giovedì 20 aprile 2017

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DI INIZIO '900

All’inizio del Novecento il mondo della cultura venne ravvivato  da numerosi contributi materiali ed intellettuali.
I nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione cambiarono la tradizionale percezione dello spazio e del tempo: il consolidarsi del trasporto ferroviario e gli albori di quello aereo accorciarono i tempi di spostamento delle persone, nel contempo la diffusione dell’automobile permise gli individui di muoversi anche in maniera indipendente; il telefono rese ancora più rapida e pratica la possibilità di comunicare offerta dal telegrafo; la radio e il cinematografo ampliavano sia l’offerta informativa che le possibilità artistiche.
Queste innovazioni furono indubbiamente il frutto del progresso scientifico e dell’ideologia positivista che aveva concesso alla stessa scienza una fiducia immensa, ma, nel contempo, questi cambiamenti mutarono il rapporto dell’uomo con il mondo e misero in crisi ogni certezza.
La teoria della relatività, elaborata per la prima volta da Albert Einstein (1879-1955) nel 1905, allontanò l’idea di una possibile comprensione oggettiva della realtà e, in seguito alla sua formulazione, ci si rese conto che persino scienze tradizionalmente considerate “esatte”, come la matematica e la fisica, in realtà non riuscivano ad analizzare il mondo con una visione totale ed univoca.
In ambito filosofico le teorie di Friedrich Nietzsche (1844-1900)
rivoluzionarono questo settore culturale, ma il suo pensiero influenzò anche la letteratura, a partire dalla produzione  di D’Annunzio che, tra l’altro, in molti passaggi tradì l’autenticità del maestro. Nietzsche rinunciava a qualsiasi fiducia nelle certezze della filosofia tradizionale,  sostituì la concezione lineare del tempo con quella ciclica dell’ “eterno ritorno”, smascherò le illusioni dell’uomo moderno e le ipocrisie della morale borghese arrivando ad anticipare molte dei futuri traguardi della psicoanalisi.
Oltre al filosofo tedesco è doveroso ricordare l’importanza delle teorie vitalistiche di Henri Bergson (1859-1941) secondo il quale la vita è una continua creazione che può essere rivelata tramite l’intuizione e solo in parte dalla scienza, poiché quest’ultima è impossibilitata a cogliere tutti gli aspetti della realtà nella loro interezza. Il filosofo francese, inoltre, contrappose all’idea di un tempo “spazializzato” quella di un tempo “vissuto”, interiore alla coscienza.
Tutte queste nuove correnti di pensiero di tipo irrazionalistico e vitalistico contribuirono alla crisi del Positivismo, ne mostrarono i limiti e resero evidente la sua incapacità di fornire tutte le risposte necessarie all’uomo desideroso di non fermarsi più soltanto ad una visione superficiale e fenomenica della realtà. La corrente positivista, in particolare, aveva cercato di analizzare anche l’interiorità dell’uomo attraverso criteri meccanici e puramente quantitativi, nella convinzione che  la sfera psichica obbedisse a precise leggi spiegabili in maniera razionale ed univoca. 
L’analisi dell’inconscio, condotta da Sigmund Freud (1856-1939), tra Ottocento e Novecento, mise in crisi il concetto stesso di integrità del soggetto.
Gli studi del medico viennese influenzarono profondamente tutte le arti, ed egli stesso fu consapevole della portata epocale delle sue teorie, decidendo di pubblicare L’interpretazione dei sogni (1899) postdatando l’anno di edizione, per conferire all’opera un carattere di apertura e non di chiusura di secolo.
Secondo Freud non bisogna considerare l’uomo come un essere dal carattere unitario, ma al suo interno egli è diviso tra una zona consapevole, in cui dominano ragione e volontà, e un’altra inconscia che si manifesta nei sogni, nelle nevrosi, nelle pulsioni improvvise ed istintive. Gli effetti di queste teorie apparvero, all’inizio, rivoluzionarie ed antipositiviste, ma l’idea di Freud era  quella di studiare scientificamente le reazioni della sfera inconscia, per poterne controllare gli squilibri e curare gli eccessi. 
Le idee di Freud influenzarono in maniera decisiva il mondo della cultura, in particolare il campo letterario.
Nel saggio Il poeta e la fantasia (1909) Freud definisce l’arte come un fenomeno compensativo, in posizione intermedia tra frustrazione ed appagamento.

 La teoria dell’inconscio è alla base della tecnica del “flusso di coscienza” di Joyce, il quale cercherà di riprodurre in concreto gli accostamenti analogici della mente; le teorie sui sogni contribuiranno alla nascita della corrente surrealista; l’interesse per l’infanzia e l’importanza che il fondatore della psicoanalisi attribuisce a questa età dell’uomo troverà spazio nelle opere dei maggiori prosatori del Novecento, con particolare riferimento al rapporto padre-figlio, ma anche quello con la propria madre, soprattutto nell’assenza di una figura paterna (Tozzi, Svevo, Gadda, Saba). 

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