la luce/amore, che “move il sole e l’altre stelle”, riconquistare la purezza e l’innocenza originaria?   

Autrice del post:
Rosa Montesarchio, classe 1947, insegnante in pensione di materie letterarie e storia.  




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