giovedì 16 marzo 2017

MACHIAVELLI E LA RELIGIONE


E' risaputo che Niccolò Machiavelli non ebbe una concezione entusiasta della religione; a ben vedere, tuttavia, sarebbe più corretto affermare che le sue riserve erano più che altro destinate al modo in cui la Chiesa si era comportata e si comportava in questi secoli.
Come sempre il segretario fiorentino guardava alla Roma antica come esempio pregevole da seguire, ed anche per quanto concerne l'aspetto religioso fece ricorso agli insegnamenti degli "antiqui", in particolar modo Polibio e Livio.
Nel modello di stato esemplificato da Roma la perfezione era riscontrabile non solo nelle forme di governo e nelle istituzioni, ma anche le consuetudini e le superstizioni del popolo romano erano giudicate con lode da parte del letterato fiorentino. Machiavelli utilizza Polibio come fonte per questa idea, giungendo alla conclusione che la religione dei Romani non fu una causa di disfacimento o d’indebolimento della loro virtù, anzi, seppe essere un collante per una società così complicata.
Machiavelli, attraverso le parole di Livio, afferma che fu con il secondo re di Roma, Numa Pompilio, che la città potette essere avviata alla corretta pratica religiosa. Tito Livio racconta che, dopo la sua elezione, Numa si rese conto che il popolo romano era stato creato come un popolo guerriero e così era stato guidato da Romolo e, quindi, si apprestò a dotare la città del suo apparato giuridico e religioso. In conclusione Livio arriva quasi a considerare Roma come fondata da due uomini: Romolo per quel che concerne l’aspetto militare e Numa per le pratiche votive .
Machiavelli segue quasi alla lettera il testo liviano concludendo che la religiosità favorì anche il lavoro di governo del Senato di Roma, con il passaggio dalla monarchia alla Repubblica:

“Il quale (Numa),trovando uno popolo ferocissimo e volendolo ridurre nelle obbedienze civili con le arti della pace, si volse alla religione come cosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà, e la costituì in modo che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in quella republica; il che facilitò qualunque impresa che il senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare”. (Discorsi I,11, 1)

La stessa considerazione è ravvisabile, dunque, in Polibio, il quale afferma addirittura che lo stato romano si distingue dagli altri soprattutto per il modo in cui seppe organizzare la religione. Sempre secondo lo storico greco il motivo per cui bisogna trovare una forza di coesione è da ricercare nella stessa natura umana, che non può essere controllata se non con paura e superstizioni indotte ad arte .
La stessa idea è ravvisabile nel segretario fiorentino: per Machiavelli la difficoltà, che la religione deve sopperire, scaturisce dall’impossibilità dei governanti di riuscire a raggiungere una forza o riverenza tale da poter tenere sotto controllo uno stato, e anche se questa forza è viva in un uomo, costui è destinato a perire e la coesione dello stato con lui:

“Non è, dunque, la salute di una republica o d’uno regno avere uno principe che prudentemente governi mente vive, ma uno che l’ordini in modo che, morendo ancora, la si mantenga.” (Discorsi I, 11, 5).

Nel corso del dodicesimo capitolo, Machiavelli afferma di lodare il modo in cui i Romani praticarono la loro religione poiché essi seppero tenerne sempre vivo il carattere miracoloso e prodigioso, furono capaci, quindi,di mantenerla nelle medesime condizioni nella quale era nata e così assicurare maggior vita ad essa e allo stato.
 La religione cristiana, invece, è svalutata perché ha istruito gli uomini sull’esistenza di un mondo, migliore di quello terreno, situato oltre la morte e, così facendo, ha reso meno “feroci” gli animi delle persone, rendendole così più facili da sconfiggere e addirittura meno desiderose di libertà.

“Pensando dunque donde possa nascere che in quegli tempi antichi i popoli fossero più amatori della libertà che in questi, credo nasca da quella medesima cagione che fa ora gli uomini manco forti: la quale credo sia la diversità della educazione nostra dalla antica,fondata dalla diversità della religione nostra dalla antica. Perché avendoci la nostra religione mostro la verità e la vera via, ci fa stimare meno l’onore del mondo: onde i gentili, stimando assai ed avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle azioni loro più feroci.”(Discorsi II, 2,2).

 Il biasimo dell’autore del Principe è rivolto nei confronti della religione cristiana, soprattutto per il modo in cui viene amministrata dal papa e dalla corte romana: la decadenza morale secolare e l’interesse per questioni temporali più che spirituali hanno portato a un declino del messaggio religioso originario e, quindi, ad una minore fede e compattezza nel popolo che risulta così difficilmente governabile.
Il ruolo che il papato ha assunto nei secoli medioevali è valutato in maniera negativa dal Machiavelli anche nel Principe, ove viene espressa l’idea che lo stato della chiesa, posto nel mezzo della penisola e continuamente interferente con le politiche degli stati italici, abbia impedito la costituzione di un impero che ponesse termine alla frammentazione secolare.

“Avete dunque a intendere come, tosto che in questi ultimi tempi lo Imperio cominciò a essere ributtato di Italia e che il papa nel temporale vi prese più reputazione, si divise la Italia in più stati per che molte delle città grosse presono l’arme contro a’nobili, e’quali prima, favoriti da lo imperatore, le tenevano oppresse, e la Chiesa le favoriva per darsi reputazione nel temporale.” (Principe, XII, 8).

Questa teoria è esposta anche nel XII capitolo dei Discorsi, dove Machiavelli cita l’esempio dei Longobardi che, a causa dell’interferenza della Chiesa, non riuscirono a costruire una solida unità italica.

“E veramente alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla ubbidienza d’una republica o d’uno principe, come è avvenuto alla Francia ed alla Spagna. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, né abbia anch’ella o una republica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa: perché avendovi quella abitato e tenuto imperio temporale, non è stata sí potente né di tanta virtú che l’abbia potuto occupare la tirannide d’Italia e farsene principe, e non è stata, dall’altra parte, sí debole che per paura di non perdere il dominio delle sue cose temporali la non abbia potuto convocare uno potente che la difenda contro a quello che in Italia fusse diventato troppo potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante Carlo Magno la ne cacciò i Longobardi ch’erano già quasi re di tutta Italia”.(Discorsi I, 12, 2).

Il capitolo si chiude con la costatazione che comunque lo stato della chiesa non è in grado di poter provvedere esso stesso a creare l’unità agognata, quindi continuerà a servirsi di stati stranierei per difendere i suoi interessi: ciò  porterà ancora confusione nella penisola,infatti

“Di che noi altri Italiani abbiamo obligo con la Chiesa, e non con altri. E chi ne volesse per esperienza certa vedere piú pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta potenza che mandasse ad abitare la corte romana, con l’autorità che l’ha in Italia, in le terre de’ Svizzeri, i quali oggi sono solo popoli che vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli antichi; e vedrebbe che in poco tempo farebbero piú disordine in quella provincia i rei costumi di quella corte che qualunque altro accidente che in qualunque tempo vi potesse surgere.” (Discorsi I, 12, 2).

In definitiva il problema della religione attraversa trasversalmente tutte le opere del Machiavelli e, certamente, è una delle questioni maggiormente affrontate dall’autore dei Discorsi, come sostiene lo storico e politico Delio Cantimori che afferma “Si può rammentare, come fatto non contestabile, quanto grande sia la proporzione che nel Principe, nei Discorsi, nell’Arte della Guerra e, relativamente, anche nelle Istorie è dedicata a questioni di religione e di chiesa”  .

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