domenica 14 agosto 2016

SCENE RICICLATE NEI CARTONI DISNEY

I cartoni animati della Disney hanno allietato l'infanzia di milioni di bambini di ogni epoca, incantati dalle bellissime storie, dai caratteristici personaggi e dai fantastici disegni. Quanti giurano di ricordare a memoria intere pellicole, compresi i dialoghi? Ebbene, chissà se si sono mai accorti che la Disney ha riutilizzato le stesse scene in diversi cartoni.




I classici "incriminati" sono Robin HoodIl libro della giunglaGli AristogattiBiancaneve e i sette naniBasil l'investigatopoLa bella e la bestiaCenerentolaLa spada nella rocciaquindi il fenomeno abbraccia un arco temporale che va dalle origini fino alla metà degli anni '80, con una particolare frequenza nei decenni '60-'70. In effetti questo periodo fu caratterizzato da una produzione più carente, ed inoltre negli anni '60 si allentò anche la supervisione diretta di Walt Disney, impegnato in diversi progetti relativi ad altri settori del marchio.
In aggiunta a questa spiegazione è stato sottolineato anche il grande dispendio di capitali ed energie creative necessari alla progettazione e realizzazione di un cartone (non eravamo negli anni del computer), per cui riutilizzare delle vecchie scene poteva essere considerato un buon metodo di risparmio. Oltre alle singole scene la Disney ha spesso riciclato tipologie di trama, caratteri dei personaggi e musiche, confidando sulla validità dei passati successi.
La bellezza dei classici Disney non esce di certo incrinata da questa scoperta, tuttavia un pizzico di amarezza può sorgere nel costatare che alcune delle nostre favole preferite sono state realizzate badando al risparmio ed a format precostituiti, piuttosto che lasciando spazio unicamente alla creatività.
Ma forse questa scoperta ci servirà di lezione, attraverso la quale possiamo avere un'ulteriore conferma di come gli idoli non siano poi così mitici una volta indagati a fondo e di come la maggiore consapevolezza dell'età adulta contribuisca a sminuire un po' i piacevoli ricordi dell'infanzia.


domenica 7 agosto 2016

A PAURA MIA; Eduardo De Filippo

A paura mia                                                                                                                   

Tengo nemice? Faccio ‘o paro e sparo…                                                              
‘E t tengo mente e dico: «Stongo ccà! »                                                                  
E nun tremmo si sent’ ‘e di: «Te sparo! »                                                            
Chillo c’ ‘o ddice, ‘O ddice, nun ‘O ffà.                                 

Si è p’ ‘o buciardo, nun me movo, aspetto.                                                              
(‘A buscia corre assaie, ma campa poco).                                                                 
‘O vuò vedè? ‘0 canusce comm’ ‘o «sette»,                                                          
                       
va pè parlà, se fa una lamp’ ‘e fuoco.                                                                       

‘A calunnia? E chella «è un venticello»,                                                                 
dico vicin’ a ‘o viento: «Nun sciuscià? »                                                            
Quann’ha fatt’ ‘a sfucata vene ‘o bello,                                                                  
allor’ accuminciamm’ a raggiunà.                                                                       

E manco ‘a morte, si me tene mente,                                                                      
me fa paura. ‘ A morte è generale.                                                                     
Ll’uommene sò rumanze differente,                                                                       
ma tènen’ una chiusa, unu finale.                                                                            

M’arròbbano? Arreduco mmiez’ ‘a via?..                                                                
J’ fatico e addevento chillu stesso,                                                                          
ma,quanto voglio bene a mamma mia,                                                                     
a mme me fa paura sul’ ‘o fesso!                                                                             

Eduardo de Filippo; 1928                                                     
                                                           
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 La mia paura

 Ho nemici? Io faccio il conteggio…         
Li guardo negli occhi e dico: «Sto qua!».
E non tremo se sento dir: «Ti sparo!».
Chi lo dice, lo dice, e non lo fa.

Se è per il bugiardo, fermo, aspetto. 
(La bugia corre molto, vive poco.)
Lo cerchi? Lo trovi come il «sette»,
parla, e si fa rosso come il fuoco.

La calunnia? E quella «è un venticello»,
posso mai dir al vento «Non soffiare?»  
Dopo scatenato viene il bello,
allora si inizia a ragionare.

E nemmeno la morte, se mi guarda,
io temo. La morte è generale.
Gli uomini sono libri diversi,
ma hanno conclusione, un finale. 

Rubano? Mi ritrovo per la strada?
Io lavoro e ritorno me stesso,
ma, per quanto amo la madre mia,
mi fa paura soltanto il fesso!


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Il maestro Eduardo ci dà un’altra lezione di vita: la paura è negativa quando ne siamo schiavi, quando blocca le nostre azioni.
La paura dei nemici non ha senso, bisogna affrontarli.
Le bugie vivono poco e chi le pronuncia arderà dalla vergogna; o almeno così dovrebbe essere, oggi è una virtù negare a oltranza e si viene anche apprezzati per questo.
Gli uomini vanno e vengono, ma tutti avranno la stessa fine, la morte renderà tutti uguali (ricorda molto la poesia A’ livella dell’altro grandissimo, Totò).
La povertà non fa paura se con il lavoro onesto si può ricostruire tutto; certo, oggi il problema è trovarlo, o farselo ridare se tolto a torto.
Ma la stupidità, la chiusura della mente dinnanzi ai problemi, l’indifferenza tipica degli imbelli, questa può fare davvero male, questa rende davvero schiavi, l’ignoranza è peggio della paura:  l’ignoranza e la stupidità sono gli unici mali a far davvero paura.