mercoledì 24 maggio 2017

LE SETTE BANALITÀ TANTO AMATE DAI MINISTRI DELL'ISTRUZIONE


Negli ultimi anni abbiamo avuto dei ministri dell'Istruzione di vario tipo: pessimi, appena decenti, surreali, inadeguati, dignitosi. Tutti loro, chi più chi meno, si sono distinti per delle banalità scandite quasi come un mantra. Alcune di queste affermazioni, se trasformate in realtà, avrebbero contribuito certamente a migliorare il sistema scolastico italiano, tuttavia alle parole non sono seguiti praticamente mai i fatti; altre, invece, sono semplici sparate, buttate lì perché di moda, quasi come se il pronunciarle fosse un obbligo morale.
Ne abbiamo selezionate sette, dalle più datate alla più recenti.

1) “Più inglese, più lingue straniere”. Ok, è risaputo che noi italiani non primeggiamo nel mondo per la conoscenza della lingua inglese o per la padronanza delle seconde lingue in generale. Ecco perché molti Ministri dell’Istruzione ripetono spesso questa cantilena. Bene, ma dopo averla pronunciata cosa fanno? Nulla. Il sistema scolastico continua a far ripartire da zero gli studenti all'inizio di ogni ciclo, i metodi di insegnamento continuano ad essere basati più sulla conoscenza delle norme che sulla produzione scritta ed orale, le ore di lezione non aumentano ( in genere 3 alle superiori). L’ultimo punto è quello decisivo, ma va soppesato bene. Si deve aumentare il monte orario dell’inglese e delle lingue straniere, ma non a discapito di altre discipline. Sacrificare l’Italiano, ad esempio, sarebbe una scempiaggine, dato che carenze linguistiche nella prima lingua si riflettono anche sulle seconde: un popolo bilingue di semi-analfabeti  non credo sia il traguardo da raggiungere.

2) “Valorizziamo il nostro patrimonio artistico e culturale”. Questa è proprio una banalità. Bisogna essere politici poco originali per ripetere questa ovvietà appena eletti. Bisogna essere veri politici di razza per disattendere questo proclama subito dopo. Il nostro patrimonio artistico e culturale è messo al centro della scuola? No, punto. La Storia dell’arte, per esempio, è in agonia, eppure chiunque sa che siamo famosi in tutto il mondo soprattutto per le nostre bellezze artistiche. Oltre alla Storia dell’Arte si dovrebbe rimettere in moto anche il processo di sensibilizzazione e incentivazione alla produzione artistica. Non ci sono più le botteghe col “maestro”, lo sappiamo, ma perché non aprire le scuole di pomeriggio con laboratori e corsi di fotografia, restauro, moda e quanto altro? No, meglio trasformare gli Istituti d’Arte in Licei, sancendo il trionfo dell’astratta teoria su ogni applicazione pratica e omologando gli indirizzi in un pastone scarsamente qualificante.

3) “Ci vogliono più scienziati e meno umanisti”. Il senso è chiaro: il mondo complesso e ipertecnologico in cui viviamo richiede esperti di informatica, elettronica, ingegneria ecc. ecc. Poco spazio, dunque, per gli umanisti. Questo può essere forse vero in generale (ed il trionfo della materia sullo spirito non può che intristirmi), tuttavia non è detto che i due campi siano in contrasto tra loro. Nel passato non c’era alcuna distinzione tra scienza e cultura, ce lo dimostrano figure come quelle di Pitagora, Archimede, Leonardo, Galilei e così via. E comunque, proprio noi italiani, siamo certi di aver bisogno di un maggior numero di tecnici? Forse chi pronuncia simili banalità non ha studiato attentamente la nostra storia. Deve essere questo il nostro settore trainante? Di recente un mio amico laureato in Informatica mi ha reso partecipe di un suo pensiero: le conoscenze specifiche le ha apprese quasi tutte all’Università, per cui, tornando indietro, sceglierebbe il Classico al posto dello Scientifico, consapevole che gli studi filosofici, umanistici ed artistici lo avrebbe dotato di maggiori capacità di comprensione della realtà e di una più robusta base culturale, indispensabile per crescere umanamente, più che dal punto di vista lavorativo.

4) “La scuola di oggi deve essere più tecnologica” (un tempo “un computer in ogni aula”). Certo, ovvio, le innovazione contemporanee devono entrare anche nella scuola, rendendola più confortevole ed organizzata.
E' necessario prestare attenzione a due cose:
- Bisogna, innanzitutto, sistemare le scuole: renderle sicure, attrezzarle per i disabili, ristrutturare gli edifici, evitare doppi turni e carenze di aule, fare in modo che i servizi igienici siano sempre funzionanti, sopperire l’endemica carenza di materiali (dal cassino alle sedie), collegarle meglio con i centri abitati.
Fatto ciò portiamo pure la tecnologia nelle scuole, ma:
- Si considerino i bisogni didattici prima di tutto (studiare da un lettore e-book, ad esempio, non è come farlo da un libro); si eviti di complicare il lavoro del personale e dei docenti (ho sperimentato il registro elettronico ed ora come ora mi sembra soltanto un favore agli alunni per far si che si perda tempo); si faccia in modo che gli insegnanti siano formati  e non gettati allo sbaraglio (spesso le LIM sono un arredo e non uno strumento didattico).

5)  “Diamo spazio agli insegnanti giovani e meritevoli ”. 
Frase di moda, decisamente, ormai la gioventù è invocata da tutti ed in tutti i campi. Certo, nulla dice che i giovani debbano per forza essere migliori delle vecchie generazioni, però nella scuola la necessità del ricambio si è fatta ormai pressante. Gli insegnanti anziani avranno di certo più esperienza, tuttavia scontano alcuni deficit: prima di tutto fisici, dato che i giovani d’oggi sono di certo più irrequieti ed insubordinati rispetto alle passate generazioni; in secondo luogo i vecchi prof hanno delle ovvie carenze informatiche, e di certo costa meno formare un giovane cresciuto nella tecnologia che far aggiornare un sessantenne; nelle mie materie (Italiano e Storia) i colleghi più anziani non hanno studiato la Linguistica, ed inoltre sono stati istruiti con programmi di Storia e Letteratura superati, ecco perché spesso si fermano alla Seconda guerra mondiale ed al Neorealismo; gli insegnanti di qualche generazione fa, inoltre, supportavano con tecniche implicite le carenze formative nel campo della pedagogia (e lo facevano ottimamente), mentre oggi la platea studentesca massificata e stordita dai nuovi media ha bisogna di professionalità dotate di approcci precisi e meditati. Chiariamo subito una cosa, nutro un profondo rispetto per i colleghi più esperti, ed infatti credo siano loro stessi a desiderare una pensione meritata da raggiungere il prima possibile; hanno dato tutto, in tempi di imbarbarimento culturale, ora devono godersi il giusto riposo.
Quindi sono d’accordo con questa frase? Certo, ed infatti la banalità ancora una volta è nella sua applicazione. Per fare un esempio, gli ultimi due concorsi per il ruolo risalgono al 2013 e al...1999! Ricordiamo, inoltre, che il concorso indetto da Profumo era precluso ai laureati dopo il 2003, clausola ridicola e palesemente incostituzionale. Per quanto riguarda le abilitazioni la situazione non è di certo migliore: le SSIS, bloccate nel 2008, sono tornate sotto il nome di Tfa soltanto nel 2012; la dura selezione ed un intenso corso assicuravano meritocrazia e preparazione, ma una ennesima, vergognosa sanatoria ha rimesso in gioco tutti i bocciati [clicca qui per leggere la storia].
Insomma, a parole tutti vogliono aprire la scuola alle nuove generazioni di insegnanti; ma nei fatti, come sempre, si procede in direzione ostinata e contraria.

6) “Bisogna partire dalla scuola per […]”.
Dopo i puntini sospensivi è stato detto di tutto e da tutti.
Partire dalla scuola per la legalità; però se un docente pretende il rispetto delle regole viene ripreso, senza contare l’assassinio dell’Educazione Civica.
Partire dalla scuola per ridare prestigio all'Italia; però gli insegnanti nostrani sono i meno rispettati dagli studenti, per colpa dei genitori accondiscendenti e della classe politica che ha svilito questo fondamentale ruolo.
Partire dalla scuola per ridar vita al patrimonio culturale locale; però i programmi ministeriali restano dei Moloch intoccabili e l’autonomia scolastica passa per contorte strade.
Partire dalla scuola per far sì che gli italiani colmino il gap linguistico (vedi punto 1), scientifico (vedi punto 2) e valorizzino il proprio patrimonio nazionale (vedi punto 3).
Partire dalla scuola per… “ educazione alla salute”, “uscire dalla crisi”, “buona politica” e così via; le banalità si sprecano e sprofondano la scuola in un perverso vortice di richieste non supportate, però, da adeguata considerazione e necessari finanziamenti.

7) “Abbreviamo le superiori di un anno”. 
La più recente delle banalità, formulata così bene da sembrare addirittura un’idea positiva.
Ridurre di un anno le superiori, secondo i sostenitori della tesi, permetterebbe ai giovani di affacciarsi al mondo del lavoro in anticipo; si, ma, quale lavoro?
 Un ulteriore vantaggio sarebbe quello di far iniziare l’università un anno prima, ottenendo così laureati più giovani. Ma con quali conoscenze approderebbero nel mondo accademico i diplomati? Non basta, infatti, ridurre a quadro anni gli istituti secondari di secondo grado (strizzando in meno tempo programmi già tiratissimi come quello di Storia e di Matematica) ma si dovrebbe riorganizzare tutto il percorso scolastico, a partire dalle elementari. I tecnici del Ministero hanno pensato a come farlo? O puntano solo al risparmi senza badare alla didattica?
L’idea è stata rilanciata anche dalla moglie di Enrico Letta sulle pagine del Corriere della sera, con il preciso obiettivo di risparmiare qualche miliardo all'anno. Bene, anche togliere i finanziamenti pubblici all'editoria, però, sarebbe un'idea più che valida;e magari alcuni giornalisti non troverebbero più spazio.