sabato 30 luglio 2016

FULL METAL JACKET

Full metal jacket ,1987, Stanley Kubrick; tratto dal romanzo Nato per uccidere di Gustav Hasford.

Penultimo film di Kubrick, a nostro giudizio il migliore.

Inizio: taglio di capelli, secondo la tradizione ebraica un rituale paragonabile alla circoncisione, un rito di passaggio, un ingresso non solo in un'altra età, ma soprattutto in un diverso mondo. Con le armi in pugno si lotta per la vita, si combatte per non morire, ma morire con onore è meglio che vivere, secondo la mentalità militaresca.
Il sergente istruttore Hartman è inumano, come la guerra, e vuole che così diventino anche i suoi soldati, perché loro devono farla la guerra, devono diventare “dispensatori di morte”.
La sua figura è costruita in maniera meravigliosa: le sue esclamazioni sono entrate nella storia del cinema, la sua cattiveria proverbiale sarà un modello per i futuri “istruttori severi” del grande e piccolo schermo. Indossa il cappello fino all’ultimo, come se per lui non ci fosse niente tranne l’esercito, come se il mondo iniziasse e finisse nella caserma. Non dubito che molti americani lo abbiano apprezzato senza badare minimamente all’ironia evidente che lo circonda. L’attore R. Lee Ermey è stato davvero un sergente istruttore, ha recitato sempre in ruoli simili, ma la sua figura è contraddittoria. Le proprie battute le ha scritte egli stesso, ciò farebbe pensare ad un atteggiamento critico sul sistema militare, ma è stato anche testimonial di armi, ed ancora oggi è legato all’esercito e si occupa di tenere alto il morale delle truppe impegnate in missioni di guerra.
“Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani”.
Grande, grandissimo Kubrick, con un frase riassume più di mille testi sulla società americana: i neri sono gentaglia buona solo per lavorare, gli ebrei sono degli strozzini, gli italiani mafiosi, i messicani scansafatiche e sanguisughe. Molti americani nel loro cuore la pensano così, ma ora, in momento di guerra, tutti si devono unire, tutti devono lottare per la terra delle libertà, diritto che forse anche loro potranno conquistare un giorno, certamente lontano, ed ecco perché il soldato di colore “Biancaneve” si impegnerà al punto di diventare un graduato.
Joker” si fa subito riconoscere per il suo essere indisponente: prende in giro il sergente, indossa un distintivo con il simbolo della pace, vuole parlare anche delle stragi compiute dai soldati, ma il suo comandante/direttore cambierà le parole dei resoconti, affinché il messaggio arrivi più edulcorato (un po’ come le nostre guerre, alias “missioni di pace”)…
Ma perché diavolo combatte, allora?
Una risposta la darà lui stesso durante il film, e noi vi abbiamo intravisto un messaggio simile a quello di Ungaretti: ha compreso che l’identità non la si ottiene con la nascita, non la si trova camminando in società, ma nella guerra, nella comunanza delle sofferenze, salvo poi capire che tutto è male, il mondo è male, l’identità scoperta fa paura, come si svelerà nel finale, con un Joker che mai si sarebbe immaginato di arrivare a quel gesto.
Il soldato “Palla di lardo” è come il Candido di Voltaire, come Venerdì di Defoe, come il principe persiano di Montesquieu. Per lui tutto è positivo,  tutto è nuovo come potrebbe apparire ad un bambino innocente; non sapremo mai perché ha scelto i marines, forse costretto dalla famiglia desiderosa di trasformarlo in un duro, ma lui non lo è, neanche minimamente: all’inizio viene quasi strozzato dal sergente perché non riesce a smettere di sorridere (appunto, tutto gli sembra un gioco); viene fatto marciare con le braghe calate perché è troppo lento, è umiliato dato che non riesce a compiere gli esercizi nel percorso di guerra. Joker, nonostante il suo carattere, ottiene una promozione e gli viene affidato Palla di lardo, ma sembra che non ci sia niente da fare, come se da un momento all’altro potesse mollare tutto. Ad un certo punto Palla ruba del cibo, ma, una volta scoperto dal sergente, viene punita tutta la compagnia. Di notte i commilitoni organizzano una spedizione punitiva contro il reo, ed anche Joker non si esimerà dal colpirlo, a tratti con rabbia, quasi odiasse il suo gesto più del povero amico.
Da qui la svolta, Palla di lardo ha capito che nessuno lo aiuterà, comprende che deve farcela da solo e che la società è più cruda di quanto immaginasse. Lui era un candido, appunto, un ingenuo, un bambino con la mente plasmabile, ed ora può mettere in atto ciò che ha imparato attraverso l’imprinting della violenza:

In una scena memorabile (ripetuta decine di volte per far sfinire gli attori e renderli davvero allucinati) Palla di lardo si nasconde in bagno, carica il suo fucile di proiettili Full Metal Jacket, uccide il sergente, poi si toglie la vita a sua volta. L’obiettivo era la morte, era stato addestrato per procurarla: missione compiuta.

Il resto del film è un racconto del Vietnam da tutte le angolazioni negative: giornalismo militare falsato; uccisioni di civili; droga e violenza dilagante tra i soldati; disorganizzazione; follia alla Apocalipse now.
L’allegra musichetta finale segna ancora una volta una dicotomia, al pari di una precedentemente risposta data dal soldato Joker a un colonnello che gli chiedeva perché indossasse un elmetto con scritto “Born to kill” e contemporaneamente un distintivo con il simbolo  della pace: “Non saprei signore, io volevo fare solamente riferimento alla dualità dell’essere umano, l’ambiguità dell’uomo, una teoria Junghiana signore…”.
 La risposta del colonnello “Bisogna tenere duro figliolo, fin quando non passerà questa mania della pace”.
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Immediato ed enorme successo per Full Metal Jacket, nonostante il divieto per i minori di 18 anni.
Diverse nomination e pochi premi, abbiamo già visto come i film critici con la mentalità americana fossero “puniti” allora molto di più rispetto ad oggi.

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