mercoledì 13 giugno 2018

UN MONDIALE SENZA ITALIA – INSIDE OUT

Per quanto possa sembrare strano, nel corso del tempo diversi cartoni animati sono stati candidati per Oscar “importanti”, che non ci aspetteremmo di certo assegnare a prodotti ritenuti (a torto, almeno da noi occidentali) per bambini. Inside out fu candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, e c’è da dire che per scrittura ed idea di base avrebbe strameritato.

 Un film d’animazione affatto banale, dunque. Non rovineremo la sorpresa spoilerando, ma non sveliamo nulla di compromettente rivelando il messaggio di fondo: non c’è vera gioia senza prima aver conosciuto la tristezza, e quest’ultima deve essere assorbita, masticata, vissuta, portata da “dentro a fuori” per essere gestita nel modo giusto, evitando che una vita di solo allegria (quindi impossibile in natura) possa crollare improvvisamente al sopraggiungere di un ostacolo, mandando in frantumi mente ed anima di una persona.
Qualche giorno fa, mentre ero a scuola intento a passare il tempo con gli ultimi alunni superstiti di giugno, tra le chiacchiere vane di fine anno diversi ragazzi hanno cercato in me una parola di conforto per l’imminente inizio di un mondiale senza Italia.
Non hanno sentito dal loro prof. le parole auspicate. Anzi.
E non c’era sadismo nel mio far spallucce, non c’era crudeltà nell’augurar loro altri mondiali colmi di delusione (certo, non per forza senza la nostra nazionale tra i partecipanti, ma si sicuro senza vederla trionfare alla fine della competizione).
Non penso che avranno inteso le mie motivazioni, ci mancherebbe altro per ragazzi compresi tra i 12 ed i 15 anni. Per molti di loro questo era il vero primo mondiale da seguire con la bandiera fuori al balcone e gli amici ammassati sul divano, le grida e i caroselli.
Ma proprio per questo la prima volta non doveva corrispondere all’apice della gioia.
Non sono così vecchio da lasciarmi andare ai soliti luoghi comuni sui “giovani d’oggi”, ma c’è da osservare che molti dei nati dopo il 2000 vivono un’era completamente stravolta rispetto alle generazioni cresciute alla fine dello scorso millennio: tecnologia straripante, profusione di film e serie, realtà virtuale, possibilità concreta di non perdere mai i contatti con gli amici, perfino per guidare non devono attendere per forza i 18 anni. Genitori cresciuti a cavallo dell’anno duemila spesso tentano di sradicare ogni minimo accenno alla tristezza ed al fallimento dalla vita dei loro pargoli, al punto da ritirarli subito dallo sport quando arrivano le prime sconfitte, facendo ricorso per un 8 al posto di un 9, arrivando a scegliere per loro amici e fidanzati, così da evitare ogni delusione.
Terribile errore; ecco perché spesso i post millennial esplodono in comportamenti apparentemente inspiegabili e privi di logica. Dinnanzi al primo calo emotivo c’è subito il crollo per loro. 

Non che la mia generazione, nata a metà degli anni ’80, abbia dovuto affrontare la ricostruzione post bellica o altre prove così dure, per carità. Certo, abbiamo assistito a stravolgimenti politici nazionali e al crollo delle grandi ideologie, siamo passati da un periodo di apparente prosperità alla crisi peggiore dal ’29 ad oggi, abbiamo visto crollare il mito di un modo globalizzato ed in armonia dopo gli eventi del settembre 2001, restiamo ancora una generazione sospesa, troppo giovani per aver partecipato alla rivoluzione del ’68, troppo vecchi per essere al centro della nuova realtà tecnologica-informatica post 2000.
Abbiamo provato alti e bassi, siamo cresciuti facendo due passi avanti ed uno indietro, con la giusta lentezza. Ci siamo goduti ogni momenti di felicità, imparando ad aspettare. Non come oggi, con molti giovanissimi che riescono a stento a gustarsi un film per intero, presi dalla necessità di essere veloci, per cui anche un singolo episodio di una seria tv rischia di essere troppo; i nostri ricordi erano goduti sul momento e rimembrati a lungo, non come oggi che è necessario vivere rapidamente, postare prontamente e poi passare ad altro, così da non lasciare la bacheca in arretrato.
Tornando al calcio, anche in quel campo siamo stati costretti a crescere lentamente, tra molte delusioni ed illusioni.
Che ne possono mai sapere questi ragazzi di oggi del mondiale del ’90: “Notti magiche”, note così semplici e intriganti; stadi nuovi e rinnovati all’inverosimile, tra sprechi e ruberie; bandiere garrenti ovunque, con una Repubblica che crollava insieme ai vecchi partiti mentre il mondiale casalingo sembrava portare con sé la speranza di unità e riscatto globale. 
Le magie di Baggio, gli occhi di Schillaci…l’uscita di Zenga, il rigore di Maradona. Una prima, enorme delusione. 
Che ne possono mai sapere del ’94, il mondiale negli States, così poco legati al soccer. Ancora le magie del codino nazionale, le scelte di Sacchi che dividevano più delle parole di un nuovo politico di nome Silvio Berlusconi, gli infiniti momenti di crisi, dall’Eire al Messico, passando per Norvegia e Nigeria, sempre però superati in modo talvolta miracoloso. Fino a quel rigore; nessuno potrà mai dimenticare dove era in quel momento e cosa ha provato subito dopo. Un secondo colpo difficile da digerire. 
Che ne sanno loro di Francia ’98: la superbia dei galletti, il brasile dei fenomeni spremuti fino all’osso, il golden gol, le giocate di Baggio (sì, sempre lui), i gol di Bobo Vieri, le urla di mister Maldini per “Paolino!”, i palloni di nuova generazione con traiettorie incoerenti. E quella mazzata di Gigi di Biagio stampata sulla traversa che ancora trema. I rigori ci stavano logorando l’anima. 

Cosa possono saperne di Giappone e Corea 2002. Le ansie per un fuso orario strano per le solite abitudini, le scelte del Trap (Roby a casa, proprio con il mondiale nel paese del sol levante dove aveva più fan che in Italia), la paura psicogena per De la Cruz, gli aiuti alla Corea del Sud, l’Italia senza difesa titolare al momento decisivo, Moreno e quelli occhi tra il folle ed il colpevole, il maledetto colpo di testa di Ahn. Ormai era certo, non ci saremmo rialzati più. O forse no…

Tra l’altro anche gli europei di quegli anni ce ne stavano dando di mazzate al nostro animo.
Che ne possono sapere, però, di quello che accadde nel 2006. Lo scandalo Calciopoli, Cannavaro che quasi non partiva, Lippi pure, tensioni a fior di pelle.
Poi, momenti che possono essere recitati come una cantilena da chi li ha vissuti.
La bomba di Pirlo, cinghialone Iaquinta sull’errore di Kuffour, De Rossi che insanguina gli americani mentre il Gila suona il violino, Materazzi al primo exploit con i cechi mentre Pippo Inzaghi va in porta con di fianco Barone, l’unico ad aver creduto davvero che gli avrebbe passato la palla; gli occhi di Totti prima del rigore con l’Australia, le impallinate all’Ucraina, le parate di Buffon contro i boriosi crucchi, Cannavaro che non faceva passare nemmeno le mosche, ma tanto quella partita ce la “meritavamo noi”, lo abbiamo sempre saputo e ci abbiamo creduto come Fabio Grosso che prova un colpo a giro a due minuti dalla fine... con Del Piero che fa piangere una ragazza tedesca e Beppe Bergomi che urla – addirittura – di andare a Berlino; e nella capitale, rigore inesistente, traversa gol di Zidane, Materazzi verso il cielo con testa, mani e occhi, Ribery ed Herny da tutte le parti, ancora Gigi e ancora Fabio miracolosi, poi 10 volte il fiato trattenuto, fino alla corsa di Grosso e di tutti noi verso chissà dove. 

Ecco la gioia dopo tante tristezze; ecco i ricordi non solo felici resi indimenticabili da un momento di esaltazione arrivato dopo tanto dolore.
Siamo cresciuti in quegli anni e non solo anagraficamente. Certo, le vere gioie ed i veri dolori di una vita sono tutt’altro, ma quei momenti ci hanno dato un’anticipazione, hanno insegnato a bambini, adolescenti e giovani adulti ad attendere il momento giusto per sentirsi davvero felici ed anche ad accettare che non sempre le cose possono andare per il verso giusto.
Anzi. Nel 99% dei casi ci sono traverse, pali, furti, ingiustizie, sfortune, clamorosi sbagli, e la vita è più vicina ad una lotteria dei rigori che ai 90 minuti di gioco.
Abbiamo imparato a conoscere la tristezza, ecco perché siamo stati liberi di far esplodere in pieno la nostra gioia. Da dentro a fuori, senza fretta e senza nulla di regalato.
Bambini e ragazzi di oggi, mi spiace, ma vi auguro di essere tristi per il calcio, perché così imparerete a resistere a ben altro. Sopportate i fratelli maggiori e i padri che vi raccontano instancabilmente del 2006, così come noi abbiamo fatto per anni con chi ci narrava dell’82.
E abbiate comprensione se, quando sarà il vostro momento, ci sentirete dire che quel mondiale teutonico di inizio millennio è stato molto più bello, più sofferto e goduto.  Ci siamo sentiti dire le stesse cose e non c’è oggettività che tenga quando entrano in gioco i ricordi. Quelli sono stati i nostri, i momenti del futuro mondiale vinto saranno i migliori per voi, proprio perché ve li siete goduti a pieno, dopo tanta attesa, dopo tanta tristezza che - ve lo assicuro anche se mi guardate con quegli occhi incazzati – vi avrà fatto crescere.

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