martedì 8 agosto 2017

DON LORENZO MILANI E LA SCUOLA DI BARBIANA



Don Lorenzo Milani fu trasferito nella parrocchia di Barbiana nel 1954 in seguito ad uno scontro con il cardinale di Firenze, tuttavia, sebbene costretto ad una sorta di confino, il sacerdote quarantenne non si perse d’animo, ma diede il via ad una particolare esperienza educativa,  successivamente nota come “Scuola di Barbiana”, che continuerà a portare avanti fino alla morte avvenuta nel 1967. Le attività didattiche duravano tutto l’anno, ogni giorno della settimana e durante il dì si mescolavano con i lavori tipici della campagna. Il programma didattico non aveva un cursus preciso, ma veniva costantemente rimodellato dal confronto tra insegnante ed allievi, non tralasciando di affrontare questioni politiche e sociali scomode (anche attraverso la lettura del giornale), le quali portarono a numerosi attacchi sia da parte del mondo ecclesiastico che da quello laico. L’insegnamento della lingua italiana aveva una grande importanza, ma non era dimenticato lo studio delle lingue straniere, fondamentale  per allargare l’orizzonte culturale ed umano degli allievi. I ragazzi più grandi insegnavano a quelli più piccoli e tutto il processo formativo veniva condiviso dalla comunità, a partire da una sorta di innovativo laboratorio di scrittura.  

All’interno di questa particolare esperienza educativa è possibile individuare una serie di principi fondamentali: il primo, riassunto dal motto “I care” (mi sta a cuore), sintetizza il bisogno di aver cura per le altre persone, ma in maniera autentica e disinteressata e non con finzione o pregiudizi; l’insegnamento di Don Milani metteva al primo posto la parola, quindi le capacità e le conoscenze linguistiche, ritenute fondamentali per far sì che gli studenti diventassero dei veri cittadini e non fossero costretti a delegare ad altri l’espressione delle proprie richieste; basilare è anche il concetto di cooperazione, intesa come lavoro di gruppo, ma anche scambio reciproco tra discente e docente; il fine dell’educazione deve essere il sapere, ma non quello egoistico, bensì il sapere comune, da condividere con gli altri e avente come obiettivo la conoscenza dell’altro.  
Un sorta di manifesto della scuola può essere considerato il libro Lettera ad una professoressa, scritto in collaborazione tra maestro ed alunni. L’opera lanciò una forte protesta contro l’istruzione pubblica di allora, accusata di voler mantenere lo status quo sociale penalizzando i ragazzi più bisognosi e favorendo coloro che avevano alle spalle una famiglia ricca, vanificando così la riforma che aveva portato alla scuola media unificata. Era messo sotto accusa anche il sistema dei programmi, antiquati e nozionistici, destinati a formare una conoscenza che ben poco poteva essere utile ai giovani; Don Milani ed i suoi ragazzi, invece, desideravano una scuola di vita, capace di formare i gli studenti in vista di un loro inserimento sociale. Un altro atto di accusa era indirizzato alla valutazione,considerata discriminatoria e non adeguata a distinguere le differenti basi sociali e culturali dalle quali partivano gli studenti. Non vennero risparmiati gli stessi docenti, artefici di un disimpegno morale che sviliva la loro professionalità e condannava gli alunni più fragili.
La lettera non si presentava come un atto di accusa vago e retorico, ma accompagnava ogni sua denuncia con dati e grafici precisi, tesi a dimostrare come la dispersione scolastica fosse proporzionale al livello sociale delle famiglie di appartenenza dei ragazzi. Oltre alla critiche erano presenti anche proposte finalizzate al miglioramento del sistema scolastico: si richiedeva di non bocciare, puntando invece al recupero più che alla censura delle difficoltà; si sottolineava la necessità del tempo pieno, soprattutto per gli studenti con carenze e si ribadiva continuamente la necessità di formare i ragazzi non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche umano e sociale.
A mio parere la scuola di Barbiana ha avuto un ruolo fondamentale nel cambiare il nostro sistema dell’istruzione. Grazie a quella esperienza la scuola ha iniziato a modificare i propri obiettivi, trasformandosi in un sistema di inclusione piuttosto che di selezione. Si è cominciato a riflettere sulla necessità di formare cittadini consapevoli ed autonomi, non puntando soltanto alle acquisizioni nozionistiche. Un’innovazione a mio giudizio fondamentale è stata quella di mettere al centro del curriculum scolastico l’insegnamento delle lingue straniere, requisito oggi scontato fin dalle elementari, ma allora tutt’altro che attuale. Anche l’idea del tempo pieno è stata un’innovazione successivamente ripresa all’interno del sistema scolastico, sia per migliorare l’apprendimento degli studenti sia per venire incontro alle nuove esigenze dei genitori.
Per quanto riguarda le mie materie di insegnamento, credo che Don Milani abbia contribuito al mutamento di rotta dell’istruzione linguistica, spingendo quest’ultima ad un’apertura maggiore rispetto ai diversi codici linguistici e  incrementando l’attenzione nei confronti dei fenomeni locali, coniugando il tutto con una pratica costante e varia. Dal punto di vista della Storia e dell’Educazione civica la scuola di Barbiana contribuì ad incrementare lo studio degli avvenimenti attuali, prestando attenzione ai cambiamenti sociali e politici in atto, attraverso la lettura del giornale in classe e portando avanti dibattiti collettivi.
Certo non tutte le innovazioni di Don Milani hanno avuto lo stesso seguito ed alcune peculiarità della sua scuola furono strettamente legate al contesto e, dunque, irripetibili, tuttavia il contributo che diede ai mutamenti dell’istruzione è stato enorme, non a caso oggi si tende a collegare la scuola di Barbiana con il successivo movimento del ’68, non soltanto in virtù di un legame temporale, ma soprattutto per alcune idee comuni e l’affine carica rivoluzionaria.

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